Costume & Società

Comicron Film Festival, al via la quinta edizione.

La redazione

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Cose Belle, Costume & Società

Cose Belle: le 5 cose che ho imparato praticando Yoga (senza saperne nulla)

di Sara Corrieri

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Cose Belle, Costume & Società

Cose Belle: perché le Insta(gram) Novels della NY Public Library non sono la soluzione

di Sara Corrieri

La cosa bella di oggi sta in un nuovo punto di vista, una bella trovata che sa di amore per la lettura e passione per il buon marketing digitale

Lettrici e Lettori di Cose Belle, in questa puntata ho deciso di lasciarvi dueddue pensierini sono una novità molto interessante che sta girando ormai da qualche settimana sui social.

Sicuramente avrete già sentito parlare delle Insta Novels, l’idea senza dubbio rivoluzionaria apparsa sull’account Instagram della New York Public Library il 22 Agosto scorso: senza troppi giri di parole, una delle biblioteche grandi e prestigiose degli Stati Uniti (fondata nel 1895 e con giusto giusto 50 milioni di opere conservate) ha deciso di iniziare a pubblicare romanzi “grandi classici” sotto forma di Instagram Stories. Ovviamente c’è lo zampino di un’Agenzia di Comunicazione con i controcazzi, la Mother in New York. Praticamente, se cercate il profilo della NYPL in questo momento troverete negli Highlights il celebre Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carrol adattato magistralmente al formato Insta Novels.

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Benone, cosa ne pensiamo? Partiamo da come è stata costruita la comunicazione del progetto ed il progetto in sé, poi passiamo all’impatto mediatico ed infine a che tipo di cambiamento questa novità può effettivamente apportare al mondo dell’editoria. (Ce ne sono di cose da dire, eh).

La comunicazione del progetto si è basata sul concetto di innovazione quando effettivamente l’innovazione non c’è: adoro questo video di presentazione dove, con un intento di “denuncia” sociale (o forse digitale, non so) la NYPL si chiede “Tra avocado, cani e cani dei nostri amici, le STORIE dove sono?. Servita su un piatto d’argento direi. Encomiabile poi la scelta di inserire delle illustrazioni ad hoc, realizzate da Magoz: lo stile riconoscibile dell’artista brandizza e rende maggiormente identificabile l’intero progetto. E questo è sicuramente un plus. Come è un plus lo “sforzo” di rendere un romanzo quanto più possibile ergonomico rispetto allo schermo del nostro smartphone: il digitale elimina i limiti di spazio, quindi i testi sono grandi e ben leggibili; le pagine si sfogliano esattamente come siamo abituati a guardare le stories: un tocco a sinistra per tornare indietro, un tocco a destra per andare avanti. Non sto a dirvi che la parte che più ho adorato è stata il thumb here, il pallino che ti suggerisce dove posare il dito per bloccare lo scorrimento delle Stories…o pagine, non lo so.Insta-Novels-NYPL-770x515

Conseguenza di questo bel pastrocchio di idee e di design? ODDEOOH L’EDITORIA STA MORENDOH !!1!!1!! (tentativo di simulare lo spasmo da apocalisse che colpisce i media ogni qual volta una minima innovazione nel campo digital/tecnologia si trasforma nella potenziale arma letale che dissolverà la Terra e il genere umano). Praticamente ODDEOH L’EBOOK SARA’ LA MORTE DEI LIBRI pt. 2. No, ragazzi, no. Calmiamoci. Le Instagram Stories non saranno MAI il luogo ed il momento adatto alla lettura. E questo un lettore navigato (ma anche uno novello) lo sa e lo capisce. L’illuminazione, il problema del segnalibro, dai su, non ve lo devo mica spiegare il perché.

Questo non toglie assolutamente alcun merito al progetto Insta Novels in quanto, mio modestissimo parere, lo trovo geniale e ben fatto sotto vari punti di vista. Punto uno, è una mega ed azzeccatissima campagna pubblicitaria per la NY Public Library veramente, veramente low cost: soltanto a guardare come si è vertiginosamente impennato il numero di follower del profilo Instagram ci hanno guadagnato, per non parlare del rafforzamento della brand awareness e reputation in tutto il mondo.

Punto due: questo è solo l’ennesimo progetto che dimostra quanto sia insensata nel 2018 la dicotomia analogico vs digitale. E quanto sia contro produttiva. Con intelligenza l’online è e può diventare uno strumento di potenziamento e rivalutazione di tutto quello che, nel mondo reale, sta perdendo un po’ di appeal, soprattutto per i più giovani (mi riferisco a quelle generazioni nate praticamente con il tablet in una mano e l’ iPhone nell’altra): la cultura, la musica, i libri, l’arte in generale. Non cambia il concetto, cambia solo l’esperienza, o meglio, in questo caso, il modo ed il mezzo che ci consentono di vivere l’esperienza della lettura, la fruizione. E poi sono estremamente convinta che chiunque, anche il Millenial di turno, che si trovi a leggere le stories della NY Public Library finirà per appassionarsi, andare in libreria e comprare il libro (o al massimo ordinarlo su Amazon).

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Tornando a noi, le Insta Novels non saranno la soluzione alla “crisi” dell’editoria e non faranno svettare le percentuali di lettori nel Mondo. A mio avviso, sono solo un ulteriore, piccolo grande tassello che ci dimostra che anche un’antica biblioteca può adattarsi (virtuosamente) al digitale; ci ricorda quante Cose Belle si possano fare con degli strumenti che normalmente siamo troppo impegnati a demonizzare.

Ciao Amici, alla prossima!

Cose Belle, Costume & Società

Cose Belle: i 5 segreti per un CV perfetto che i Recruiter non vogliono svelarvi

di Sara Corrieri

La cosa bella di oggi è potpourri di consigli un po’ a caso basati sulla mia traballante e brevissima esperienza nel mondo delle Risorse Umane (ma almeno sono fatti col cuore) (sì, il titolo è un po’ clickbait)

Carissimi Lettrici e Lettori di Cose Belle, questo si che è un ben ritrovati! Sono stata lontana da questi schermi, è vero, ma vi ho pensato intensamente. Ho viaggiato e sprecato miseramente il mio tempo in attività poco costruttive, ogni tanto ho anche lavorato, però ho raccolto tante curiosità e cose bellissimissime che voglio raccontarvi.

In questa puntata, tuttavia, voglio far finta di essere una persona seria e per la prima volta ritornare sulla Terra e parlare di qualcosa di concreto e, ahimé, scottante: LA RICERCA DEL LAVORO.

Perché si sa, cercare un lavoro è un lavoro a tempo pieno e, con Settembre alle porte, sono certa che qualcuno di voi sta armeggiando con CV e siti di annunci con la speranza di accaparrarsi l’occupazione perfetta.

Bello sbatti, concordo, ma vi assicuro che anche dall’altra parte non ce la si passa benissimo. Ebbene, sto parlando di loro, i temutissimi e stereotipatissimi selezionatori, persone senza scrupoli che si aggirano tra gli uffici HR delle Aziende per tuonare giudizi sulla gente e distruggere i loro sogni più puerili.

Ecco ragazzi, io un giretto in quell’ufficio me lo sto facendo abbastanza spesso e, credetemi, non è esattamente così. Avere a che fare con le persone, soprattutto con professionisti più o meno navigati alla ricerca di un’opportunità lavorativa può essere bellissimo e bruttissimo, ma sicuramente complicato. SEMPRE complicato.

Lo so, non sono nella posizione di esprimere opinioni con adeguata coscienza di causa in quanto posso definirmi una bavosa novellina, però qualche piccolo consiglio da insider voglio provare a darvelo. Soprattutto a giovani che, come me, sono alla ricerca di un posticino nel mondo del lavoro e hanno davvero qualcosa da offrire.

cv

Orsù, siamo nel 2018 ma vi rivelo una grande verità: il CV è ancora la chiave di tutto. Quindi, ecco a voi cinque consigli un po’ insoliti e diversi da quelli generalmente urlati dal web (secondo il mio modestissimo e discutibile parere, a voi l’ardua sentenza).

  1. LA FOTO SI, LA FOTO NO, LA FOTO CE LA METTEREI, E PURE CARUCCIA

Se inviate la vostra candidatura all’estero e, in particolare, nei Paesi anglosassoni, un CV con foto potrebbe essere addirittura scartato a priori: valutare un CV partendo dall’immagine è considerata una pratica discriminante. Vero. Però in Italia non è così, credete ad una povera scema. Non vi sto dicendo che la gente viene selezionata in base all’aspetto fisico, per carità, sarebbe sbagliato ed un tantino illegale, ma un CV con tanto di foto di alta qualità, in cui la persona appare sorridente, rilassata e professionale fa tutto un altro effetto. Leggere il trascorso di una persona allegandogli mentalmente un’immagine è rassicurante per chi seleziona, a prescindere da quanto siete carini, alti, bassi, magri. Credo che la differenza stia proprio nel poter dare un volto a quelle esperienze, associare un’immagine ad una vita (professionale).  Insomma, se avete l’amico Ph (chi non ha un amico Ph) fatevela fa na bella foto, al massimo la mettete come immagine profilo su Facebook! Ops, i social, tasto dolente. Vi rimando al punto 5.

  1. DIMMI TUTTO MA NON TROPPO

Il Curriculum Vitae non è nient’altro che una carta di identità professionale. Ma diciamoci la verità, quanto sono noiose le carte d’identità? Evitate quindi di spiegare ogni singola attività, ogni minimo particolare. Siate esaustivi ma non esaurienti. Inserite parole e competenze chiave, ma non andate troppo a fondo. Non perché le vostre esperienze non interessino al selezionatore, ANZI, ma l’approfondimento è riservato ad un secondo momento, quello del colloquio individuale, in cui dovrete essere pronti a rispondere a tutte le domande che vi saranno rivolte. Se lasciate volutamente qualche particolare “in sospeso” saprete già quale domande aspettarvi. Sta tutto nel saper creare della curiosità nella mente del recruiter ed invogliarlo a chiamarvi. Ah, attenzione al colloquio telefonico, è più importante di quel che sembra!  Rimando al punto 4.

  1. I BUCHI NON PIACCIONOcolloquio-lavoro

Che detta così pare una cosa un po’ osé.  Mi riferisco a quei più o meno lunghi slot temporali che nel CV sembrano non essere mai esistiti. Mi spiego: quei “buchi” che, guardando alle date, si evincono tra le varie esperienze formative o lavorative non piacciono molto ai selezionatori. Non so perché, le spiegazioni possono essere molteplici e disparate, però non fa un bell’effetto, diciamo così. Non che ci sia qualcosa di sbagliato o oscuro: nella maggior parte dei casi si tratta di periodi di viaggio prolungato, di pausa, o periodi in cui si sono svolti lavori e/o corsi formativi che non sono in linea con la posizione o che volutamente si vogliono nascondere. Bene, sappiate che vi sarà chiesto il perché di quel buco nero. Or dunque, onde evitare la domanda imbarazzante, vi consiglio di sfoderare la carissima, sempre verde “Lettera di Presentazione”. Sì, la odio anche io, ma in alcuni casi è importante. Punto numero uno, LA LETTERA DI PRESENTAZIONE NON E’ IL RIASSUNTO DEL CV. Ce la facciamo anche da soli, grazie. Potrebbe essere tuttavia un ottimo mezzo e spazio per spiegare al selezionatore possibili incongruenze e/o assenze prolungate dal mondo del lavoro o della formazione presenti sul CV. In questo caso sono utili ed apprezzate.

  1. SE TELEFONANDOCall

Il primo colloquio telefonico è fondamentale. Ammetto che è molto difficile da gestire, perché le emozioni in genere sono  forti quando si realizza con chi si è al telefono. Ma questo il selezionatore lo sa e non vi giudicherà certo se vi trema un po’ la voce. Tuttavia, appena ritornate sulla terra e siete pronti ad iniziare la conversazione, valutate alcune cose: se siete in una condizione non ottimale per parlare tranquillamente (luogo affollato, incontro importante, in pieno hangover), DITELO (non che siete in hangover però, eh)! Il selezionatore se lo aspetta, non si offenderà se molto gentilmente gli o le chiedete di richiamarlo/a tra qualche minuto o il tempo che vi serve per trovarvi in un posto tranquillo. Secondo consiglio, sul CV inserite sempre e solo il vostro numero di cellulare personale, o comunque un telefono sempre rintracciabile che usate solo ed esclusivamente voi. Immaginate che un selezionatore chiami a casa vostra e risponda vostra nonna, ci siamo intesi? Terzo punto, un po’ più delicato: se siete attualmente lavoratori e il selezionatore vi chiama in orario di lavoro, non rispondete subito. Vi spiego, non è indice di serietà utilizzare il cellulare privato quando si è in orario di lavoro. Vi basterà richiamare poco dopo (appena vi è possibile allontanarvi) precisando di essere in pausa.

  1. VERITÀ, NIENT’ALTRO CHE LA VERITÀlinkedin-cover

Sì, questo consiglio vi sembrerà trito e ritrito. Effettivamente vale sempre, nel CV, nel colloquio telefonico e nel colloquio individuale. Ma in questo caso, mi riferisco alla vostra identità sui social network. FERMI TUTTI, momento sociologico: viviamo in un momento storico dove l’identità che costruiamo online va non solo a riflettere ma addirittura ad integrare quello che siamo veramente. Ciò può essere molto positivo o estremamente pericoloso, non ci sono vie di mezzo. Ecco, il selezionatore è generalmente interessato a voi come persona, a cosa vi piace fare nel tempo libero, come interagite con gli altri, quali sono i vostri interessi e le vostre passioni. Quale miglior mezzo se non trasmettere tutte queste informazioni attraverso i vostri contenuti? Quindi, non sono della parrocchia “cancellatevi dai social o impostate privacy a manetta”; al contrario, curate i vostri contenuti, fate dei vostri social il riflesso di voi stessi, un prolungamento se vogliamo, che vi permette di raggiungere più gente, anche il vostro selezionatore. Siate sinceri, siate voi stessi. A volte hobby strani e passioni singolari (senza esagerare, eh) sono considerati positivamente. Piccola postilla per LinkedIn: è sì un social network, ma è un social network PROFESSIONALE. In quel caso non ci interessa la vostra passione per gli unicorni zebrati o le vostre partecipazioni ai tornei di leccatori di francobolli. Vi prego, no. Nel caso di LinkedIn, il primo consiglio è fatelo (se ancora non lo avete) e poi curatelo come si deve (e solo in quel momento segnalatelo sul CV). Ci sono milioni di articoli su come costruire un profilo LinkedIn al meglio. Per la parte di “social recruiting” LinkedIn è uno strumento primario, non possiamo più permetterci di trascurarlo. Ah, consiglio personale, non riducetelo ad una semplice versione online del vostro CV cartaceo: aggiungete contenuti, file multimediali, video, articoli, presentazioni. Credetemi, può essere una grande risorsa professionale!

Ecco, adesso avete due scelte: o considerare questi consigli effettivamente utili e metterli in pratica oppure cestinare questo articolo e pensare “Sara, per favore, torna a zappare” (sapessi zappare, neanche quello ragà, neanche quello).

In ogni caso, online trovate mille mila guide più esaustive (e meno divertenti) su come creare il vostro CV ed una serie di elementi imprescindibili da considerare.

Io, dal canto mio, sto già pensando a quante altre vagonate di Cose Belle non vedo l’ora di consigliarvi!

Costume & Società, Musica

“Bread, Wine and Roses”: un Simposio in Jazz (e non solo)

di Sara Corrieri

ARTISTA: Mario Simposio

GENERE: Jazz, Strumentale

ALBUM: Bread, Wine and Roses

TRACCE:

  1. Fun
  2. Blues Dialogue (feat. Myhoo)
  3. Gipsy Trip
  4. Pistachio
  5. In a strange situation
  6. Serenity
  7. Bernie’s Cover
  8. The Last Glass of Wine

35’51”

DISTRIBUZIONE: Impronte Sonore

COPYRIGHT: Mario Simposio

DATA PUBBLICAZIONE: 14 Maggio 2018

“…perché il jazz è un gioco, un continuo esperimento, il jazz è un’esperienza…”

Non se ne ha mai abbastanza quando si parla di vino, di donne e di jazz. Quindi, potenzialmente, non se ne hai mai abbastanza di Mario Simposio e del suo “Bread, Wine and Roses”.

Un album che ascolto già da un po’ (è stato pubblicato lo scorso 14 maggio, prodotto e registrato in collaborazione con la Casa/Etichetta Discografica Sonora Record) e di cui finalmente riesco a scrivere. Anche perché lo sto ascoltando a ripetizione. E no, non sono una cultrice di musica jazz o blues, ma ne sono tremendamente affascinata. Come penso lo sia chiunque ami la musica. Perché il jazz è eterno, raffinato e nella sua complessità artistica e di esecuzione arriva dritto al cuore di chi ascolta, con semplicità, persino a chi come me ha avuto come più alta esperienza musicale lo studio del flauto di plastica alle elementari.

CopertinaBreadWineRoses

Tutto questo preambolo per sfatare la convinzione diffusa che il jazz sia solo per “pochi”, per “vecchi” o “di settore”. Basta avere un minimo di sensibilità artistica, maturità nell’ascolto e un paio di note ti apriranno un mondo.

Ma passiamo a Mario Manzi, in arte Mario Simposio (bè, che dire, già dal nome si può evincere una certa atmosfera conviviale e da “banchetto”): “Bread, Wine and Roses” è il secondo prodotto della sua giovane carriera discografica, un tassello che si aggiunge al concept già definito precedentemente dall’extended play Un Simposio in Jazz”, il lavoro che ha segnato la sua ascesa nell’olimpo del jazz strumentale.

Prima nota positiva: in quest’album si nota da subito un’evoluzione, trenta minuti di musica con cui si conclude una fase di maturazione che denota sensibilità e coerenza. Secondo punto a favore: innovazione, sperimentazione, innesto. Perché il jazz è un gioco, un continuo esperimento, il jazz è un’esperienza. E il connubio perfetto con il blues e la bossa nova lasciano all’ascoltatore quella sensazione di brio, di scoperta inaspettata che in un album, di qualunque genere, non deve mai mancare. Il disco non è mai piatto, muta, evolve, va alla scoperta di sonorità diverse (“Gipsy Trip” ne è un valido esempio”): la ricetta giusta per stupire e tenere alta l’attenzione dell’ascoltatore. Terzo elemento di forza: la collaborazione in “Blues Dialogue” con Myhoo, un giovane ed eclettico cantautore che ho piacevolmente scoperto in questa occasione. Un confronto chitarristico che dà vita a cinque minuti di puro piacere artistico.

“Bread, Wine and Roses”, se dovessi parafrasare questo titolo, evoca il semplice profumo del pane appena sfornato, ricorda l’inebriante sensazione dell’ultimo bicchiere di vino e comunica la passione travolgente che c’è dietro ad una rosa rossa lasciata sul tavolo dai commensali.

Allora Mario, a quando della nuova musica? Io sono qui ad aspettare.

Voto: 4.5/5

Cose Belle, Costume & Società

Cose Belle: FutureMe, una lettera, mille futuri possibili

di Sara Corrieri

La cosa bella di oggi sa di lettere ritrovate, propositi dimenticati e futuri incerti

Amici di Cose Belle, ciao! Chi ha paura del futuro? Ormai è quasi una domanda retorica. Se rispondi no, o sei terribilmente incosciente (e/o ubriaco) oppure stai spudoratamente mentendo. E non parlo solo di prospettive lavorative (BRIVIDO), penso proprio ad un nostro Io futuro, a cosa proviamo quando ci mettiamo a pensare dove saremo tra due, sei, vent’anni, e soprattutto COME SAREMO.

Scriviamo spesso buoni propositi (lo facciamo tutti, ciancio alle bande), appunti sulla nostra vita e su quello che ci è successo “oggi” per essere certi che nel “domani” eviteremo di dimenticare. Ma spesso (e non credo per una congiunzione del destino puramente involontaria) abbandoniamo queste preziose riflessioni lì dove sono, all’improvviso ci appaiono stupide e alla fine ce ne dimentichiamo davvero.

Tutto questo preambolo altamente noioso e melodrammatico per dirvi che nel fantastico mondo dell’internet esiste qualcosa che fa al caso nostro, di noi che, a conti fatti, vorremmo proprio fare quattro chiacchiere con la persona che diventeremo (quindi TUTTI NOI).

Si chiama FutureMe e, a dirla tutta, dal punto di vista tecnico/digital/futuristico non è neanche sta gran scoperta: è un servizio online che permette di inviare lettere (via email) al te stesso del futuro (e anche ad altri, ma non in modo anonimo); puoi decidere tra quanti anni la tua lettera verrà recapitata; puoi impostare la privacy sia su Pubblico che Privato e sì, è possibile modificare sia l’indirizzo email che il testo della lettera in un secondo momento, ma NON la data di invio (per info tecniche dato un’occhiata qui).

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Dal punto di vista personale ed emotivo direi, it’s definetely a serious business: per farvi un esempio concreto, sono mesi che penso di farlo ma NON HO ANCORA AVUTO IL CORAGGIO. Immaginate quanto sia difficile parlare a sé stessi, di sé stessi, rivolgendosi a un sé che probabilmente sarà molto diverso dal sé di adesso. Ops, sembra uno scioglilingua, ma è così. Pensate a quanto avete tremato per l’adrenalina e l’emozione quando avete ritrovato quel bigliettino nella tasca, quella pagina scritta a mano su un vecchio diario di scuola, quella dedica su un libro tanto caro ma ormai abbandonato. Riprovate queste sensazioni e moltiplicatele per mille, pensando a quando riceverete questa lettera.

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Che poi potremmo pensare di tutto leggendola, noi, ipotetici Io del futuro: l’Io del passato era ingenuo, timoroso, forte, divertente, immaturo, migliore. L’Io del passato ero Io? Sarò in grado di riconoscermi?

Ok. Io sono già entrata in un loop esagerato. Mi fermerei qui.

 

E voi avete trovato il coraggio di scrivere una lettera al vostro Io del futuro? Perché di voglia, sono certa, ne avete già a sufficienza.

N.B. Esistono anche altri siti web che offrono questo tipo di servizio, per esempio Letter2future funziona più o meno allo stesso modo e, in più, permette con un piccolo contributo economico anche la spedizione della lettera in formato cartaceo.

Se ne conoscete altri simili fatemelo sapere, grazie!

 

 

Cose Belle, Costume & Società

Cose Belle: di come Una Parola al Giorno possa migliorarti la giornata (e il lessico)

di Sara Corrieri

La cosa bella di oggi parla di parole e di amore per una lingua, la propria (che poi è anche un po’ amor proprio, diciamolo)

Cari lettori, amici di Cose Belle e non, oggi parleremo di una delle cose che amo di più in assoluto: LA LINGUA ITALIANA. Sissignore, ce la invidiano tutti, alla pari di cibi e ricette, e qualunque non-italiano vi ascolterà parlare anche per pochi secondi vi si avvicinerà con occhi a cuoricino biascicando “Sembra musica” (provare per credere).

Peccato, però, che la sua bellezza si accompagni a grande difficoltà e ricchezza lessicale. Peccato perché mediamente si conosce solo una piccola parte (non oltre settemila) delle parole che la lingua italiana ci offre, a fronte di centinaia di migliaia di voci del vocabolario, alcune estremamente specifiche, in grado di definire alla perfezione una miriade di oggetti, situazioni e sentimenti. E a volte quelle che pensiamo di possedere le conosciamo appena, in modo superficiale, non vivo, non creativo.

Per questo motivo vorrei consigliarvi la cosa meravigliosa che è Una parola al giorno.it: che vogliate arricchire il vostro vocabolario o soddisfare semplicemente la più o meno latente ossessione per l’etimologia delle parole (o forse questa ossessione ce l’ho solo io ma sorvoliamo) questa è la soluzione perfetta, super facile, gratuita e tanto tenerona. Basta andare sul sito, iscriversi et voilà! Ogni mattina riceverete una newsletter con la parola del dì.

Una parola al giorno nasce dall’idea di Massimo e Giorgio nel 2010 con l’intento di riscoprire parole belle e poco conosciute oppure abusate ma dal significato più profondo ed intenso dell’uso comune. I termini non sono scelti a caso ma rispecchiano esattamente quella fetta del lessico italiano che, se conosciuta, faciliterebbe e arricchirebbe di senso e significato la comunicazione (scritta e parlata) di tutti i giorni, non solo quella letteraria. Infatti c’è la possibilità di suggerire parole incontrate (o scontrate) nel quotidiano ai due autori, che si prenderanno poi la briga di sviscerarle e rivelarne i segreti più reconditi.

La cosa figa è che Una parola al giorno è tutto fuorché un dizionario: per ogni termine viene raccontata una vera e propria storia, degli aneddoti; come se alle parole venisse attribuita una personalità, un carattere, come a dare la possibilità al lettore di interagire con esse. In altre parole (AHAH), non cinque minuti di lettura passiva intrisa di nozionismo ma un piccolo momento per sé in cui dedicarsi alla bellezza della lingua italiana regalandosi una chicca in più. Il sito è tutto da scoprire: potete adottare le parole che preferite, commentarle e sì, da questo progetto è nato anche un libro (stupenda idea regalo).

Tutto questo è spiegato decisamente meglio ed in modo più conciso (a proposito di parole bistrattate) nel Manifesto di Una parola al giorno, da cui rubo questa frase per concludere (e che personalmente ADORO):

“Alla domanda «Quale è la lingua più bella del mondo?» si risponda «L’italiano» non perché lo è, ma perché è la risposta dell’innamorato

Alla prossima cosa bella, lettori!

 

 

 

Costume & Società, Musica

Recensione dell’album “Wonder” by Scarlet

di Sara Corrieri 

ARTISTA: Scarlet
ALBUM: Wonder
GENERE: Rock, Alternative
TRACCE:

  1. Wonder
  2. Demon
  3. Take me back
  4. Behind
  5. You uh
  6. Layne
  7. Another
  8. Arizona

31′

ETICHETTA: Luma Records
DATA PUBBLICAZIONE: 26 Marzo 2018

“…finalmente una voce e un personaggio femminile non scontato, misterioso e dannato come le icone del passato a cui si ispira…”

La recente scomparsa di Dolores O’Riordan, frontwoman dei The Cranberries, ha segnato una generazione. In poche sono riuscite ad eguagliare il suo modo scomposto e carnale di cantare le emozioni, anche quando fanno male. Ascoltare Wonder (in anteprima per Derivati Sanniti, l’album uscirà il 26 marzo, ndr), LP d’esordio della giovane rocker campana Scarlet, riporta inevitabilmente alla cantautrice irlandese.

E questa è già un’ottima premessa.

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Sono otto le tracce proposte da Rossella Sicignano, figlie del progetto musicale Scarlet, punto di arrivo di un percorso importante di maturazione artistica che passa dal teatro alla recitazione, fino ad arrivare al cantautorato e alla musica. Il risultato è un personaggio forte ma complesso, di grande tensione espressiva, dove il tono aggressivo e sensuale nasconde (ma non troppo) tratti di debolezza e solitudine.

Wonder, interamente scritto in lingua inglese, racconta l’Amore, ancora una volta, ma non rinnega le sue forme più spregevoli, come la violenza nel rapporto di coppia, o il dolore di una perdita, come la morte di un amico o l’assenza di un padre.

L’album si apre con Wonder, omonimo singolo, dove la linea stilistica di Scarlet viene messa subito in chiaro: gusto gotico e sonorità alternative per la musica,  l’Amore in tutte le sue sfaccettature ed ambiguità nei testi. In Demon (qui il video ufficiale) la rabbia per un sentimento malato viene espressa al meglio da accordi rock più puristi e voce sintetizzata. Con Another, Take Me Back ed Arizona il ritorno alla scena rock 70′ – 90′ è più evidente, mentre i testi si fanno più intimi ed introspettivi: Scarlet ci racconta la depressione vissuta come rassegnazione, consapevolezza di vivere una vita dove ogni cosa vale l’altra e non ci si aspetta alcuna via d’uscita. Con 4 Behind e You Uh torniamo un po’ ragazzini: l’urlo è quello tipico adolescenziale, dello sfogo, dove ogni nota sa di liberazione e ribellione. Infine Layne, forse il brano più toccante dell’interno album, dove Scarlet immagina il dialogo con un padre lontano, che non c’è stato, ma che si ama troppo per poterlo accusare delle proprie sofferenze.

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La prima prova di Scarlet è potente al punto giusto ma il contenuto rimane troppo allo stato grezzo. Si sentono forti carenze nell’elaborazione sia della musica che dei testi, ma nulla di irrecuperabile. Quel tipo di album che ti chiede un ascolto in più perché manca di quello step comunicativo che lo lancia dritto in fondo al cuore.

Scarlet è un progetto musicale interessante e fertile, finalmente una voce e un personaggio femminile non scontato, misterioso e dannato come le icone del passato a cui si ispira. Un buona la prima con ampio margine di miglioramento. Girl, you rock! 

Voto: 3/5

 

 

 

Cose Belle, Costume & Società, Cultura & Intrattenimento

Speciale Cose Belle: il Festival di Sanremo dal mio punto di vista

di Sara Corrieri

“…Sanremo è un’occasione perfetta per aprirsi una finestra, trasparente e senza filtri, sul mondo dello spettacolo. Dello spettacolo all’italiana, direi…”

Ogni anno torna puntuale, come il Natale e la Pasqua, ogni anno lo critichiamo e lo aspettiamo, pronti a giudicare. Eppure ogni anno siamo incollati alla Tv a sognare il festival di Sanremo, sarà per quel senso di appartenenza ed orgoglio nazionalista (che noi, italiani, non riusciamo proprio a mascherare), sarà perché non c’è niente di meglio (ma solo di peggio) in Tv.

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Io sono proprio tra quelli, italiani d.o.c. criticoni che sogna un giorno di poter sedere nella platea dell’Ariston in quelle cinque serate di magia e spettacolo. Me lo immaginavo così. In quella platea non sono stata ancora seduta ma quest’anno ci sono andata veramente vicino. Ho avuto la possibilità di vivere in prima persona quella breve parentesi patinata in una cittadina di mare ligure che sembra quasi un set cinematografico, piena di scorci e voglia di vacanza.

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Sto cercando di riordinare le idee e raccogliere le mie impressioni. Andiamo per ordine.

Atmosfera. Avete presente una sagra di paese? Ma sì, quella con le strade gremite, le lucine trash, i ragazzini frignanti con i palloncini e i vecchietti che fanno gruppo, parlando del mondo che va a rotoli e del prossimo ticket all’Asl. Aggiungeteci i gruppi di ragazzine urlanti, le fan tipo delle meteore della musica, che assediano gli hotel dove aggiornano i loro temporanei beniamini e rincorrono armate di cellulare qualunque essere vivente degno di un loro selfie, debitamente filtrato e photoshoppato all’occorrenza. E poi ci sono loro, la “gente di spettacolo” (o presunta tale).

Persone e personaggi. Ho visto, parlato con tantissima gente. Gente strana, gente assurda, gente triste, gente straordinaria. Sanremo è un’occasione perfetta per aprirsi una finestra, trasparente e senza filtri, sul mondo dello spettacolo. Dello spettacolo all’italiana, direi. Una serie di morti di fama, come si usa dire sfruttando il gioco di parole, ricoperti da una patina di make-up di plastica. Storie di persone che aspettano Sanremo per appagare con una foto rubata quel senso di vuoto, starlette decadute che ritrovano il senso della vita in una intervista alla radio di provincia. Ho visto le storie di artisti inesperti, gli occhi di chi è spesato ma sa perfettamente che quello è e sarà il suo mondo. Pochi ci riusciranno, lo sanno, ma preferiscono viversi il sogno, pur breve che sia. E poi ci sono le persone veramente importanti e no, non i VIP da xK seguaci che nascondono le proprie falle artistiche dietro lo sciame di followers anonimi e passeggeri. Gli artisti, quelli importanti davvero. Che ne hanno venduti di dischi, calcati di palchi. Che ne hanno abbracciati di fan, incrociati di occhi adoranti. Ma che nonostante tutto, tu li vedi e loro sono lì, persone come tutte che hanno fatto della propria sensibilità un lavoro ed una ragione di vita. E torna un po’ di speranza.

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Comunicatori. Diciamolo, a un personaggio dello spettacolo corrispondono almeno cinquanta tra giornalisti, fotografi, speaker radiofonici. E sì, se avete fatto qualche conto in questi giorni a San Remo ce ne sono stati proprio tanti. È veramente completamente folle osservare questa macchina discontinua di (più o meno) professionisti, piccoli bulloni ed ingranaggi di un meccanismo molto più grande e complesso, assetato di scoop per continuare a sopravvivere. Davvero, continuo inesorabilmente ad interfacciarmi con questo mondo ed ogni volta mi viene proposto uno scenario senza logica, confusione, incertezza. Il tutto mosso da passione, energia allo stato puro. E sapete cosa vi dico, ogni volta mi convinco che questo è il mio mondo, il “mio” posto giusto.

Musica. La musica. Il senso di tutto questo. La protagonista (o quella che dovrebbe essere la protagonista) di questo festival della canzone. Non parlerò di bello e brutto, la musica è sempre arte ed il gusto sempre soggettivo. Posso dire solo di aver visto ancora due fazioni, due mondi, due modi di fare musica, uno del presente e uno del passato, che invece di comunicare ed esplorarsi a vicenda si scrutano di soppiatto, con diffidenza. La musica italiana persiste nel suo legame indissolubile con i tempi d’oro, preferendo la continua evocazione delle glorie del passato ad uno sguardo lungimirante, che guarda al presente e si accinge al futuro.

Anche quest’anno c’è stato il festival di Sanremo, anche quest’anno lo abbiamo guardato e anche quest’anno ci ha fatto sempre tutto schifo. Ma anche quest’anno, come sempre, ci siamo cullati tra le note, gli scandali e i protagonisti patinati di questa sessantottesima edizione.  Perché Sanremo è Sanremo. E noi, gli italiani, siamo sempre italiani.

Grazie a RadUni per avermi dato questa possibilità, qui trovate i podcast, frutto del lavoro di Chiara, Enrico, Francesco, Sara e Silvia in queste folli giornate (e nottate) sanremesi.