Game of Series

GAME OF SERIES: Narcos

di Gerarda Polito

Soy el fuego que arde tu piel, soy el agua que mata tu sed, el castillo la torre yo soy, la espada que guarda el caudal; tu el aire que respiro yo, y la luz de la luna en el mar, la garganta que ansio mojar que temo ahogar de amor. Y cuales deseos me vas a dar? Dices tu, “Mi tesoro basta con mirarlo, tuyo será, y tuyo será.”

Un’ossessione, un capolavoro, tanto da guadagnarsi il ruolo di suoneria per il mio cellulare e il sorriso di approvazione di tutti i colleghi universitari che erano con me in biblioteca il giorno in cui dimenticai di impostare il silenzioso e a mia madre venne la brillante idea di chiamarmi. Bando alle ciance e alla parte canterina che è in me, siamo qui oggi con un nuovo episodio di Game of Series, la scoppiettante rubrica settimanale di recensioni, consigli e succulenti curiosità sul mondo delle serie tv e del cinema, per parlare, finalmente, dello scottante tema “Narcos”.

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Impossibile non averla sentita almeno nominare, “Narcos” è una serie televisiva statunitense originale Netflix in onda dal 2015 e composta da tre stagioni, ma ancora in corso di produzione. Come suggerisce lo stesso titolo, “Narcos” racconta la vera storia dell’ascesa del traffico di cocaina tra gli Stati Uniti e l’Europa durante gli anni Ottanta. Le prime due stagioni si focalizzano sulla lotta che la DEA (in particolare dell’agente americano Steve Murphy) e delle autorità colombiane (l’agente Javier Pena) contro il re del narcotraffico Pablo Emilio Escobar Gaviriae il cartello di Medellin, mentre la terza, che a mio parere ha perso un po’ di quel dinamismo che ha sempre caratterizzato la serie, sul cartello di Cali, guidato dai fratelli Gilberto e Miguel Rodriguez Orejuela e spalleggiati da Helma “Pacho” Herrera, un gran bel personaggio.

Grazie ad un cast formidabile, la serie tv offre un quadro realistico e dettagliato di ciò che va a raccontare, caratterizzando molto la psicologia dei personaggi, come poche serie tv sul mondo dell’illegalità sono riuscite a fare. Ovviamente si potrebbe dire che il personaggio più riuscito sia proprio Pablo, ed in parte è vero, ma nonostante la sua complessità non eclissa per nulla altri protagonisti della serie; una nota in merito va spesa ad esempio per la madre e la moglie di Pablo, donne sicuramente diverse, ma accumunate da una grande forza e uno straordinario amore, quasi una forma di devozione per lui.

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Ciò che sicuramente si può apprezzare di più nella caratterizzazione di Pablo è il voler mostrare, accanto alla follia e alla brama di onore e potere, la sua umanità. Come sostiene l’agente Murphy in una scena, infatti:

“Quando guardi quel demonio, è una vera delusione, è solo un uomo con la barba lunga perché non si è rasato, grasso e senza scarpe; guardi bene il volto del male e ti ricorda…” Suvvia, NIENTE SPOILER RAGAZZI!

Insomma, si mostra un uomo spietato, capace dei peggiori attacchi terroristici pur di raggiungere i suoi scopi, ma che farebbe di tutto per proteggere la sua famiglia e che di fronte al dispiacere che ciò che è diventato provoca nell’onesto padre è investito dalla pura sofferenza. Ogni singolo personaggio può essere odiato e amato al tempo stesso e anche solo questo sarebbe un valido motivo per cominciare la serie tv, per chiunque ancora non lo avesse fatto (credo sia giunta l’ora, dai!).

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Senza alcun dubbio, nella terza stagione la mancanza di Pablo si sente, di un personaggio così al di sopra del normale da dimenticarsi che non è frutto dell’immaginazione di uno scrittore o uno sceneggiatore, ma una fetta reale della storia contemporanea, ma era anche giusto raccontare l’altra faccia del narcotraffico, per certi versi la peggiore. Sto parlando del cosiddetto narcotraffico “pulito” o “legalizzato”, quello che agisce nell’ombra, che riesce ad insabbiare centinaia, migliaia di morti e a scegliere sempre la strada meno rischiosa per l’incolumità di chi ne fa parte, senza lasciar traccia del proprio operato.

Davvero avete bisogno di altre ragioni per cominciare “Narcos”? Pazzi, eccole qui:

· una serie tv in “lingua originale”, che propone finalmente interi dialoghi spagnoli in spagnolo appunto, evitando qualche osceno doppiaggio.

· ambientazioni degne di nota, probabilmente anche grazie all’attaccamento alle radici dei personaggi della serie

· Javier Pena, interpretato dall’attore Pedro Pascal, l’Oberyn Martell di Game of Thrones, che (oltre allo straordinario fascino) possiede doti attoriali degne di nota, capace di coinvolgere lo spettatore con i sentimenti dai quali è investito egli stesso, dalla rabbia alla tristezza, passando per la frustrazione.

· l’utilizzo di immagini, video e foto, reali, tratte dal repertorio storico di quel tempo, durante alcune scene e durante la sigla che ne arricchiscono l’effetto di veridicità.

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Purtroppo la scelta di produrre un telefilm che denunciasse personaggi realmente esistiti del mondo della criminalità ha avuto le sue ripercussioni: innanzitutto l’omicidio di Carlos Munoz Portal, assistente di produzione di “Narcos”, trovato morto nel bagliaio della sua auto in Messico; inoltre, il fratello di Pablo, Roberto De Jesus Escobar Gaviria, ha “consigliato” alla troupe di assumere dei sicari di protezione, minacciandoli di serie ripercussioni poichè i produttori avevano deciso di girare nei luoghi chiave del narcotraffico senza chiedergli il permesso, con la conseguente richiesta di un milione di dollari di risarcimento per aver sfruttato, senza consenso, l’immagine del fratello.

Mai banale, mai davvero noioso anche nelle scene magari più lente, ho letteralmente amato “Narcos” e non posso non esprimere una votazione più che positiva: 9,5/10.

Prima di lasciarvi, però, ritorna la mia amatissima sezione sulle reali curiosità, che vi lasceranno a metà fra la perplessità e lo sgomento, sulla figura dell’amato/odiato Pablo Emilio Escobar Gaviria:

· la ricchezza di Pablo è stata stimata attorno ai trentacinque miliardi di dollari

· 2500 dollari mensili venivano spesi in elastici per legare le banconote

· bruciò, durante la latitanza, ben due milioni di dollari per scaldare sua figlia in sostituzione del legname, che non era disponibile in quel momento.

· nascondeva il denaro in garage, magazzini, depositi vari o addirittura nel terreno, ma ciò gli provocò la perdita di un’ingente quantità di denaro a causa di ratti, insetti e piogge.

· nella serie la madre di Pablo, Hermilda, è una donna molto materna, complice del figlio, ma nella realtà ha collaborato alla sua cattura, tradendolo per salvarsi la vita.

· la Catedral è davvero esistita: si tratta di una prigione, frutto della collaborazione tra Escobar e il governo colombiano, fatto costruire da egli stesso per esservi imprigionato. L’assurdo erano le regole che vigevano al suo interno: controllo effettuato dai suoi stessi uomini fidati, arredato per soddisfare ogni tipo di piacere e diveritmento (erano presenti campi da calcio e tavoli da biliardo), traffico continuo di droghe e prostituzione, visite familiari, controllo dei traffici di cocaina da parte dello stesso Pablo dalla prigione e impossibilità di avvicinamento per chiunque non fosse autorizzato da lui.

· era un’amante degli animali più strani ed esotici: grazie a traffici illegali era riuscito a comprare e tenere in una delle sue proprietà anche esemplari protetti o a rischio estinzione, come ippopotami, giraffe e ogni tipologia di uccelli.

· era letteralmente adorato dal popolo, specialmente dai poveri residenti nella baraccopoli di Medellin, grazie alle sue opere di carità: costuì parchi, scuole e un intero quartiere, il “Barrio Pablo Escobar” che conta ancora oggi quasi 13mila abitanti.

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Siamo arrivati alle conclusioni di questa recensione-critica, per cui non mi resta che spronarvi un’ultima volta alla visione di questa meravigliosa serie tv e darvi appuntamento a giovedì prossimo con un nuovo episodio di Game of Series.

Stay tuned!

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