Lavoro, Marketing & Economia, Le interviste

Predatori del lavoro perduto

di Silvia Martignetti

Roma a Ferragosto è una città fantasma, svuotata. La metropoli sonnecchia pigramente tra cittadini in fuga verso lidi marittimi e pendolari in vacanza. Nelle sue viscere lo stridere garrulo della metro si affranca, per una volta, dall’assalto quotidiano dei suoi tre milioni di abitanti. La nostra finestra si affaccia su un parchetto di periferia che l’estate ha spennellato d’ocra, un mare d’erba secca incalzato dallo scirocco e dal frinire dei grilli. Al mio fianco Mina (nome di fantasia), un’amica di vecchia data, sorseggia il suo caffè. Le ho chiesto di condividere la sua esperienza di giovane laureata alla ricerca di occupazione.

Due parole su di te.

Mina, ventiquattro anni, vivo a Roma con i miei genitori e un cane che adoro, ho una laurea triennale in Scienze Archeologiche.

Perché hai scelto questo percorso di studi?

È una passione che ho avuto fin da piccola. Quando andavo all’asilo gli altri bambini dicevano “Io voglio fare il pompiere”, “Io la ballerina”, e io, una gnappetta di tre anni, “Io voglio scavare i dinosauri!” Dai dinosauri sono passata ai reperti, dalla paleontologia all’archeologia. È una passione che è cresciuta col tempo guardando “Superquark”, seguendo Piero e Alberto Angela e serie TV come “Stargate SG-1”, e, soprattutto, appassionandomi alla storia.

Te ne sei pentita?

Pentita esattamente no, alla fine ho studiato qualcosa che mi piaceva, è stata una soddisfazione prendere una laurea in qualcosa che avevo sempre detto di voler fare. Forse, però, tornando indietro, avrei scelto qualcosa di più utile a livello lavorativo.

Parlando di lavoro, com’è andata la ricerca nel campo dell’archeologia?

È stato molto complesso, qua in Italia non puoi fare niente. Devi avere agganci, soprattutto, e riuscendo a farti notare dai professori magari puoi diventare assistente. Se vuoi fare l’archeologo in Italia devi lavorare in cooperativa, che è complesso, tante volte vieni pagato poco o nulla ed è difficile riuscire a viverci. So di persone che continuano sì a fare gli assistenti in università, ma hanno il coniuge che fa un altro lavoro, la famiglia alle spalle…

Verso quali lidi ti ha spinto la difficoltà a cercare lavoro?

Sono una persona abbastanza aperta, per me il lavoro è lavoro, non mi sono posta dei limiti. Certo, ci sono alcuni campi che sento lontani da me, come quello legale. Qui a Roma c’è stato un concorso per assistenti legali per il quale ho provato a studiare, ma era qualcosa di completamente avulso da me. Così ho prima ho trovato lavoro in un ufficio di amministrazione condominiale; dopodiché un altro lavoro con un paga un po’ superiore, faccio la venditrice online.

Secondo la tua esperienza, quali sono le principali difficoltà di un giovane laureato senza sbocchi in Italia?

Oggi trovare lavoro nel campo che hai studiato, a meno che non sia un campo specifico, è molto difficile. Pensa che a Roma ci sono più avvocati che in Francia. Uno si deve adattare con quello che trova. Ti chiedono comunque esperienza, e non tutti ce la fanno a lavorare e studiare insieme, tante facoltà sono anche a frequentazione obbligatoria.

E il guadagno?

Anche guadagnare non è facile, ti propongono contratti a poco, stage… se ti propongono più di trecento euro sei fortunato. Il mio stipendio con il nuovo lavoro si è un po’ alzato, ma non è una cifra che ti permette di vivere da sola qui a Roma, in periferia un bilocale ti viene affittato a ottocento, novecento euro. Io sono “costretta” a rimanere a casa coi miei, anche se per fortuna per loro non è un problema e ci aiutiamo a vicenda.

A che età progettavi di diventare indipendente e andare a vivere da sola?

Quando sei piccolo dici sempre “Ah, a diciotto anni posso fare quello che voglio, me ne vado di casa!”, ma una volta che ci arrivi ti rendi conto che non è esattamente così. Diciamo che chi si trasferisce per l’università ha un assaggio di libertà in più che io, frequentandola a Roma, non ho avuto. Però sì, diciamo che a quest’età pensavo di essere già andata a vivere da sola. Vorrei andarmene per un senso di indipendenza personale. Sono molto fortunata, i miei genitori non mi fanno pressioni… ma c’è gente che non riesce ad andarsene di casa e ha trentacinque anni.

Quindi non ti diresti realizzata nella vita.

Direi che ci sto lavorando. Sono contenta di aver finito il mio percorso di studi – ho deciso di non continuare con la magistrale, sapevo che non sarei riuscita a trovare lavoro in questo campo, ho preferito cercare lavoro e mettere da parte un po’ di soldi. Mi sto impegnando nel mio lavoro, cercando di tornare a casa stanca ma soddisfatta.

Hai detto che, se potessi tornare indietro, forse avresti cambiato il tuo percorso di studi.

Archeologia è sempre stata la mia passione, ma, checché se ne dica, diciotto anni sono pochi, quindi forse col senno di poi avrei scelto una facoltà che mi avrebbe aperto qualche sbocco in più. Per esempio, mi sarebbe piaciuto molto studiare Lingue, qualcosa che mi consigliò anche la mia professoressa, però ci si dice “Ho deciso di fare quello, farò quello per sempre!” e solo poi ti dici “Ma forse…?”

Molti giovani italiani scelgono di trasferirsi all’estero per realizzarsi nel lavoro. Tu lo faresti? E se sì, dove andresti?

In realtà ho sempre rivolto un pensierino al trasferirmi all’estero, sono un’appassionata di lingue a cui piace impararne di nuove e sfruttarle, a cui piace viaggiare e vedere posti nuovi, e ora la cosa si sta rafforzando. Se non dovessi riuscire a trovare un lavoro stabile, sinceramente me ne andrei. Quando ero piccola dicevo “Andrò in Inghilterra!” Ma, dati i recenti sviluppi… (ride) non mi sembra una grandissima idea. Sto puntando alla Francia, è un paese che amo molto, ne sto imparando la lingua, ci sono stata diverse volte da turista e mi sono sempre trovata bene.

Se ti trasferissi all’estero, credi che ti mancherebbe a tal punto l’Italia da tornare?

Penso che se ci trova bene con le persone e il lavoro, la nostalgia arrivi fino a un certo punto. Non penso che tornerei indietro in pianta stabile. Tornare qui sarebbe molto complesso, non ci sono sbocchi, è difficile trovare lavoro, ci sono persone che hanno cambiato sei o sette lavori, continuano con contratti a tempo determinato, dopo tre mesi sono mandate via. L’Italia non è un paese che ti invoglia a rimanere.

Concludiamo l’intervista con una domanda classica: come ti vedi tra dieci anni?

Sottoterra! (Scoppia a ridere). No, scherzo. Tra dieci anni spero di avere un lavoro stabile e di essermi completamente realizzata in un lavoro che mi dà soddisfazioni, sono una persona che si impegna e vuole dare il massimo. Spero di vedermi in Francia, possibilmente a Lione. Come dice sempre mia madre, “La cosa importante è che ti realizzi e hai una stabilità economica, il resto viene dopo”.

Dalla chiesetta del quartiere un tintinnio di campane rimbomba all’improvviso tra gli edifici appisolati. Taciamo, l’odore di caffé nelle narici, il caldo torrido che ci preme addosso e una finestra che si apre su un quartiere periferico della città eterna e un orizzonte incerto che non si scorge.

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