Musica

Billie Eilish: quando il personaggio fa la musica

Di Antonio Frattolillo

Questo articolo vuole essere ironico, fino ad un certo punto.

Detto sinceramente, a me Billie Eilish già sta sui cogli*ni. Non tanto per demeriti suoi,
cioè diciamo che lei ci mette del suo, ma perché a soli diciassette anni è già entrata in
quella spirale di eventi trita e ritrita in cui o finisci internata con Britney Spears in un
ospedale psichiatrico o ti ritrovi con Leo Di Caprio a salvare balene da qualche nave
giapponese con tutto il tuo entourage di cameraman ed agenti ad assicurarti la prima
pagina del Times e l’intervista da Jimmy Kimmel.
Comunque per chi non la conoscesse Mrs. Eilish è una ragazza di diciassette anni nata
dall’incrocio di Kurt Cobain ed un acchiappacolore usato, passata agli onori della cronaca non tanto per il suo innegabile talento, ma per essere un personaggio totalmente “fuori dagli schemi” (ci sto provando a non essere troppo sarcastico, giuro) capace di diventare l’idolo di milioni di ragazzini in tempi record. Ah, in più ha la sindrome di Tourette quel tanto che basta da non farti sentire a disagio quando la guardi.
In ogni caso, Billie ha pubblicato un album intitolato “When we all fall asleep where do
we go?” che potete comodamente trovare nelle playlist Spotify di tutti quei ragazzini con malattie neurologiche diagnosticate su Google e negli altri digital store. Ed ora iniziano i (miei) problemi, perché l’album è obiettivamente più che buono. Non un capolavoro sia chiaro, ma qualcosa che sicuramente si distingue dall’oceano di letame che la musica odierna sta producendo.
Nonostante l’apprezzabile e per niente scontata varietà di stili ed influenze tra le canzoni
della tracklist si mantiene però avvinghiata a tutti i principi che costituiscono una canzone POP, creando quell’illusione nell’ascoltatore “profano” di star sentendo qualcosa di veramente alternativo, quando in realtà ci si trova nella stesso minestrone di Katy Perry, Rihanna Adam Levine ecc. con qualche sfumatura più alla American Horror Story.
Non che il POP sia il male assoluto anzi, più che altro risulta fastidiosa, almeno a me, la
tendenza a volerlo condannare ed esorcizzare nella forma per poi sguazzarci dentro nei
modi. Dovrebbero avere tutti l’onestà dei Coldplay, il mondo sarebbe un posto migliore.
I testi alternano momenti di intelligentissima lucidità e critica come in Xanny ad irritanti
momenti da “paxxerella” in canzoni come Bad Guy e Bury a Friend.
Tutto ciò rende veramente complicata una valutazione “uniforme”. Se dovessi valutare
solo e soltanto l’album un 8 non sarebbe per niente un voto rubato. Se invece andassi a valutare ciò che l’artista e il progetto mi vuole lasciare come ascoltatore darei un 3 scarso.
Ragà, in camera ho il santino di Ian Curtis è normale che mi sento preso per il “coolo” da
una ragazzina di 17 anni che vuole a tutti i costi marciare su questo sentimento di
diversità ed alienazione tipica dei teenager del nuovo millennio.
In fondo in fondo mi dispiace, perché ha un sacco di potenzialità a differenza delle sue
colleghe, ma ha già abbracciato in parte il lato oscuro della musica; quello dove dai al
pubblico ciò che vuole pur di rimanere sempre sulla cresta dell’onda. Hanno sicuramente contribuito a questo risultato la sua innegabile bellezza; siate onesti, dove sarebbe Billie Eilish se avesse la faccia di Gemma DelSud (in loving memory) e il suo essere così forzatamente sopra le righe; l’ostentazione a tutti i costi della diversità, che fa tanto omologazione. Mi dispiace perché se questo primo album non è per niente male il
secondo sarà un’operazione commerciale per rendere il tutto quanto più catchy possibile e molto probabilmente non varrà nemmeno la pena ascoltarlo perché non avrà niente di
interessante da dire.
Un consiglio: cercate di capirla la musica, di ascoltarla senza guardare il personaggio.
Provate a concentrarvi solo su ciò che vi arriva alle orecchie e non agli occhi.

Detto ciò, mi dispiace Billie, vorrei amarti anche io, ma il mio cuore è già di Tash Sultana.

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