Le vite degli altri

Racconto profano sull’Italia e gli italici di un giovane idealista che ama la sua terra [1]

di Vincenzo Politano 

Questo è l’estratto di una relazione sulla cultura italiana e sull’Italia, sulle comunità italiche all’estero e sulla loro rielaborazione del nostro modo di vivere. Questo estratto nasce in collaborazione con Schola Italica, che al momento possiede per intero l’elaborato e i diritti su di esso.

È il periodo tra il 1876 e il 1915 quando circa quindici milioni di italiani partirono. In Italia andò in scena uno spettacolo fino ad allora inedito: la grande migrazione. I porti di Genova e di Napoli pullulavano di persone pronte a lasciare tutto e a ricostruire qualcosa in terre lontane. [°°°] Tra la folla dei primi migranti molti erano i padri di famiglia, che con sacrificio decidevano di abbandonare il loro porto sicuro e cercare fortuna per la loro donna e i loro figli. La loro valigia di cartone conteneva ben poco e fin dall’inizio le sfide a cui avrebbero assistito sarebbero state diverse. Prima fra tutte il viaggio.

La quasi totalità degli immigrati italiani viaggiava in terza classe, stipati come animali e in condizioni igieniche tutt’altro che di lusso. La traversata poteva durare anche un mese, e molti non avrebbero neanche avuto la gioia di poggiare di nuovo i piedi sulla terra ferma. Per chi ci riusciva era solo l’inizio di una sfida ancora più grande che portava il nome di Ellis Island.

Ellis Island è un’isola di tre ettari definita la porta d’ingresso per l’America, soprattutto per gli immigrati che viaggiavano in terza classe.

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I nostri connazionali approdati sul suolo americano cominciarono a vivere nei ghetti. Diedero vita a veri e propri quartieri dove a fare da collante era l’amore per la Madre Patria e il sentimento comune di appartenere ad una delle culture considerata tra le più belle del mondo. Fu così che si originarono le prime realtà italiche nel mondo.

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Ciò che appare dalla prima parte del racconto è come la fluidità e il movimento del popolo italiano sia stata una delle scintille primordiali che ha dato avvio alla diffusione della nostra cultura. L’Italia, agendo come nucleo propulsore, ha spinto in diverse parti del mondo degli uomini che con la loro esperienza e cultura hanno affascinato le periferie che li hanno accolti. Movimento.

Il movimento è una delle parole chiave che come italiani e italici dobbiamo tenere bene a mente.

Perché siamo italiani? Perché italici? Ho pensato a queste domande intensamente e anche ora mentre scrivo cerco di trovare ragioni profonde, politicamente complesse o economicamente giustificabili. L’unica risposta che continua ad avere senso nella mia mente è in realtà molto semplice: la risposta è il movimento. La cultura classica italiana deve molto alla posizione strategica che la nostra penisola occupa nel mediterraneo. Un lembo di terra che da sempre nella storia è stato luogo di incontro di popoli e culture diverse. La nostra mamma Italia è stata attraversata da orde che l’hanno segnata, modellata, costruita e rimodellata. Ciò che ci rende grandi nel mondo altro non è che il lavorio e l’ibridazione di pensieri e modi di fare tanto diversi, che fluidamente si sono messi in viaggio nella nostra penisola e l’hanno influenzata. Greci, arabi, spagnoli sono solo alcuni dei popoli che grazie al loro movimento sono riusciti a penetrare gli anfratti più reconditi della nostra cultura. La cultura italiana è grande grazie alle moltissime sfaccettature che la caratterizzano. “L’Italia è un paese con una fortissima vocazione ibrida” afferma il professor Lanzone, esponente di Fondazione Italia Patria della Bellezza.  Probabilmente il successo nel mondo del nostro stile di vita è dovuto a questa tendenza all’ibridazione. Probabilmente la multiculturalità che è alla base del vivere italiano, le sfumature e le differenze che fino ad oggi hanno impreziosito il nostro patrimonio di saperi e che ne sono alla base, differentemente da altri stili di vita più compatti e monolitici, meglio si adatta alle esigenze di popoli diversi. Il professor Lanzone in un nuovo intervento afferma: “la storia di Roma è un concentrato di tutta la storia umana”. Sintetizzando potrei affermare: Frutto della diversità, la cultura italiana è apprezzata dalla diversità. Questa è la carta vincente, decisamente!

Come si propaga la visione italica nel mondo? Esiste un centro dal quale si originano i primi impulsi e una periferia che li rielabora. Diversi interventi riguardanti l’italicità nel mondo hanno messo in luce come ad oggi le periferie abbiamo un’immagine particolarmente classica della cultura italiana. L’impressione è che l’idea che circola all’estero dell’Italia non rispecchi pienamente la realtà socio-culturale del Paese oggi. Diverse testimonianze sulla percezione della nostra terra nel mondo mi hanno mostrato un’Italia imbalsamata, chiusa nel suo mondo dorato fatto di rinascimento, pizza e mandolino. Ma perché? Sono italiano e vi assicuro che questo non è il mio paese, o meglio non è solo questo. Non mangio tutte le sere pizza, non abito una casa finemente affrescata e no, il mandolino non è il mio strumento preferito.

La colpa della diffusione di un immagine polverosa della nostra Patria all’estero è da imputare a noi italiani.

L’Italia di oggi è una donna nostalgica che ricorda i tempi andati e chiusa in se stessa racconta a tutti il suo passato di gloria, senza guardare fuori dalla finestra. Il movimento in questo caso subisce un arresto. Soluzioni? Bisognerebbe imparare ad osservare, comprendere e ad agire secondo le nuove tendenze. Dovremmo tener conto di tutte le comunità italiche nel mondo per dare nuova linfa alla cultura che circola nel nucleo. L’identità è costituita non solo dalla percezione che abbiamo di noi stessi, ma anche dall’idea che gli altri hanno di noi. Questo non implica l’abbandono delle nostre radici millenarie, anzi, può farci cogliere maggiormente i nostri punti di forza, rinnovarli e reindirizzarli verso le comunità di italici. È fondamentale studiare bisogni e necessità di questi nuovi agglomerati sociali, per comprendere come l’italian way of life possa continuare ad essere invidiabile, ma soprattutto al passo con i tempi. Essere miopi rischia di portare ad un’imminente cristallizzazione culturale che alimenta immagini patinate della nostra cara Italia all’estero e di contro genera tante occasioni perdute per noi italiani.

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In questo discorso una buona partenza può essere intravista nel design italiano. Alberto Alessi, presidente di Alessi Spa, ha mostrato con un intervento magistrale come la storia del design della sua azienda si sia sempre mossa al passo con i tempi, tenendo conto dei nuovi stimoli esterni.

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“Pasta Pot” rappresenta la multiculturalità e l’ibridazione presente nel paese oggi. A disegnarla è il francese Patrick Jouin, che supportato da Alessi crea un utensile tipicamente italiano per la cottura della pasta, alimento da sempre associato alla cultura gastronomica del nostro Paese. La cottura proposta è sovversiva, rapida e all’avanguardia, di stampo americano: la pasta viene cotta senza aspettare il bollore dell’acqua; i due ingredienti sono inseriti in contemporanea nella pentola. Il risultato è un oggetto di design italiano che nasce dall’unione di idee appartenenti a culture diverse e che, a suo modo, rielabora la cultura gastronomica della nostra terra. Un prodotto, ci confessa Alessi, che avrà pochissima fortuna in Italia ma molta tra gli italici.

A questo punto della lettura consiglio di rileggere i passaggi iniziali di questo racconto e di riflettere su quanto il fenomeno della grande migrazione italiana possa essere associata alle nuove migrazioni dal Mediterraneo.

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Siamo difronte ad una rivoluzione storica e culturale. Per sentirmi italiano devo essere cittadino del mondo. Non voglio negare a me stesso la mia identità, ma per riconoscere ciò che sono io, devo poter accettare ciò che è altro da me.

“In braccio al Mediterraneo
migratori di Africa e di oriente
affondano nel cavo delle onde.
il pacco dei semi portati da casa
si sparge tra le alghe e i capelli
La terraferma Italia è terra chiusa.
Li lasciamo annegare per negare.

Solo andata, Erri de Luca

Fonti

Bassetti, P. (2015). Svegliamoci italici! Venezia: Marsilio Editori.

Bertuzzi, V. (2014). Emigranti italiani a Ellis Island tra fiction e storia. Archivio Storico dell’Emigrazione Italiana  http://www.asei.eu

De Luca, E. “Solo Andata” in espress451.wordpress.com

Storia dell’emigrazione italiana in Focus.it

[1] Tutti i riferimenti agli interventi di personalità influenti sul tema, non segnalate nelle fonti, provengono dalle relazioni presentate nel corso della Summer School “Made in Italy, Made by italics”, tenutasi a San Servolo (Venezia) dal 10 al 16 Settembre 2018.

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Costume & Società, Musica

Festival delle Musiche del Sud: Morcone si prepara a ballare al ritmo di musica popolare.

La redazione

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Cose Belle, Costume & Società, Cultura & Intrattenimento

Speciale Cose Belle: il Festival di Sanremo dal mio punto di vista

di Sara Corrieri

“…Sanremo è un’occasione perfetta per aprirsi una finestra, trasparente e senza filtri, sul mondo dello spettacolo. Dello spettacolo all’italiana, direi…”

Ogni anno torna puntuale, come il Natale e la Pasqua, ogni anno lo critichiamo e lo aspettiamo, pronti a giudicare. Eppure ogni anno siamo incollati alla Tv a sognare il festival di Sanremo, sarà per quel senso di appartenenza ed orgoglio nazionalista (che noi, italiani, non riusciamo proprio a mascherare), sarà perché non c’è niente di meglio (ma solo di peggio) in Tv.

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Io sono proprio tra quelli, italiani d.o.c. criticoni che sogna un giorno di poter sedere nella platea dell’Ariston in quelle cinque serate di magia e spettacolo. Me lo immaginavo così. In quella platea non sono stata ancora seduta ma quest’anno ci sono andata veramente vicino. Ho avuto la possibilità di vivere in prima persona quella breve parentesi patinata in una cittadina di mare ligure che sembra quasi un set cinematografico, piena di scorci e voglia di vacanza.

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Sto cercando di riordinare le idee e raccogliere le mie impressioni. Andiamo per ordine.

Atmosfera. Avete presente una sagra di paese? Ma sì, quella con le strade gremite, le lucine trash, i ragazzini frignanti con i palloncini e i vecchietti che fanno gruppo, parlando del mondo che va a rotoli e del prossimo ticket all’Asl. Aggiungeteci i gruppi di ragazzine urlanti, le fan tipo delle meteore della musica, che assediano gli hotel dove aggiornano i loro temporanei beniamini e rincorrono armate di cellulare qualunque essere vivente degno di un loro selfie, debitamente filtrato e photoshoppato all’occorrenza. E poi ci sono loro, la “gente di spettacolo” (o presunta tale).

Persone e personaggi. Ho visto, parlato con tantissima gente. Gente strana, gente assurda, gente triste, gente straordinaria. Sanremo è un’occasione perfetta per aprirsi una finestra, trasparente e senza filtri, sul mondo dello spettacolo. Dello spettacolo all’italiana, direi. Una serie di morti di fama, come si usa dire sfruttando il gioco di parole, ricoperti da una patina di make-up di plastica. Storie di persone che aspettano Sanremo per appagare con una foto rubata quel senso di vuoto, starlette decadute che ritrovano il senso della vita in una intervista alla radio di provincia. Ho visto le storie di artisti inesperti, gli occhi di chi è spesato ma sa perfettamente che quello è e sarà il suo mondo. Pochi ci riusciranno, lo sanno, ma preferiscono viversi il sogno, pur breve che sia. E poi ci sono le persone veramente importanti e no, non i VIP da xK seguaci che nascondono le proprie falle artistiche dietro lo sciame di followers anonimi e passeggeri. Gli artisti, quelli importanti davvero. Che ne hanno venduti di dischi, calcati di palchi. Che ne hanno abbracciati di fan, incrociati di occhi adoranti. Ma che nonostante tutto, tu li vedi e loro sono lì, persone come tutte che hanno fatto della propria sensibilità un lavoro ed una ragione di vita. E torna un po’ di speranza.

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Comunicatori. Diciamolo, a un personaggio dello spettacolo corrispondono almeno cinquanta tra giornalisti, fotografi, speaker radiofonici. E sì, se avete fatto qualche conto in questi giorni a San Remo ce ne sono stati proprio tanti. È veramente completamente folle osservare questa macchina discontinua di (più o meno) professionisti, piccoli bulloni ed ingranaggi di un meccanismo molto più grande e complesso, assetato di scoop per continuare a sopravvivere. Davvero, continuo inesorabilmente ad interfacciarmi con questo mondo ed ogni volta mi viene proposto uno scenario senza logica, confusione, incertezza. Il tutto mosso da passione, energia allo stato puro. E sapete cosa vi dico, ogni volta mi convinco che questo è il mio mondo, il “mio” posto giusto.

Musica. La musica. Il senso di tutto questo. La protagonista (o quella che dovrebbe essere la protagonista) di questo festival della canzone. Non parlerò di bello e brutto, la musica è sempre arte ed il gusto sempre soggettivo. Posso dire solo di aver visto ancora due fazioni, due mondi, due modi di fare musica, uno del presente e uno del passato, che invece di comunicare ed esplorarsi a vicenda si scrutano di soppiatto, con diffidenza. La musica italiana persiste nel suo legame indissolubile con i tempi d’oro, preferendo la continua evocazione delle glorie del passato ad uno sguardo lungimirante, che guarda al presente e si accinge al futuro.

Anche quest’anno c’è stato il festival di Sanremo, anche quest’anno lo abbiamo guardato e anche quest’anno ci ha fatto sempre tutto schifo. Ma anche quest’anno, come sempre, ci siamo cullati tra le note, gli scandali e i protagonisti patinati di questa sessantottesima edizione.  Perché Sanremo è Sanremo. E noi, gli italiani, siamo sempre italiani.

Grazie a RadUni per avermi dato questa possibilità, qui trovate i podcast, frutto del lavoro di Chiara, Enrico, Francesco, Sara e Silvia in queste folli giornate (e nottate) sanremesi.