Musica

Ok computer

di Antonio Frattolillo

Era il lontano 1997 quando, dopo il discreto esordio con “Pablo Honey” e l’affermazione con “The Bends”, i Radiohead decisero di pubblicare un album che cambierà per sempre la loro carriera e più in generale la filosofia di vita di tutti coloro che anche per sbaglio decidono di ascoltarlo. OK COMPUTER”, musicalmente parlando, è lo spartiacque tra il vecchio e il nuovo secolo; l’abbandono definitivo del Rock n’ Roll nella sua accezione più pura e l’accettazione silenziosa del nuovo millennio fatto di apatia e tecnologia. Thom Yorke e soci (non esattamente le persone con cui ti divertiresti ad una festa) affrontarono a modo loro il rapporto tra l’uomo e la macchina scavando all’interno di un’ anima sempre più alienata dalla società.

Il titolo, citazione al libro di Douglas Adams “Guida galattica per autostoppisti”, lascia percepire la presenza ingombrante delle nuove tecnologie, le quali però non sono al centro del album. Il concept che attraversa le 12 tracce è infatti la delusione che l’essere umano si trova ad affrontare quando si relaziona col mondo che lo circonda, freddo e programmato proprio come un computer.

Partiamo con l’analisi: l’album si apre con Airbag; una iniziale batteria looppata ed un riff veloce e spiazzante, con leggere influenze orientali e un tocco di psichedelia, fanno da sottofondo ad un testo criptico, tanto contraddittorio quanto ironico. La reincarnazione predicata nel buddismo entra in contrasto con l’occidentale airbag, filosoficamente inteso come rimedio alla nostra continua tendenza al fallimento, alla più intima distruzione. Il disco continua con la traccia che è sicuramente la punta di diamante del CD e probabilmente di tutta la discografia del gruppo inglese: Paranoid Android. Potremmo considerarla la “Bohemian Rhapsody degli schizofrenici”. Una canzone divisa in tre parti perfettamente incastrate tra loro (è fortissima l’influenza dei Beatles) che racconta l’Odissea di un ragazzo paranoico nel relazionarsi col mondo esterno. La parte iniziale è un continuo crescendo di sensazioni fastidiose che il protagonista prova quando si relaziona con gli altri (Please could you stop the noise i’m trying to get some rest, from all the unborn chicken voices in my head). Si evince la vana illusione di voler punire i suoi carnefici, i quali, nel suo mondo, rivestono il ruolo di vittime(when I’m King you will be first aganist the wall) . Emerge inoltre la critica ad una società che si affanna nella rincorsa di cose futili nella breve quando incisiva frase “Ambition makes you look pretty ugly, Kicking, squealing GUCCI little piggy” (incredibile come venti anni fa avessero previsto il 90% della scena Rap odierna). Dopo un’ esplosione strumentale che vede protagonisti Jonny Greenwood e la sua chitarra con un assolo futuristico e claustrofobico si passa ad una parte più delicata e introspettiva durante la quale il ragazzo prega affinché la pioggia lavi via tutta la tristezza che lo attanaglia e conclude con un triste quanto ironico “The panic, the vomit, God loves his children yeah” prima della seconda e ultima detonazione strumentale. Che dire, un capolavoro! Il tutto continua con Subterranean homesick alien. Una bellissima melodia accompagna la malinconia di un uomo che assiste inerme al collasso della città che lo circonda sotto i suoi stessi ritmi nervosi e frenetici. Vorrebbe essere rapito dagli alieni e vedere l’universo e il senso della vita e poi tornare sulla terra e raccontarlo a tutti consapevole della forte incomunicabilità con i suoi interlocutori . La canzone successiva fu scritta per il film “William Shakespeare’s Romeo+Juliet”. Exit Music è la trasposizione musicale perfetta per la storia d’amore più famosa della letteratura. Una leggera onda che si schianta come una tempesta sui due amanti che nella loro morte ritrovano la pace eterna. Ve ne consiglio vivamente l’ascolto. La quinta traccia Let Down è un dipinto crudo, ma allo stesso tempo delicato della delusione, il tutto accompagnato da quella che è forse la miglior prova dell’alchimia musicale tra i membri del gruppo. La prossima canzone è sicuramente la più famosa dell’album: Karma Police. Le citazioni a “1984” di George Orwell e alla sua Psicopolizia sono palesi. Questa traccia da voce a più personaggi: la società, la quale chiede a gran voce che chiunque sia diverso dalla massa venga arrestato; la vittima, che nonostante gli sforzi verrà sempre perseguitata e la polizia che punisce chiunque sia d’intralcio ad un sistema programmato e senza umanità. Una grande metafora, come una favola di Esopo, che racconta quanto in realtà la diversità è oggetto di derisione ed esclusione in una massa che si sente libera, ma che non lo è. In Fitter Happier (una pseudo-canzone) una voce fredda, quasi robotica, elenca tutto ciò per cui l’uomo-macchina è programmato: una vita schematizzata e apatica. Electioneering è invece la canzone più politica e meno conosciuta dell’album,davvero troppo sottovalutata anche se è difficile spiccare in mezzo a tutti questi capolavori. Se la perfezione non esiste, la nona traccia è la cosa che probabilmente più si avvicina ad essa. Climbing up the Walls è il dipinto perfetto di un incubo. Thom Yorke mostra tutta la sua fragilità, mentre grazie alle parole riesce a disegnare l’inutile fuga dalle sue paure più profonde. Loro saranno sempre li, anche quando non le vorrà, anche quando sarà tra la gente o con la persona che ama, pronte a scalare ogni suo muro. Il tutto condito da una ricercatezza musicale che altri gruppi non sfioreranno nemmeno con un dito in un’intera carriera. Segue la famosa No Surprises : una ninna nanna dolcissima in totale contrasto col testo. Le ultime parole di un uomo sfinito, la sua resa, l’ultimo “mal di pancia” prima dell’inevitabile omologazione alla società. C’è spazio anche per l’amore in questo album, ma non nella sua forma più classica e sdolcinata: Lucky è la svolta sentimentale che protrebbe cambiare la sorte del protagonista e salvarlo da tutte le ansie e le paure simboleggiate dal disastro aereo. Greenwood con la sua chitarra ricorda vagamente David Gilmour (mica uno a caso) in alcuni brevi passaggi. Chiude il disco The Tourist, un invito a rallentare in una vita in cui tutto corre veloce. La batteria Jazzy in ¾ ed una chitarra leggera e spaziale accompagnano l’ascoltatore nell’ultima tappa di questo percorso.

Stiamo parlando di quello che, a detta di moltissimi critici, è il miglior album degli anni ‘90 e uno dei migliori della storia del Rock. Musicalmente si raggiungono delle vette altissime, l’uso di strumentazioni elettroniche all’avanguardia, la ricerca ossessiva di sonorità particolari e lontane da quelle comuni, ma accessibili a chiunque provenga dalla cultura pop. Testi ispirati e poetici, oggetti di studio in varie università tra cui Oxford. D’ispirazione per decine di band tra le quali Muse e Coldplay, OK COMPUTER è il canto del cigno del XX secolo e l’apripista del XXI.

Well done Radiohead!

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