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“Il castello errante di Howl”: la bellezza è un sentimento

di Assunta De Caro

Ispirato dalla trilogia di Diane Wayne Jones e animato dallo Studio Ghibli, “Il castello errante di Howl” vede il buio della sala cinematografica nel 2004. Durante una visita al mercato di Strasburgo, Miyazaki concepisce l’ambientazione simil-novecentesca, dalle architetture ai valzer, al giogo di una guerra scoppiata tra due regni per motivi non ben specificati; spesso, però, chi se ne ritrova coinvolto non ne è mai a conoscenza, inclusi i due protagonisti di questa storia fantastica.

La protagonista è un’incantevole ragazza nel fiore degli anni e scommetto che vi piacerebbe fosse così, vero? E invece no… o meglio, Sophie per metà pellicola è vittima di una maledizione che la muta in un’adorabile nonnina ultraottantenne. Paradossalmente si trova a suo agio in questa nuova veste tanto da farci dimenticare a tratti che in verità di anni ne ha solo diciotto. La metamorfosi non è altro che l’esternazione di una vecchiaia interiore già presente nella giovane la cui precoce maturità e senso del dovere hanno prosciugato la spensieratezza della sua età. In più soffre del comune complesso di inferiorità dovuto alla non accettazione di sé. Sophie mortifica per prima la sua bellezza perché non crede di possederla e ignora gli innati modi di poterla manifestare che prescindono dall’estetica. La bellezza generalmente intesa è un riconoscimento in canoni sociali, ma non pregiudica un’interpretazione più alta, più personale, come un senso di profonda meraviglia o un modo di sentirsi. Esiste nell’animo di chi sceglie di vederla.

Howl invece è un mago potente quanto irresponsabile, affascinante quanto vanesio: è ingestibile. Emblematica è la scena in cui a causa di una tinta sbagliata i suoi capelli dorati si tingono di nero corvino ed è sull’orlo della disperazione: “Se non si è belli è inutile vivere”. Al tempo stesso, lo stregone anela la libertà e per difenderla crea tante identità, tante maschere dietro a cui nascondersi e fuggire chi vorrebbe sfruttare i suoi poteri per combattere la guerra, la stessa in cui ogni notte interferisce sabotando entrambi gli schieramenti.

Emerge l’eleganza del regista giapponese nel trasporre metaforicamente la brutale realtà, attraverso il genere fantasy o paranormale. La dicotomia tra bene e male è il risultato della fragilità umana, in perfetto stile anti-tolkeniano. Sotto la vanità si cela una gentilezza e un coraggio sopito dalla paura: Howl percorre un cammino inverso a quello di Sophie e per questo sono destinati ad incrociarsi. L’uno imparerà dall’altra a farsi carico delle sue responsabilità e a sua volta aiuterà Sophie a ricordarsi di essere bella. Negli attimi in cui la ragazza raggiunge l’accettazione di sé la maledizione viene sospesa, ma lascerà traccia del suo passaggio nel colore dei suoi capelli, che rimarranno argentei.

Chi è pronto ad affrontare maledizioni e indovinare cavilli di insoliti contratti, si lasci trascinare dall’incantevole mondo creato da Miyazaki, popolato da spaventapasseri nobili d’animo e di stirpe, maghe gelose e personalità politiche di dubbia moralità. Io sono disposta a farmi stregare di nuovo, e voi?

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