Musica

Parachutes e il successo dei Coldplay

di Antonio Frattolillo

Ci sono giorni in cui si ha voglia di ascoltare qualcosa di poco impegnativo, di semplice, ma comunque piacevole. In quei giorni, quasi istintivamente la mia scelta ricade su Parachutes dei Coldplay, un piccolo gioiellino che racchiude dentro se una filosofia musicale ben precisa.

Era il 2000, il nuovo millennio era ormai arrivato, gli Oasis e i Blur avevano da poco finito di farsi la guerra per il trono del Brit pop uscendone entrambi con le ossa rotte. I the Verve si erano sciolti pochi mesi prima e i Radiohead, nonostante il successo di Ok Computer, avevano intrapreso altre strade davvero lontane dai canoni musicali mainstream (quel capolavoro di “KID A” per intenderci). L’Inghilterra aveva la spasmodica necessità di una band da idolatrare, era cosi dai tempi dei Beatles; bisognava difendere il prodotto made in UK ad ogni costo. In questo clima quattro ragazzi di Londra, capitanati da Chris Martin, pubblicarono il loro album di debutto. Gli elementi per il successo ci sono tutti: una accurata ricercatezza melodica, una voce affascinante a tratti malinconica, testi immediati di facile comprensione e soprattutto il tanto agognato ritornello orecchiabile, la pietra angolare dell’ultimo decennio musicale d’oltremanica. Les jeux sont faits, i Coldplay scalano tutte le classifiche e vengono da subito annoverati tra le band più promettenti del nuovo millennio. Nonostante la loro può sembrare un’investitura forzata, questi ragazzi, all’epoca poco più che ventenni, sono davvero bravi e il loro primo disco merita senza dubbio una rapida analisi.

L’album si apre con Don’t Panic, una traccia con un messaggio diretto e positivo: il mondo è un bel posto dove vivere e ognuno di noi avrà sempre una spalla sulla quale appoggiarsi. Nonostante ciò però, il tutto è pervaso da una certa malinconia, complice la melodia e la voce quasi “insicura” di Martin. Si prosegue con Shiver, prima hit vera e propria del disco e probabilmente una delle prime testimonianze musicali di quella piaga sociale comunemente conosciuta come Friendzone. La domanda mi sorge spontanea: se non ce l’ha fatta il buon Chris ad uscirne che speranze abbiamo noi poveri mortali?! Il velo di malinconia si fa sempre più consistente in Spies. La vita è piena di piccole complicazioni che affannosamente proviamo ad allontanare. Gli sforzi risultano però vani e l’unica soluzione possibile è apprezzare le difficoltà per ciò che sono realmente: le sfaccettature più intense della nostra vita. Sparks, traccia numero quattro, è una triste dichiarazione d’amore che Martin decide di fare alla donna amata, promettendo di non deluderla più e di portarla per sempre nel suo cuore, a parer mio, uno dei brani più intensi dell’album. A seguire c’è Yellow, la canzone più famosa e forse più banale del CD. Il paragone con la luce delle stelle era stato pienamente “abusato” già ai tempi di Dante e del Dolce stil novo. Mi auguro sia vera la teoria secondo la quale in realtà questa canzone nasconda un doppiofondo. Circolano infatti ipotesi secondo le quali il brano faccia riferimento ad una ragazza anoressica e al suo possibile colorito giallo e in questa chiave il testo assume tutto un altro significato. Si prosegue con quella che a mio avviso è la canzone migliore del disco: Trouble. Certo, il brano non è una poesia di Prévert o Baudelaire, ma è davvero dolce vedere come, nonostante il protagonista della canzone sia intrappolato in una ragnatela di problemi, il suo pensiero vada alla salvaguardia della persona amata. Poche note di pianoforte davvero penetranti e un basso tanto semplice quanto incisivo rendono davvero piacevole l’ascolto. La traccia successiva, Parachutes, è semplicemente una Shiver in versione tascabile. L’ottava canzone, High Speed, è la più classica rappresentazione del “vivere in una bolla”. Una bolla in cui si fa forte l’incomunicabilità con la persona che si ha accanto, un involucro pronto a schiantarsi ad alta velocità. Continuiamo con We never Change, una delle canzoni più toccanti dell’intera discografia dei Coldplay. Il brano è un invito a lasciarci le cose futili alle spalle e a goderci quelle poche, semplici cose che realmente contano nella nostra vita. Everything’s not lost,l’ultima traccia del CD, è la “canzone della speranza” della band inglese. Il titolo sintetizza il contenuto della canzone. Il tutto risulta un piacevole sottofondo mentre si sta facendo altro (o almeno io ne faccio questo utilizzo). Quest’ultima traccia contiene però una piccola sorpresa: una ghost track intitolata Life is for living, un’analisi introspettiva del protagonista. Una canzone in cui si esorta la persona che si ama a restare nonostante gli innumerevoli errori commessi. Le scelte sbagliate ci rendono persone migliori se riusciamo ad imparare qualcosa da loro.

É facile intuire come il minimo comun denominatore dell’intero album è la semplicità, la quale riesce a permeare nei testi, nei temi trattati e nelle melodie. Proprio questo modo “semplice” di fare musica è stato l’asso nella manica dei Coldplay, il virus che ha contagiato milioni di fan in tutto il mondo e che ha reso il gruppo di Londra la Pop band più importante del nuovo millennio. Questi ragazzi hanno vinto la sfida col tempo, pubblicando ottimi album come  A Rush of Blood to the Head e Viva la Vida or Death and All His Friends.

Se mi è concesso muovere una critica però, la tendenza presa da Martin è compagni negli ultimi anni è quella alla banalità. Gli ultimi lavori sembrano delle grosse operazioni commerciali prive di una vera e propria “anima”. Se considerassimo che i Coldplay sono i “Re Mida” della musica Pop sarebbe anche giusto avanzare la pretesa che traghettino il loro pubblico verso qualcosa di più maturo anche a piccoli passi.

Io per oggi ho terminato, vi auguro un buon ascolto e vi invito a dire la vostra.

Long live Coldplay!

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