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Costume & Società, Musica

Recensione dell’album “Wonder” by Scarlet

di Sara Corrieri 

ARTISTA: Scarlet
ALBUM: Wonder
GENERE: Rock, Alternative
TRACCE:

  1. Wonder
  2. Demon
  3. Take me back
  4. Behind
  5. You uh
  6. Layne
  7. Another
  8. Arizona

31′

ETICHETTA: Luma Records
DATA PUBBLICAZIONE: 26 Marzo 2018

“…finalmente una voce e un personaggio femminile non scontato, misterioso e dannato come le icone del passato a cui si ispira…”

La recente scomparsa di Dolores O’Riordan, frontwoman dei The Cranberries, ha segnato una generazione. In poche sono riuscite ad eguagliare il suo modo scomposto e carnale di cantare le emozioni, anche quando fanno male. Ascoltare Wonder (in anteprima per Derivati Sanniti, l’album uscirà il 26 marzo, ndr), LP d’esordio della giovane rocker campana Scarlet, riporta inevitabilmente alla cantautrice irlandese.

E questa è già un’ottima premessa.

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Sono otto le tracce proposte da Rossella Sicignano, figlie del progetto musicale Scarlet, punto di arrivo di un percorso importante di maturazione artistica che passa dal teatro alla recitazione, fino ad arrivare al cantautorato e alla musica. Il risultato è un personaggio forte ma complesso, di grande tensione espressiva, dove il tono aggressivo e sensuale nasconde (ma non troppo) tratti di debolezza e solitudine.

Wonder, interamente scritto in lingua inglese, racconta l’Amore, ancora una volta, ma non rinnega le sue forme più spregevoli, come la violenza nel rapporto di coppia, o il dolore di una perdita, come la morte di un amico o l’assenza di un padre.

L’album si apre con Wonder, omonimo singolo, dove la linea stilistica di Scarlet viene messa subito in chiaro: gusto gotico e sonorità alternative per la musica,  l’Amore in tutte le sue sfaccettature ed ambiguità nei testi. In Demon (qui il video ufficiale) la rabbia per un sentimento malato viene espressa al meglio da accordi rock più puristi e voce sintetizzata. Con Another, Take Me Back ed Arizona il ritorno alla scena rock 70′ – 90′ è più evidente, mentre i testi si fanno più intimi ed introspettivi: Scarlet ci racconta la depressione vissuta come rassegnazione, consapevolezza di vivere una vita dove ogni cosa vale l’altra e non ci si aspetta alcuna via d’uscita. Con 4 Behind e You Uh torniamo un po’ ragazzini: l’urlo è quello tipico adolescenziale, dello sfogo, dove ogni nota sa di liberazione e ribellione. Infine Layne, forse il brano più toccante dell’interno album, dove Scarlet immagina il dialogo con un padre lontano, che non c’è stato, ma che si ama troppo per poterlo accusare delle proprie sofferenze.

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La prima prova di Scarlet è potente al punto giusto ma il contenuto rimane troppo allo stato grezzo. Si sentono forti carenze nell’elaborazione sia della musica che dei testi, ma nulla di irrecuperabile. Quel tipo di album che ti chiede un ascolto in più perché manca di quello step comunicativo che lo lancia dritto in fondo al cuore.

Scarlet è un progetto musicale interessante e fertile, finalmente una voce e un personaggio femminile non scontato, misterioso e dannato come le icone del passato a cui si ispira. Un buona la prima con ampio margine di miglioramento. Girl, you rock! 

Voto: 3/5

 

 

 

Cose Belle, Costume & Società, Cultura & Intrattenimento

Speciale Cose Belle: il Festival di Sanremo dal mio punto di vista

di Sara Corrieri

“…Sanremo è un’occasione perfetta per aprirsi una finestra, trasparente e senza filtri, sul mondo dello spettacolo. Dello spettacolo all’italiana, direi…”

Ogni anno torna puntuale, come il Natale e la Pasqua, ogni anno lo critichiamo e lo aspettiamo, pronti a giudicare. Eppure ogni anno siamo incollati alla Tv a sognare il festival di Sanremo, sarà per quel senso di appartenenza ed orgoglio nazionalista (che noi, italiani, non riusciamo proprio a mascherare), sarà perché non c’è niente di meglio (ma solo di peggio) in Tv.

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Io sono proprio tra quelli, italiani d.o.c. criticoni che sogna un giorno di poter sedere nella platea dell’Ariston in quelle cinque serate di magia e spettacolo. Me lo immaginavo così. In quella platea non sono stata ancora seduta ma quest’anno ci sono andata veramente vicino. Ho avuto la possibilità di vivere in prima persona quella breve parentesi patinata in una cittadina di mare ligure che sembra quasi un set cinematografico, piena di scorci e voglia di vacanza.

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Sto cercando di riordinare le idee e raccogliere le mie impressioni. Andiamo per ordine.

Atmosfera. Avete presente una sagra di paese? Ma sì, quella con le strade gremite, le lucine trash, i ragazzini frignanti con i palloncini e i vecchietti che fanno gruppo, parlando del mondo che va a rotoli e del prossimo ticket all’Asl. Aggiungeteci i gruppi di ragazzine urlanti, le fan tipo delle meteore della musica, che assediano gli hotel dove aggiornano i loro temporanei beniamini e rincorrono armate di cellulare qualunque essere vivente degno di un loro selfie, debitamente filtrato e photoshoppato all’occorrenza. E poi ci sono loro, la “gente di spettacolo” (o presunta tale).

Persone e personaggi. Ho visto, parlato con tantissima gente. Gente strana, gente assurda, gente triste, gente straordinaria. Sanremo è un’occasione perfetta per aprirsi una finestra, trasparente e senza filtri, sul mondo dello spettacolo. Dello spettacolo all’italiana, direi. Una serie di morti di fama, come si usa dire sfruttando il gioco di parole, ricoperti da una patina di make-up di plastica. Storie di persone che aspettano Sanremo per appagare con una foto rubata quel senso di vuoto, starlette decadute che ritrovano il senso della vita in una intervista alla radio di provincia. Ho visto le storie di artisti inesperti, gli occhi di chi è spesato ma sa perfettamente che quello è e sarà il suo mondo. Pochi ci riusciranno, lo sanno, ma preferiscono viversi il sogno, pur breve che sia. E poi ci sono le persone veramente importanti e no, non i VIP da xK seguaci che nascondono le proprie falle artistiche dietro lo sciame di followers anonimi e passeggeri. Gli artisti, quelli importanti davvero. Che ne hanno venduti di dischi, calcati di palchi. Che ne hanno abbracciati di fan, incrociati di occhi adoranti. Ma che nonostante tutto, tu li vedi e loro sono lì, persone come tutte che hanno fatto della propria sensibilità un lavoro ed una ragione di vita. E torna un po’ di speranza.

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Comunicatori. Diciamolo, a un personaggio dello spettacolo corrispondono almeno cinquanta tra giornalisti, fotografi, speaker radiofonici. E sì, se avete fatto qualche conto in questi giorni a San Remo ce ne sono stati proprio tanti. È veramente completamente folle osservare questa macchina discontinua di (più o meno) professionisti, piccoli bulloni ed ingranaggi di un meccanismo molto più grande e complesso, assetato di scoop per continuare a sopravvivere. Davvero, continuo inesorabilmente ad interfacciarmi con questo mondo ed ogni volta mi viene proposto uno scenario senza logica, confusione, incertezza. Il tutto mosso da passione, energia allo stato puro. E sapete cosa vi dico, ogni volta mi convinco che questo è il mio mondo, il “mio” posto giusto.

Musica. La musica. Il senso di tutto questo. La protagonista (o quella che dovrebbe essere la protagonista) di questo festival della canzone. Non parlerò di bello e brutto, la musica è sempre arte ed il gusto sempre soggettivo. Posso dire solo di aver visto ancora due fazioni, due mondi, due modi di fare musica, uno del presente e uno del passato, che invece di comunicare ed esplorarsi a vicenda si scrutano di soppiatto, con diffidenza. La musica italiana persiste nel suo legame indissolubile con i tempi d’oro, preferendo la continua evocazione delle glorie del passato ad uno sguardo lungimirante, che guarda al presente e si accinge al futuro.

Anche quest’anno c’è stato il festival di Sanremo, anche quest’anno lo abbiamo guardato e anche quest’anno ci ha fatto sempre tutto schifo. Ma anche quest’anno, come sempre, ci siamo cullati tra le note, gli scandali e i protagonisti patinati di questa sessantottesima edizione.  Perché Sanremo è Sanremo. E noi, gli italiani, siamo sempre italiani.

Grazie a RadUni per avermi dato questa possibilità, qui trovate i podcast, frutto del lavoro di Chiara, Enrico, Francesco, Sara e Silvia in queste folli giornate (e nottate) sanremesi.