Game of Series

GAME OF SERIES: My Mad Fat Diary

di Gerarda Polito

Ciao a tutti, miei cari amici, e bentornati! Siamo qui, come ogni giovedì, più precisi di un orologio svizzero, con “Game of Series”, la scoppiettante rubrica di recensioni, consigli e succulenti curiosità sul mondo delle serie TV e del cinema!

Sono orgogliosamente qui per presentarvi e recensire “My Mad Fat Diary”, purtroppo poco conosciuta serie inglese, uscita nel 2013 e della quale mi sono innamorata immediatamente. Prima di lasciarmi andare al mio quasi pietoso lato di fangirl, però, credo sia meglio procedere con ordine.

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“My Mad Fat Diary” è una serie TV prodotta in tre brevi stagioni (rispettivamente sei, sette e tre episodi) e consiste nell’adattamento su piccolo schermo, seppur con sostanziali differenze di avvenimenti, dei diari di Rae Earl, scrittrice inglese che durante l’adolcescenza ha tentato il suicidio e a causa di ciò è stata costretta a trascorrere un periodo della sua vita in un ospedale psichiatrico. Senza cadere negli odiosissimi spoiler (dato che il mio scopo è convincere chiunque non abbia già visto lo show a guardarlo), ecco sostanzialmente cosa racconta questa serie TV ambientata tra il 1996 e il 1998: Rae (Sharon Rooney) è una sedicenne obesa che vive nel Lincolnshire e che, rifacendosi alla storia autobiografica della scrittrice, avendo tentato il suicidio trascorre quattro mesi in un ospedale psichiatrico.

La storia prende il via proprio dal momento in cui Rae esce da questa clinica ed è costretta a ritornare a casa, alla vita che ha lasciato in sospeso. Lungo la strada di ritorno, la nostra protagonista incontra Chloe, una sua vecchia amica, che la invita in un pub per cercare di recuperare il loro rapporto e la inserisce nella sua comitiva di amici: vengono presentati i diversissimi, ma complementari tra loro Archie, Finn, Chop e Izzy. Rae, per paura di essere vista ancora una volta come la stramba ragazzina depressa, decide di non rivelare a nessuno il perché della sua assenza e cerca di rifarsi una nuova vita mantenendo un profilo basso, anche se non sempre le riuscirà semplice per lo più a causa della voglia di dolore che vorrebbe riprovare sulla propria pelle per cercare di star meglio.

Al fine di evitare, o almeno arginare, questi pensieri negativi Rae segue delle sedute con uno psicologo della clinica, Kester Gill, che, anche grazie ai suoi metodi sui generis e al diario di sfogo che le raccomanda di curare giorno dopo giorno, riesce a far vedere alla ragazza una nuova prospettiva di sè e di ciò che la circonda; insomma, dopo le iniziali perplessità, Kester inaspettatamente diventa un vero e proprio punto di riferimento, quella figura quasi paterna che le è sempre mancata. Tra cotte finite male, altre inaspettate amicizie e un rapporto di amore e odio con la propria madre, Rae deve capire come affrontare la vita con tutte le sue problematiche, senza ricadere nei grossi disordini alimentari di cui soffre sin da bambina né nell’autolesionismo.

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Personalmente ho amato questa serie per la schiettezza con la quale vengono affrontati argomenti difficili come la fragilità emotiva, la non accettazione di se stessi, i disturbi alimentari e l’autolesionismo. Non ci sono fronzoli, non ci sono bugie: ti sbatte in faccia la verità, ovvero che non si guarisce da tutto ciò da un giorno all’altro, che le ricadute ci sono e fanno male, che non si supera tutto da soli.

“My Mad Fat Diary” ha saputo commuovermi, divertirmi e farmi arrabbiare come poche serie tv sono riuscite a fare; potrei definirlo un vero vortice di emozione che ti travolge all’improvviso. È una serie che racconta molto del mondo degli adolescenti e lo fa davvero bene. Nonostante il mio rapporto di amore/odio con la seconda e terza stagione, consiglio a chiunque di darle un’occhiata perché le note positive di questo show senza filtri sono moltissime, a partire proprio dalla complessità della protagonista: mi sono rivista moltissimo in lei, nelle sue paure, ma anche nella sua forza e voglia di reagire e di ricominciare da zero.

Una nota di merito spetta senza dubbio all’atmosfera anni ’90 e alla meravigliosa musica che caratterizza la serie TV: dagli Oasis (band preferita della protagonista) ai Radiohead, dai Placebo agli Offspring e agli Stone Roses; ma citerei anche Finn, personaggio maschile molto interessante e di cui, ahimè, mi ero follemente innamorata. Merito anche del suo accento british!

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Cosa state aspettando, allora? Correte a recuperare questa serie nuda e cruda, che saprà farvi rispecchiare inevitabilmente in uno dei suoi personaggi dalla psicologia complessa e variegata.

Voto: 9/10. Mi ha conquistata e farà lo stesso con voi, ne sono certa.

Prima di andare, vi ricordo che vi aspetto giovedì con un nuovo imperdibile episodio della rubrica “Game of Series”. Stay tuned!

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