Musica

Calcutta è l’essenza della musica e non ce n’eravamo accorti.

di Antonio Frattolillo

Edoardo D’Erme, in arte Calcutta è un cantautore indie-pop quasi trentenne. Portabandiera della musica indipendente italiana, è sicuramente uno degli artisti più chiacchierati degli ultimi anni e la sua stella sembra davvero lontanissima dallo spegnersi. Il grande pubblico lo ha conosciuto con l’album Mainstream (2015) e l’hype per il suo nuovo disco Evergreen è cresciuto in maniera esponenziale anche grazie ai singoli Pesto e Orgasmo. Lo scopo di questo articolo però non è recensire la sua ultima fatica, ma dare una risposta alla domanda fondamentale da porsi quando si parla di questo cantante: “perché mi piace tanto ‘sto tizio?”.

Parliamoci chiaramente: Calcutta non è un cantante eccelso, e nemmeno un ottimo cantante in realtà. Se gli si dovesse dare un voto sarebbe una sufficienza presa l’ultimo giorno di scuola. Ha un timbro particolare questo è vero, ma in quasi tutte le esibizioni live che ho pescato su Internet spesso “steccava” già alla prima nota.

Da un punto di vista compositivo non è certamente il nuovo Wolfgang Amadeus Mozart, si limita a usare (bene) quei 5-6 accordi classici troppo spesso abusati nella musica pop italiana.

I testi sono a tratti troppo semplici, ricchi di frasi senza un senso logico e con qualche cliché qua e là. I temi trattati sono il sempreverde amore post- adolescenziale e tutte le crisi esistenziali annesse. Ma allora perché Calcutta piace così tanto un po’ a tutti?

Io una risposta abbastanza articolata forse l’ho trovata e l’ho divisa in tre parti:

  1. IL PERSONAGGIO

Calcutta non è solo il personaggio di Edoardo, è un progetto meticoloso che ha portato i suoi frutti col tempo. L’idea dell’artista un po’ anni ‘90 unita al qualunquismo della nostra generazione funziona dannatamente bene e non stanca. Dopo anni di vuoto cosmico c’è finalmente un cantante con un carattere magnetico nel panorama italiano (ah sì, c’è anche Manuel Agnelli, chiedo scusa); uno che non ha bisogno di cantare per catalizzare le attenzioni, gli basta pronunciare una frase, spesso e volentieri nemmeno di senso compiuto. Calcutta è una boccata d’aria fresca, un personaggio duraturo tra tanti cantanti usa e getta che Maria de Filippi e soci ci hanno gentilmente propinato. I suoi collaboratori inoltre hanno avuto spesso intuizioni geniali e sicuramente anticonvenzionali (ultima, quella di fargli fare la presentazione del disco in vari Autogrill) che lo hanno portato alla notorietà nel giro di qualche anno.

  1. SEMPLICE, NON BANALE

Calcutta è semplice, ma non banale. Non è un “turista” nella musica. Sembra avere una grossa consapevolezza dei suoi mezzi e questo gli permette di creare canzoni con arrangiamenti e testi basilari ma mai insipidi. Questa caratteristica colpisce anche l’orecchio dei critici più esperti, che con un bel po’ di coraggio lo hanno accostato a un mostro sacro della musica leggera italiana come Lucio Battisti.

  1. QUESTIONE DI CHIMICA

“Questione di chimica” direbbe la bambina dello spot della Lufthansa. Perché la musica è soprattutto questo. Non importa se alcune frasi dei suoi testi non hanno un senso logico; il senso glielo attribuisce chi ascolta. Ed è bello pensare che anche se canticchiamo tutti le stesse parole in realtà ognuno di noi ne dà un’interpretazione differente. Come quando chiesero a Noel Gallagher degli Oasis il significato di Champagne Supernova e lui rispose: “Non ne ho la minima idea. Ma dimmi, quando hai di fronte 60.000 persone che la stanno cantando, non sanno forse cosa significa? Significa qualcosa di diverso per ognuno di loro”.

Detto questo lascio a voi i commeni, io vado a preparare pasta al pesto con Evergreen in sottofondo! Auf Wiedersehen

PS: “Vestiti da Sandra che io faccio il tuo Raimondo” è la frase più romantica degli ultimi 20 anni di storia della musica mondiale.

 

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