Cose Belle, Costume & Società

Cose belle: perché le radio universitarie sfornano gli eroi romantici di oggi

di Sara Corrieri

La cosa bella di oggi sa di cartoni di pizza abbandonati e di spirito romantico, di libertà di espressione e di radio universitarie

«By empowering students to add their voices and opinions to the airwaves and connecting listeners to new ideas and artists, college radio fosters creativity, promotes emerging musicians, and serves as a platform for students to engage with one another».

Sfortunatamente non sono parole mie ma, se la domanda fosse “Qual è secondo te il valore di una radio universitaria?”, non avrei davvero niente altro da aggiungere a questa dichiarazione fatta dall’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama nel 2013, durante il terzo anniversario del College Radio Day.

Avete capito bene cari lettori, la “cosa bella” di oggi sono proprio le radio universitarie, queste sconosciute. Lo erano anche per me fino a qualche anno fa ma, credetemi, una volta che ci sei dentro non ne esci tanto facilmente. Una dipendenza senza controindicazioni, per farvela breve.

Eppure, nella consapevolezza del fatto che non a tutti è chiarissimo ciò di cui stiamo parlando, comincerei facendo qualche passo indietro.

Come avrete ben capito, si tratta di emittenti radiofoniche più o meno legate all’ateneo universitario da cui spesso e volentieri prendono il nome. Anche se a volte nemmeno gli studenti ne sono a conoscenza, la maggior parte degli atenei italiani ne ha una ed ognuna con una storia diversa: ci sono radio universitarie storiche e più “sentite” (in tutti i sensi), altre più giovani, molte sono legate tra loro e si sostengono a vicenda attraverso associazioni e partnership, altre si rivolgono più ai propri studenti o verso l’ateneo di riferimento.  Tutte hanno in comune una cosa: sono state create e sono ancora gestite, animate, curate da studenti o ex studenti, per studenti, attraverso il lavoro di altri studenti.

In realtà quella delle radio universitarie non è una tradizione propriamente italiana. La prima college radio nasce negli Stati Uniti nel 1936 presso la Brown University, per poi esplodere negli anni ’60 sull’onda del rock e delle prime contestazioni nei campus. Da allora la radiofonia è stata una parte importante del fenomeno più generale dell’editoria studentesca americana, rivelandosi negli anni un formidabile mezzo di aggregazione e una fucina di talenti. Eh sì, non vi impressionate troppo, ma se ad oggi ascoltate e venerate band  del calibro di U2, R.E.M., the Cure, the Smiths, sappiate che in parte dovete ringraziare una manciata di studenti un po’ stralunati ma dall’ottimo orecchio che hanno passato alla radio i primissimi lavori di quelli che oggi sono considerati mostri sacri.

La storia delle radio universitarie cambia completamente negli anni ’80: da canali un po’meno noiosi per ascoltare le lezioni si trasformarono in una tappa fondamentale per band ed artisti emergenti. Se piacevi lì  allora avevi tutte le carte in regola per diventare popolare. L’influenza delle radio universitarie nel mondo della musica era determinante: da lì passavano le novità, le idee indipendenti, la musica libera da interessi economici che veniva proposta dalle radio commerciali.

Dopo il picco conosciuto con i Nirvana nei primi anni ’90, il ruolo delle college radio è stato drasticamente ridimensionato. Il “primo ascolto” aveva cambiato modalità: adesso le novità musicali passavo per i blog, il file sharing,  poi per lo streaming, fino ad arrivare ai social network.

L’intera economia musicale è cambiata negli ultimi 25 anni, siamo andati avanti e le radio universitarie sono rimaste rigorosamente indietro.

radio 2

Ma nessuno se l’è mai sentita di metterci una pietra sopra e la radio (sia universitaria che commerciale) esiste ancora adesso.  A partire dal 2010 molte università hanno trasferito le loro licenze di trasmissione FM a grandi gruppi editoriali a causa delle difficoltà economiche. Molte hanno smesso di esistere, tante si sono trasferite sul web, nonostante in Italia e nel mondo la maggior parte della radio viene ascoltata in FM. Ma almeno viene ancora ascoltata, e questa è una buona cosa.

Ma torniamo a noi, perché siamo ancora qui a parlare di radio universitarie?

Perché ci sono ancora studenti che si sentono estremamente importanti quando registrano davanti a quel microfono, sono felici sapendo che per ogni singolo minuto che andrà in onda c’è dietro il lavoro di una piccola comunità di suoi “pari”, sono orgogliosi di sentirsi responsabili di esprimere un’ opinione, di sforzarsi nell’essere creativi, sono appagati da quel senso di “famiglia” che nasce inevitabilmente.

Che poi il web sarà anche la tomba di tante cose, ma allo stesso tempo rappresenta l’opportunità per dare alle stesse nuova vita. Stesso discorso per le radio universitarie. Siti web, canali social, podcast che in un certo senso rendono ancora più vicini ad un pubblico giovane e giovanile che ormai vive online, perché non potrebbe iniziare ad ascoltarci anche la radio?

Non mi giudicate se penso fermamente che gli studenti che nel 2017 investono tempo ed energie nelle radio universitarie del loro ateneo siano eroi romantici della contemporaneità. Sono quelli che credono ancora che da una stanza piccola, spesso umida e dimenticata in uno scantinato che sa di cartoni di pizza abbandonati ed esami non dati, dove spesso si fanno errori, si dicono cazzate, si grida la propria indipendenza senza aver paura, possa venir fuori il meglio della musica, dell’università, di loro stessi.

Ho preso ispirazione dalla lettura di questo articolo: Does College Radio Even Matter Anymore?

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