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5 luoghi comuni (sbagliati) sulla musica indie

di Antonio Frattolillo

Se anche tu sei tra quelli che si fanno centinaia di chilometri per andare a sentire quella band “alternative- pop- dance- electronic- industrial- psychedelic” cecoslovacca che suona in una frazione di Velezzo Lomellina in occasione della sagra del tonno in scatola, ti trovi nel posto giusto, questo è l’articolo che fa per te.

Non è un mistero che ormai anche in Italia l’indie fa la parte del leone, non solo tra i gusti musicali dei giovani ma anche nelle radio o in TV diventando a tutti gli effetti un fenomeno di massa. E sapete qual è la cosa bella dei fenomeni di massa? Che portano con sé decine di luoghi comuni e frasi fatte senza le quali noi poveri criticoni non sapremmo cosa fare.

Ho cercato di individuare i 5 cliché più banali e divertenti grazie ai quali ogni hipster si trasforma magicamente in un critico musicale

  1. L’INDIE E’ UN GENERE MUSICALE

Mi dispiace ma non è cosi, l’indie non è un genere musicale. Il termine indie si riferisce alle modalità con cui ci viene presentato un prodotto, lontano dai canoni mainstream. La musica indipendente comprende infatti un’infinità di generi musicali come Pop, Rock, Dance, Rap ecc..

La nostra tendenza è invece quella di associare il termine indie solo ed esclusivamente ad artisti dalle sfumature pop (Calcutta, Gazelle, Coez) o rock (Afterhours,Marlene Kuntz, Verdena) tralasciando un’infinità di artisti con altre inclinazioni musicali.

  1. L’INDIE E’ SINONIMO DI QUALITA’

Come in ogni ambito artistico c’è chi le cose le fa bene e chi le fa male. Tra gli artisti indipendenti il principio è lo stesso. Il problema è che l’ascoltatore medio si autoconvince di avere tra le mani un prodotto di ottima qualità anche quando sente frasi come: “Pesaro è una donna intelligente” oppure “Oh ciao Matilde. E’ tardissimo, sto tornando a casa e ti volevo dire che sono completamente fatto. Fatto di te”. Si giustifica la banalità con termini come “surrealismo”, “dadaismo”, “barocco” (ve lo giuro, non sto scherzando, ho sentito queste cazzate) e si tende a idolatrare artisti mediocri come nuovi prodigi musicali.

  1. L’ INDIE TI RENDE INTELLIGENTE

Questo è il punto che preferisco. Non ho ancora capito la teoria secondo la quale chi ascolta musica indie è cerebralmente superiore alla massa. L’ambiente indipendente è saturo di gente spocchiosa che ti guarda dall’alto in basso se non fai parte della loro stessa loggia massonica. Ogni cosa mainstream è severamente bandita e obbligatoriamente ripudiata. Ogni tipo di musica fruibile da un normale ascoltatore è sicuramente di poco valore e si esalta qualsiasi genere meno conosciuto anche se non si hanno le competenze musicali adatte per dare un giudizio che abbia una parvenza di oggettività. Ciò che questi pseudo luminari hanno dimenticato è che la musica e l’arte in generale deve essere un piacere di cui beneficiare, ognuno secondo il suo grado di conoscenza e con lo stile che più gli piace senza pregiudizi o etichette.

Fine momento filosofico.

  1. L’ INDIE NON E’ MAISTREAM

Forse anni fa era davvero così, l’indie era qualcosa di nicchia a cui solo pochi accedevano, spesso spinti dalla curiosità. Oggi è diverso, Internet ha cambiato anche il modo di intendere la cultura. Tutti posso avere accesso a tutto e da qui nasce la gara a chi ne sa di più. Il problema è che spesso si fagocita musica senza darle il giusto peso, si da un ascolto veloce e si passa avanti.

Sempre più gente conosce e ascolta la musica Indipendente e lo dimostrano i numeri: i ragazzi usciti dai talent show sono costretti a cancellare molte date dei loro tour visto lo scarso seguito, mentre artisti come Carl Brave x Franco126 o Cosmo riempiono i palazzetti e spesso sono costretti a raddoppiare se non triplicare le date dei concerti. Cosa è cambiato allora nel mondo della musica? Semplicemente i mezzi di distribuzione. La Tv e le Radio sono superate; Facebook,  Instagram e Youtube dettano le leggi del nuovo mercato musicale. I social raccolgono dati su quelle che sono le nuove tendenze e le utilizzano per vendere e diffondere vari prodotti.

Facciamo un esempio pratico. Molti hanno sentito dire la frase: “Il vinile è meglio del CD”, ma quanto c’è di vero in questa affermazione? Poco, quasi nulla. Il mito della superiorità del vinile deriva da una differenza fondamentale tra i metodi di registrazione del suono sull’oggetto fisico. Il vinile è analogico, il CD digitale. Il primo è formato da solchi con forme diverse, invisibili all’occhio umano, che a contatto col la puntina crea delle vibrazioni che si trasformano in suono. Il secondo invece è formato da un insieme di suoni scelti tra campioni digitali (44100 campioni possibili al secondo) che il lettore ottico del CD player converte in suono analogico.  Anche se il processo è più lungo e farebbe quindi vincere il vinile che parte già da un suono analogico, i 44100 campioni utilizzati per il CD sono il doppio delle informazioni che un orecchio umano è capace di percepire (22000 Hz) rendendo quindi nulla qualsiasi differenza tra i due formati. Il mito del vinile deriva dunque dalla moda hipster di rivalutare tutto ciò che è Vintage e non ha fondamenti scientifici, ma il mercato ne risente: le vendite di Vinili, oggettivamente più costosi, delicati e ingombranti, sono in netto aumento e quelle dei CD in calo.

  1. L’INDIE E’ INDIPENDENTE

E’ paradossale, ma non è esattamente cosi. L’artista indie per definizione è colui che non è sotto contratto con una delle quattro Major discografiche (Universal, Warner, Sony ed Emi) che gestiscono il 90% del mercato musicale mondiale. C’è però da fare una differenza anche tra le etichette discografiche indipendenti grandi e quelle piccole. Queste ultime sono spesso gestite da singoli individui con budget limitato, in casa o in un garage e chiudono spesso o per mancanza di denaro o per volontà di chi le amministra. Le prime invece danno sì più possibilità all’artista di esprimere la propria idea di musica ma cercano di indirizzarlo verso un percoso non prettamente pop ma comunque remunerativo. In sintesi: più sali e più devi venire a compromessi e questo toglie qualsiasi tipo di indipendenza. C’è poi il caso limite di artisti come Jack White, Trent Reznor o Thom Yorke che dopo un percorso iniziale sono riusciti a “mettersi in proprio” concedendosi una totale indipendenza artistica ed economica.

L’invito finale è quello di vivere la musica con più leggerezza e libertà, valutando l’artista per ciò che fa, non per il contesto che lo circonda. Inoltre bisogna sempre approfondire ciò che si ascolta, anche da un punto di vista differente dal proprio cercando di evitare luoghi comuni e frasi fatte che a volte fanno sorridere, altre un po’ meno.

 

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