Attualità & Territorio

Il mondo tace sulla strage dei rohingya

di Silvia Martignetti

Essere bombardati dal tam-tam di notizie sui social network significa convivere con l’orribile impressione che nel mondo di oggi si muoia più del solito. Per calamità naturali, per guerriglia, per terrorismo. E le stragi, quelle non mancano mai. Stragi etniche. Stragi religiose. Stragi che ti mozzano il respiro dalla nausea, come quella dei rohingya. E se non sapete chi siano, non stupitevi: sulla loro, di persecuzione, aleggia uno di quei silenzi stampa su cui andrebbe steso un pietoso velo di vergogna.

La loro storia in breve: i rohingya vivono principalmente in Birmania e Bangladesh e discendono, probabilmente, da commercianti di fede musulmana che si stabilirono nel paese circa mille anni fa. Sono una minoranza etnica con una loro lingua (il rohingya, appartenente alla famiglia famiglia delle lingue indoarie), in netto contrasto con la maggioranza del paese, buddista. O, forse, sarebbe più corretto dire che la maggioranza buddista del paese è in netto contrasto con loro.

I rohingya non possono spostarsi liberamente. Non viene riconosciuta loro la cittadinanza. Non possono avere più di due figli. Non hanno diritto alla proprietà privata. Non hanno accesso alla sanità e all’educazione. Vivono nella povertà e nell’indigenza in baraccopoli sovraffollate nello stato di Rakhine, Birmania. Più di centoventimila persone sono fuggite nei paesi vicini (Malesia, Thailandia, Indonesia, Bangladesh), i quali, tuttavia, hanno iniziato ad attuare politiche di respingimento nonostante l’emergenza umanitaria. In Bangladesh, il paese che ne ha accolto il numero maggiore, duecentomila rohingya vivrebbero in campi profughi in condizioni igieniche e sanitarie disastrose.

E tutto questo prima che iniziassero le violenze.

Dal 2012 i villaggi dei rohingya sono stati presi di mira da rakhine buddisti, facendo strage di centinaia di loro. E se fino a ieri le autorità birmane erano accusate di non essere intervenute per fermare le violenze, contribuendo alla crisi con politiche discriminatorie – lo scorso primo aprile il governo aveva annullato le carte d’identità temporanee dei rohingya, de facto inibendo in un colpo solo l’unica forma di identificazione ufficiale e il diritto al voto – la verità sembra essere ancora più terrificante.

Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International, infatti, sarebbero state le stesse forze di sicurezza birmane a uccidere centinaia di rohingya, mettendo in atto una campagna sistematica di genocidio per estirpare dal paese la minoranza musulmana. I testimoni oculari riportano che gli assalitori indossavano uniformi riconducibili a quelle delle truppe del Comando occidentale della Birmania, della 33/a divisione di fanteria e della polizia di frontiera. Esse, affiancate da bande di vigilanti autonome, avrebbero circondato villaggi, sparato sui fuggitivi, messo al rogo le abitazioni dando alle cenere i corpi stanchi e innocenti di anziani, ammalati, disabili, usato violenza su donne e  ragazze, alcune disperse, altre, addirittura, ancora nelle mani dei carnefici.

Eppure il silenzio permea la stampa nazionale e internazionale. Sono pochissime le testate, principalmente online, che hanno citato le violenze inaudite subite dal popolo rohingya nel corso di questi ultimi anni. Perché questa strage ammutolisce l’uomo occidentale, mi domando? I rohingya appartengono alla forse classe sbagliata, l’etnia sbagliata, la fede sbagliata?

L’interrogativo mi turba e mi scuote. E intanto il mondo continua a tacere.

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