Faber: dietro i testi, dentro la storia, Musica

FABER: DIETRO IL TESTO, DENTRO LA STORIA: Il Testamento

di Mario Martino e Miriam Viscusi

DIETRO IL TESTO (a cura di Miriam Viscusi)

Con “Il testamento” assistiamo  al divertente via vai di persone “attorno al letto di un moribondo” viste dalla prospettiva del moribondo stesso. La prima versione del brano risale al 1963, ispirata ad un canto di George Brassens dal titolo “Le moribond” (Il moribondo), fu in seguito riproposto nel 1966 all’interno dell’album Volume III. In formato 45 giri, invece, venne abbinato al brano “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers”.

Ancora una volta De Andrè rovescia le situazioni, ce le fa vedere da una prospettiva inusuale. Con questo brano, anche la sacralità delle ultime ore di un uomo viene scardinata. Tutti coloro che si affollano nel prestare cure al moribondo, vengono visti come ipocriti (chi lo fa per dovere, chi per ricevere qualcosa in cambio, chi perché è il proprio mestiere) e dunque ricevono, in un ideale testamento, quello che si meritano davvero. Con ironia e disillusione il moribondo smaschera le ipocrisie e lascia ad ognuno la sua piccola eredità.

Mentalmente ripassa gli ultimi saluti e la stesura del suo testamento, dialogando con la morte per avere giusto il tempo di finirlo. Ce n’è per tutti: il becchino, i “protettori delle battone”, Bianca Maria, la contessa. C’è anche spazio per la donna amata e che a sua volta lo ha amato. A lei l’uomo lascia i versi meno dolorosi e più belli:

se dalla carne mia già corrosa
dove il mio cuore ha battuto un tempo
dovesse nascere un giorno una rosa
la do alla donna che mi offrì il suo pianto

per ogni palpito del suo cuore
le rendo un petalo rosso d’amore
per ogni palpito del suo cuore
le rendo un petalo rosso d’amore

 

È specialmente nella sua figura che si nota la grande disillusione della morte: la donna più corteggiata si è ridotta a vendere santini davanti a una chiesa per tirare avanti. La fine delle cose smaschera le ipocrisie e le illusioni, lascia solitudine.

Solitudine, tema esplicitato nell’ultima strofa in cui il moribondo si rivolge ai “Cari fratelli dell’altra sponda”, cioè i vivi (ormai l’uomo narrante è sulla sponda dei morti). Coloro con i quali sono state condivise le battaglie, gli amori, gli ideali. Il ricordo è subito inquinato dall’amarezza: Non illudetevi, dice il moribondo, quando si muore si muore soli.

DENTRO IL TESTO (a cura di Mario Martino)

“Quando la morte mi chiamerà/forse qualcuno protesterà/dopo aver letto nel testamento/quel che gli lascio in eredità/non maleditemi non serve a niente/tanto all’inferno ci sarò già”

Tra le righe di questa canzone Faber si prende “la briga e di certo il gusto” di mettere a nudo l’ipocrisia di vari personaggi sociali “intorno al letto di un moribondo”. Il protagonista principale è certamente il moribondo che, partendo dall’ironia ( “quando la morte mi chiamerà/forse qualcuno protesterà/dopo aver letto nel testamento/quel che gli lascio in eredità”) ed approdando al sarcasmo più sottile, lascia ai vari personaggi (familiari, curiosi, avidi e lavoratori) una particolare eredità: il necessario strumento per smascherarsi e mostrarsi alla società per quella che è la propria natura crudele e spietata. L’eredità, alla luce dei testi analizzati fino ad ora, potrebbe rappresentare “la bomba” che mette in crisi i miti e i luoghi comuni. Certamente questa è una bomba vestita d’ironia e sarcasmo, ma pur sempre una bomba…

“ai protettori delle battone/lascio un impiego da ragioniere/perché provetti nel loro mestiere/rendano edotta la popolazione/ad ogni fine di settimana/sopra la rendita di una puttana/ad ogni fine di settimana/sopra la rendita di una puttana”

Il primo tipo sociale ad essere colpito è il protettore. A coloro che vivono, da parassiti, “sopra la rendita di una puttana”, il moribondo lascia in eredità “un impiego da ragioniere” affinché “provetti nel loro mestiere rendano edotta la popolazione”. Sorvolando sull’ironia e sul sarcasmo (non perché secondari ma perché usuali nei testi di Faber) ciò che preme è la seguente riflessione. Perché il moribondo colpisce il protettore e non le battone? La risposta è tutta nella morale deandreiana. Come si evince dall’analisi di testi come “via del campo” e “bocca di rosa” Faber non condanna mai un modello sociale per motivi etici o per mancanza di decoro ma esclusivamente per la falsità di quel tipo sociale; per l’eventuale disonestà o disumanità. Disonesto e condannabile è il tipo sociale del protettore che approfitta della prostituta non certo la prostituta stessa. Così come, in “Don Raffaè” era disonesto e colpevole lo “Stato” che “si costerna, si indigna, si impegna e poi getta spugna con gran dignità” e decisamente più comprensibile (sebbene nel torto) il povero cristo che, non trovando altra soluzione valida, si affida al potere mafioso.

“voglio lasciare a Bianca Maria/che se ne frega della decenza/un attestato di benemerenza/che al matrimonio le spiani la via/con tanti auguri per chi c’è caduto/di conservarsi felice e cornuto/con tanti auguri per chi c’è caduto/di conservarsi felice e cornuto”

L’eredità (o la bomba) che invece il moribondo vuol lasciare a “Bianca Maria” (tipo sociale menefreghista ed indecente) è “un attestato di benemerenza”. Qui il moribondo non colpisce il tipo sociale ma lo usa indirettamente per criticare l’ipocrisia della finta decenza di cui molti si coprono per apparire puri, felici e onesti. Infatti l’attestato di benemerenza avrebbe certamente spianato la strada a Bianca Maria in un’ ottica matrimoniale ma avrebbe causato due grossi danni: nascosto la vera essenza di Bianca Maria ed avrebbe reso “felice” ma “cornuto” chi ci sarebbe “caduto”. Tutto questo per denunciare l’ipocrisia degli status sociali attribuiti dalla fama, dalle istituzioni, dalla legge e dagli attestati perché è solo sotto lo status, oltre l’attestato e dietro la maschera che si cela la vera essenza dell’Uomo.

“sorella morte lasciami il tempo/di terminare il mio testamento/lasciami il tempo di salutare/di riverire di ringraziare/tutti gli artefici del girotondo/intorno al letto di un moribondo”

Il moribondo finalmente libero di vuotare il sacco chiede alla “sorella morte” di lasciargli “il tempo di terminare”. Probabilmente il soggetto è in quella fase della vita in cui si sente lontano dalle costrizioni sociali e riesce ad esprimere ciò che pensa, in una parola: libero. E’ un caso che la libertà coincida con quell’attimo che precede la morte? Assolutamente no! Sebbene non molto esplicitamente, Faber si riserva la facoltà di allegare all’ironico versetto anche la denuncia ad una società che costringe l’individuo alla menzogna fino alla morte, o meglio, fino all’ultimo istante prima della morte. Solo in quel frangente, disinteressato alla propria immagine sociale e al decoro personale, l’individuo si mostra davvero libero ed onesto.

“signor becchino mi ascolti un poco/il suo lavoro a tutti non piace/non lo consideran tanto un bel gioco/coprir di terra chi riposa in pace/ed è per questo che io mi onoro/nel consegnarle la vanga d’oro/ed è per questo che io mi onoro/nel consegnarle la vanga d’oro”

A questa altezza, il moribondo si rivolge al tipo sociale del lavoratore e precisamente del “becchino”. Divertente la trovata poetica che sintetizza il suo mestiere “coprir di terra chi riposa in pace” ma decisamente più meritevole, a mio avviso, è il sarcasmo racchiuso nel verso “ed è per questo che io mi onoro nel consegnarle la vanga d’oro” in cui probabilmente vi è la critica all’ipocrisia e alla futilità di un nuovo status sociale quello del lavoratore impeccabile e distinto che viene premiato con una “vanga d’oro” per la sua affezione al lavoro. Un premio che non ha alcun rilievo sociale ma solamente un valore estetico.
D’altro canto, cambiando totalmente interpretazione, c’è anche chi legge in questi versi l’elogio sincero del moribondo al becchino. Il premio della vanga, sarebbe in questo caso, un premio ad un lavoratore che molto spesso è considerato poco nobile.

“per quella candida vecchia contessa/che non si muove più dal mio letto/per estirparmi l’insana promessa/di riservarle i miei numeri al lotto/non vedo l’ora di andar fra i dannati/per rivelarglieli tutti sbagliati/non vedo l’ora di andar fra i dannati/per rivelarglieli tutti sbagliati”

Ai piedi del letto del moribondo c’è anche “quella candida vecchia contessa”, un tipo sociale reazionario e superstizioso come si evince prima dal titolo di contessa e poi dalla passione per i “numeri al lotto”. Qui il moribondo sceglie di smontare l’aurea di purezza (candida) e nobiltà che circonda il personaggio facendo leva sulla sua debolezza: la superstizione che certamente abbassa l’asticella di nobiltà di una contessa nell’immaginario sociale. Che figura per “quella candida vecchia contessa”! Smascherata e derisa!

“quando la morte mi chiederà/di restituirle la libertà/forse una lacrima forse una sola/sulla mia tomba si spenderà/forse un sorriso forse uno solo/dal mio ricordo germoglierà/se dalla carne mia già corrosa/dove il mio cuore ha battuto un tempo/dovesse nascere un giorno una rosa/la do alla donna che mi offrì il suo pianto/per ogni palpito del suo cuore/le rendo un petalo rosso d’amore/per ogni palpito del suo cuore/le rendo un petalo rosso d’amore”

Ma come già detto in precedenza, in questa triste e sarcastica canzone Faber riserva anche uno spazio (come in ogni brano) alla speranza e all’amore. Il moribondo porterà con se la speranza che “forse una lacrima, forse una sola, sulla mia tomba si spenderà, forse un sorriso, forse uno solo, dal mio ricordo germoglierà”. Il pensiero vola allora alla donna amata e che a sua volta lo ha amato. A lei il moribondo canta i versi più dolci e sinceri: “se dalla carne mia già corrosa, dove il mio cuore ha battuto un tempo dovesse nascere un giorno una rosa, la do alla donna che mi offrì il suo pianto, per ogni palpito del suo cuore le rendo un petalo rosso d’amore, per ogni palpito del suo cuore le rendo un petalo rosso d’amore”.

“a te che fosti la più contesa/la cortigiana che non si dà a tutti/ed ora all’angolo di quella chiesa/offri le immagini ai belli ed ai brutti/lascio le note di questa canzone/canto il dolore della tua illusione/a te che sei per tirare avanti/costretta a vendere Cristo e i santi”

Dall’amore alla delusione d’amore. Il moribondo rivive anche i momenti della sua vita sentimentale più bui. Così alla figura della donna amata oppone, a distanza d’un verso, la “cortigiana che non si dà a tutti”. Quest’ ultima, col suo atteggiamento schivo e a suon di rifiuti, si è autocondannata ad una vita obbligata all’angolo di una chiesa, ridotta a vendere figure di Santi e di Gesù Cristo. A lei il moribondo lascia in eredità le tristi parole di questi versi, il dolore di un’illusione costatagli la possibilità d’un amore.

“quando la morte mi chiamerà/nessuno al mondo si accorgerà/che un uomo è morto senza parlare/senza sapere la verità/che un uomo è morto senza pregare/fuggendo il peso della pietà”

Avviandosi alla conclusione, il moribondo incupisce ancora di più il contenuto riservandosi, al contempo, le riflessioni più tristi e generali sulla vita. Ciò che rende particolarmente triste il moribondo è la consapevolezza che nessuno si soffermerà sulla sua vita condotta, incessantemente, alla ricerca della verità che però non ha mai trovato, né nella religione (“senza pregare”), né nelle persone ipocritamente mascherate. L’uomo sta per morire senza aver raggiunto la meta della verità ma sicuramente, “fuggendo la pietà” morirà privo di sassolini nella scarpa, con la soddisfazione di essere stato libero, almeno per un momento; sul punto di morte.

“cari fratelli dell’altra sponda/cantammo in coro giù sulla terra/amammo in cento l’identica donna/partimmo in mille per la stessa guerra/questo ricordo non vi consoli/quando si muore si muore soli/questo ricordo non vi consoli/quando si muore si muore soli.”

Nella strofa finale c’è spazio anche per l’eredità di tutti gli altri “cari fratelli dell’altra sponda”; della sponda dei vivi, di coloro che sono sul sicuro argine della vita. La conclusione è tipicamente deandreiana; è una conclusione di quelle che lasciano l’amaro in bocca ma che, sebbene in maniera cruda, consegnano una indiscutibile ed oggettiva verità. Il moribondo si addentra in una profonda riflessione sulla solitudine dell’uomo ed inizia a ricordare tutti coloro che lo hanno accompagnato nel viaggio della vita. In particolare ricorda coloro con i quali ha condiviso le battaglie, gli amore, le idee e le passioni. Tuttavia, il ricordo non distoglie il moribondo dalla pessimistica riflessione sulla solitudine ed improvvisamente compare, sfumando tragicamente il finale, un’amara ammonizione: “questo ricordo non vi consoli, quando si muore si muore soli”. Dunque, ai vivi, il moribondo lascia in eredità l’unica verità che nessuno può mascherare in nessun modo, quella cruda ma oggettiva legge della natura per cui si muore soli. Il tema della morte è stato ampiamente trattato da De Andrè, penso a “La ballata degli impiccati”, “La ballata del Michè”, “La ballata dell’amore cieco”, “La ballata dell’eroe”, “Morire per delle idee”, “Preghiera in gennaio”, tutte canzoni che affrontano il tema da un angolazione diversa ma tutte esprimo, in fondo, quello che viene detto esplicitamente in quest’ultima strofa: “tutti morimmo a stento” (dopo battaglie, amori, illusioni e delusioni) e soli!

 

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