Sport, Una meta per gioco

La rispettosa accettazione della sconfitta.

di Simona Politano

Domenica scorsa i Dragoni hanno rimediato, purtroppo, una sconfitta, la prima del campionato. L’attenuante c’è ed è che si giocava contro la prima in classifica, contro i più forti. C’è da dire che il campionato è appena iniziato, c’è tempo per riprendersi da questo scivolone, e soprattutto c’è tempo per rimediare e per festeggiare vittorie che di sicuro arriveranno.

Ma vi siete accorti che nel rugby si festeggia anche dopo la sconfitta?
O sono sciroccati, o troppo buoni. Né l’uno né l’altro. Di fondo c’è la rinomata cultura sportiva presente nella palla ovale in maniera quasi ossessiva.

Certo la sconfitta c’è e brucia, fa rosicare. Guai se non facesse questo effetto. Fa anche incazzare, certo. Non è facile per nessuno dover digerire ottanta minuti di corpo a corpo, di fughe in avanti passando la palla indietro e innumerevoli regole che neanche i rugbisti ricordano quando sono in campo.
Uno sport strano questo qui. Si rincorre una palla ovale che può prendere direzioni per niente scontate. Ci si scontra, si va avanti andando indietro, ci si misura sull’equilibrio di forze in movimento. Si vince e si perde come in ogni sport. Ma voi come vi sentirete dopo ottanta minuti di una lotta così complicata?

Frustrati, delusi, arrabbiati.

Questo capita anche nel rugby. Mica sono immuni!

Ho visto facce nere come la pece uscire dal campo nell’ombra. Ho visto pugni chiusi trattenere tutta l’energia possibile per non esplodere.

C’è delusione, ce ne è tanta, ma c’è anche la consapevolezza che la sconfitta fa parte del gioco. Non la si cerca, ma la si accoglie in silenzio e facendo mea culpa. Si prende tutto il buono che la sconfitta porta come la consapevolezza di aver fatto degli errori. Essa costringe a fare i conti con sé stessi e spinge a migliorarsi. Non la si vive come un dramma come in tutti gli altri sport. Non si inveisce contro l’arbitro. Non si sbraita.

Certo, non la si archivia facilmente. Il giorno dopo si sta lì a pensare ad ogni passaggio sbagliato, a maledire quegli imprevedibili rimbalzi ovali. Si pensa a quello che c’è da migliorare, e si ragiona tutti insieme perché il sostegno deve valere dentro e fuori dal campo altrimenti non avrebbe alcun senso.

Ma la cosa che meglio descrive l’accettazione della sconfitta nel rugby è l’esaltazione degli avversari. Questo è quello spirito sportivo che più di tutti viene fuori. Se c’è una squadra che perde, c’è una che vince. A volte la sconfitta non avviene per demerito ma semplicemente per merito altrui e va riconosciuto. Ci si stringe la mano, ci si da una bella pacca sulla spalla, si mangia insieme in quella festa che è il terzo tempo. Insieme: vincitori e vinti.

In fondo è solo un gioco: è questo lo spirito del rugby.

Accettare la sconfitta e onorare gli avversari: sono principi che vengono trasmessi ai rugbisti sin dai primi raggruppamenti.
Solo quando si accetta la sconfitta si può apprezzare una sudata vittoria. Sudata come la meta che raggiungi dopo un astuto gioco di opposizione e collaborazione, passaggi, rimbalzi, fughe e avanzamenti con la palla da tenere ben stretta tra le braccia.

Credo che il saper rispettare la sconfitta nel rugby nasca dalla consapevolezza di quanto sia dura la vittoria.

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