Attualità & Territorio

Il silenzio delle innocenti

di Silvia Martignetti

Ho esitato a lungo prima di aprire bocca su quest’argomento. Troppa la rabbia, troppa l’indignazione di fronte a uno dei teatrini social più tristemente avvilenti da qualche anno a questa parte.

I fatti, in breve, li conoscete tutti. Ad Harvey Weinstein, produttore cinematografico del panorama di Hollywood, è stata strappata la maschera perbenista che ha indossato per anni; il suo vero volto è quello di un uomo dagli atteggiamenti coercitivi, violenti, che nel corso degli ultimi trent’anni ha molestato e costretto ad avance sessuali indesiderate un numero impressionante di attrici note e meno note, come Gwyneth Paltrow e Angelina Jolie.

E non basta che le blande giustificazioni che Weinstein, appartenente alla casta dei ricchi e potenti, ha effuso ai giornali dicendosi in procinto di andare “in una clinica di riabilitazione in Europa” per curare la sua “dipendenza dal sesso” siano uno schiaffo in piena faccia alla decenza – uno degli uomini più potenti d’America non solo può permettersi di approfittare dei propri status e potere, soddisfacendo i propri bassi istinti con la sopraffazione e il ricatto, ma anche di avere una faccia di bronzo senza pari.

No, non basta, perché, nonostante le campagne, la sensibilizzazione, l’informazione, nell’anno di grazia 2017 c’è ancora qualcuno che colpevolizza la vittima. Asia Argento, anch’ella finita tra le fauci di Weinstein e costretta a subirne usi e abusi sotto minaccia di veder sfumare la possibilità di una carriera nel mondo dello spettacolo, è stata crivellata dal giudizio senza empatia e senz’anima di una società pregna di misoginia, abituata a giudicare la sessualità di una donna prima ancora delle responsabilità morali di un uomo, in tal caso un datore di lavoro macchiatosi di coercizione, molestie e violenze.

Non si può far pesare su una persona la “colpa” di aver taciuto un ricatto, un abuso per terrore di incorrere nel giudizio altrui quando proprio quel giudizio si fa avvocato, giudice e boia. Vi chiedete perché il vespaio si sia sollevato soltanto adesso, a venti, trent’anni di distanza dall’avvenimento dei fatti? Ora sapete il perché. Se il silenzio di queste innocenti è durato così a lungo, la colpa è anche vostra.

Non resta che l’amarezza di constatare quanta strada i movimenti per la parità di genere debbano ancora percorrere. E, in fondo – molto in fondo – un po’ di speranza, forse. La speranza che un giorno, quando uno stupratore col potere in mano proverà a infinocchiarci con un “Sono cresciuto negli anni sessanta e settanta, quando le regole su come stare al mondo erano diverse”, troveremo il coraggio di rispondergli a tono con un sonoro “Vaffanculo”.

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