Faber: dietro i testi, dentro la storia

Faber: dietro i testi, dento la storia: Il ballo mascherato

di Mario Martino e Miriam Viscusi


DIETRO IL TESTO (a cura di Miriam Viscusi)
Ci caliamo ancor una volta nelle atmosfere di Storia di un impiegato. Il ballo mascherato, un brano non troppo conosciuto ai più, costituisce la fase iniziale di quel sogno che è tutto l’album.
È la terza traccia (terza se non si considera l’introduzione); ci troviamo al ballo mascherato cui l’impiegato prende parte. Nella stessa stanza si trovano, discutono e si confrontano, proprio come durante una festa,  personaggi famosi della storia o della letteratura. Cristo, Edipo, Nobel, la Madonna. Perfino Dante, rappresentato come uno spione invidioso che in modo geniale ha reso [speciale] una storia d’amore comune come quella di Paolo e Francesca.
C’è la statua della Libertà, identificata con la matrigna di Biancaneve, che fa a gara di bellezza con la Pietà (di Michelangelo). C’è Trafalgar, che <<implora una Sant’Elena>> cioè vorrebbe essere notato, vorrebbe (<<anche in comproprietà>>) una certa fama. Come quella che è toccata a Napoleone forse, il quale è ricordato dai posteri sebbene sconfitto.
Questo assortimento di personaggi non è casuale: ognuno di loro rappresenta infatti una sfumatura di potere. Il ballo mascherato della celebrità non è altro che una sfilata delle diverse tipologie di potere, tutte uguali, tutte mascherate da quello che non sono, tutte ugualmente opprimenti.
Gesù, il potere religioso, Trafalgar, quello storico. Il potere politico al fianco di quello culturale (Dante), a pochi passi dall’onnipresente potere morale. Per concludere, il padre e la madre. Rappresentanza di un potere familiare contro il quale l’impiegato sente da sempre il forte bisogno di ribellarsi.
L’unico rimedio è la bomba. Far saltare in aria tutto, smascherare queste ipocrisie. Ed è qui, infatti, al ballo mascherato, che l’idea della bomba (che si attua poi nel Bombarolo, qualche traccia più in là) prende forma. Senza anticipare troppo (anche se ne abbiamo già parlato qui), la violenta ribellione fallisce.  Forse a volerci dire, con scoraggiante cinismo, che l’ipocrisia del potere è troppo potente perché un singolo individuo la vinca.

DENTRO AL  TESTO (a cura di Mario Martino)
Cristo drogato da troppe sconfitte/cede alla complicità /di Nobel che gli espone la praticità/di un’eventuale premio della bontà/Maria ignorata da un Edipo ormai scaltro /mima una sua nostalgia di natività/io con la mia bomba porto la novità/la bomba che debutta in società/al ballo mascherato della celebrità.
Come detto in precedenza, questa canzone rappresenta un sogno dell’impiegato, un’esperienza onirica nella quale, con l’esplosivo, il protagonista vuol far saltare tutte le maschere di ipocrisia ai simboli del potere espresso in tutte le sfaccettature: culturale, parentale, politico,ideologico, religioso etc. Al potere, l’impiegato, non ancora “bombarolo” ( lo diventerà qualche traccia dopo) vuol togliere la maschera, delegittimarlo, smitizzarlo. L’obiettivo è rendere tutti umanamente uguali e quale migliore strumento per un giovane ribelle sessantottino se non una bomba?
Si parte col potere religioso e subito viene coinvolto Cristo, simbolo della fede cristiana e mito della religione che malgrado gli innumerevoli tentativi non è riuscito  ad imporre la sua rivoluzione egalitaria. Se dopo duemila anni gli uomini non sono ancora uguali tra loro (e qui si può liberamente intendere ogni tipo di uguaglianza) significa che Cristo ha fallito nella sua nobile rivoluzione; significa che è ancora una volta perdente e allora “drogato da troppe sconfitte” il mito religioso, capace fino ad allora di resiste alle più insidiose tentazioni, questa volta “cede alla complicità di Nobel” (inventore della dinamite) ed inizia a credere nella praticità di una soluzione nient’affatto solidale ed ortodossa: la bomba. L’esplosione, azione antitetica agli ideali cristiani ma decisamente pratica, viene a rappresentare, per un Cristo stanco e spazientito dalle troppe sconfitte ( e quindi un Cristo finalmente umano che è capace di stancarsi, di perdere la pazienza) l’unica e drastica soluzione per portare l’uguaglianza. “Una bomba quando esplode fa davvero gli uomini tutti uguali” ( Rein- EST). Successivamente si passa ad un altro mito religioso: la natività di Maria. Anch’essa umanizzata, Maria si ritrova allora ad essere ignorata da Edipo, figlio-marito. Inoltre la donna comprende l’anormalità del suo celeste parto e “mima una sua nostalgia di natività” desiderando un parto umano, un parto uguale a quello delle altre donne. Mentre accade tutto ciò, mentre Cristo e la Madonna stanno umanizzandosi e perdendo la loro maschera mitica, il protagonista con la sua bomba porta la novità in una società ipocrita dove ognuno indossa la propria maschera intento a mantenerla incollata al proprio volto ad ogni costo per difendere la propria reputazione, salvaguardare la propria mitica immagine. Ma “le “celebrità” non sanno che al ballo mascherato” sta per arrivare una novità: l’esplosione che li renderà tutti uguali.
Dante alla porta di Paolo e Francesca/spia chi fa meglio di lui/lì dietro si racconta un amore normale/ma lui saprà poi renderlo tanto geniale/E il viaggio all’inferno ora fallo da solo/con l’ultima invidia lasciata là sotto un lenzuolo/sorpresa sulla porta d’una felicità/la bomba ha risparmiato la normalità/al ballo mascherato della celebrità.
Poi è il turno di Dante, il sommo poeta (capace di rendere ogni cosa “tanto geniale”) viene ritratto come un guardone intento a spiare Paolo e Francesca che riescono, in amore, a far meglio di lui ovvero a rendere l’amore, pur peccando, estremamente umano. Dante, ora che ha compreso la libertà, sebbene fugace, entro la quale vivono Paolo e Francesca, resta da solo nell’inferno che ha creato e nel quale aveva indirizzato i due amanti. E’ l’unico caso, quello di Paolo e Francesca, in cui “la bomba ha risparmiato” di esplodere. Infatti, in quanto portatrice di normalità ed uguaglianza, la bomba è superflua in una realtà dove c’è umanità, dove le maschere sono già cadute oppure non sono mai esistite. L’amore che Dante aveva condannato viene “assolto” dalla bomba. In un nuovo mondo dove i canoni di giusto e sbagliato, umano e disumano, bene e male, sono ristabiliti, tutto sarà- come vedremo- stravolto e/o messo in discussione. Con l’arrivo della normalità nulla sarà così “perché è sempre stato così” oppure “perché si è sempre fatto in questo modo”; tutto sarà estremamente diverso, meravigliosamente umano.

La bomba non ha una natura gentile/ma spinta da imparzialità/sconvolge l’improbabile intimità/di un’apparente statua della Pietà/Grimilde di Manhattan, statua della libertà/adesso non ha più rivali la tua vanità/e il gioco dello specchio non si ripeterà /”Sono più bella io o la statua della Pietà “/dopo il ballo mascherato del celebrità.
La bomba, sebbene non risulti affatto gentile, esplodendo e ammazzando tutti i presenti che siano ricchi o poveri, poeti o ignoranti, cristiani o musulmani potenti o meno, è l’unico strumento “spinto da imparzialità”. Addirittura, la bomba della normalità arriva a sconvolgere addirittura il rapporto tra potere e amore caratteristico della famiglia. Così la Madre (simbolo dell’autorità e del potere) della  Statua della Pietà di Michelangelo viene accusata di essere ipocrita nella sua “improbabile intimità” con Cristo (simbolo della ribellione). Affermare che esista intimità tra Madre e Figlio ( ripeto: in questo caso potere e ribelle) sarebbe come affermare di aver visto chiacchierare amichevolmente un poliziotto ed un assassino; “il pescatore” ed “i gendarmi”.
Prendendosi una pausa dal processo di delegittimazione ed umanizzazione del potere, la bomba va a mettere in discussione il concetto di libertà. Con un sottile gioco di parole, Faber associa Grimilde (matrigna di Biancaneve) alla statua della libertà di Manhattan. Il risultato è “Grimilde di Manhattan”. Con questo sottile espediente De andrè apre un dibattito socio-politico sul tema della libertà sessantottina. Infatti i sessantottini rifiutano di associare il proprio ideale di libertà ad una statua (quella di Manhattan) figlia di una rivoluzione che in realtà ha portato a nuovi poteri. La statua della libertà è per i sessantottini una Grimilde, una matrigna, non una vera madre.La statua della libertà è quindi quella Grimilde vanitosa che si chiede allo specchio “chi è la più bella del reame?” rassicurandosi ogni volta di essere la più bella ed in questo caso la più giusta, la sola paladina della libertà che tenta di imporre il proprio concetto di libertà al mondo intero (va da sé la critica alla politica americana pseudo civilizzatrice degli anni 60’). Ma la Grimilde di Manhattan non deve temere, non dovrà più chiedersi “Sono più bella io o la statua della Pietà? “, non dovrà più aver paura del confronto libertà mercantile-libertà famigliare perché dopo l’esplosione non ci sarà più nessun potere. Non ci saranno né madri né matrigne. Né Grimilde Né Pietà.
Nelson strappato al suo carnevale/rincorre la sua identità/e cerca la sua maschera, l’orgoglio, lo stile/impegnati sempre a vincere e mai a morire/Poi dalla feluca ormai a brandelli/tenta di estrarre il consiglio della sua Trafalgar/e nella sua agonia, sparsa di qua, di là/implora una Sant’Elena anche in comproprietà/al ballo mascherato della celebrità.
Un mito, quasi un santo, per gli inglesi l’ammiraglio Nelson è l “autorità” per eccellenza. Leggenda vuole che ferito gravemente nella battaglia di Trafalgar contro i francesi, il mitico ammiraglio non morì se non dopo la fine della battaglia e la vittoria degli inglesi grazie ad un colpo di genio, “un consiglio” tirato fuori dalla sua “feluca”. Insomma un semidio capace di far attendere la morte, impegnato sempre a vincere e mai a morire, nemmeno sul punto di morte. Agonizzante, sul punto di morte, Nelson viene ad umanizzarsi. La bomba fa cadere la sua maschera di paladino della Patria e acerrimo nemico di Napoleone. Infatti, pur di non morire Nelson invidia l’esilio e addirittura “implora” la sorte del suo nemico Napoleone sperando in una “Sant’Elena anche in comproprietà” ovvero sperando di esser esiliato e condividere il resto della vita con il nemico di sempre piuttosto che morire. La metamorfosi è avvenuta, Nelson non è più un semidio ma un uomo che, come tutti gli uomini, ha paura della morte e sarebbe disposto a mandare al diavolo ogni principio patriottico e/o morale pur di vivere.
Mio padre pretende aspirina ed affetto/e inciampa nella sua autorità/affida a una vestaglia il suo ultimo ruolo/ma lui esplode dopo, prima il suo decoro/Mia madre si approva in frantumi di specchio/dovrebbe accettare la bomba con serenità/il martirio è il suo mestiere, la sua vanità/ma ora accetta di morire soltanto a metà/la sua parte ancora viva le fa tanta pietà/al ballo mascherato della celebrità.
Dopo aver smontato anche il mito della guerra e del colonialismo (l’ammiraglio Nelson), l’impiegato passa ai miti della famiglia: il padre e la madre. Entrambi mascherati, i due genitori sono i primi protagonisti del “ballo mascherato” che incontriamo nella vita.Il padre sempre diviso tra la voglia d’affetto e di cure (aspirina ed affetto) e l’autorità che la sua veste sociale gli impone non riesce ad uscire dalla contraddizione insita nella sua stessa figura. Che immagine autoritaria darebbe un padre padrone se chiedesse affetto (una virtù ritenuta, nella società borghese, prettamente femminile) ? Il ruolo che la società gli ha affidato lo blocca, lo ingessa nella sua divisa di padre severo ed autoritario e negli attimi di debolezza, quando (come ogni umano) vorrebbe affetto, “inciampa nella sua autorità” ma prima di spazientirsi, prima di esplodere, difende fino allo stremo il suo decoro, la sua mitica immagine. Poi abbiamo la madre, la buona madre borghese simbolo dell’autocommiserazione che “si approva in frantumi di specchio”. Per lei non dovrebbero esserci grossi problemi nell’impatto con la normalità, ella “dovrebbe accettare la bomba con serenità” perché “il martirio è il suo mestiere, la sua vanità”. La madre, come il padre, è talmente ingessata nel personaggio che accetterebbe, addirittura, di morire “soltanto a metà” per poter compiangere la parte ancora in vita. Insomma, la famiglia più di ogni altra realtà mitica borghese è capace di resistere fino alla fine. E’ chiara la critica ad un sistema di valori che ha fatto della famiglia un covo di autorità, ipocrisia e potere praticamente indistruttibile in cui anche l’esplosione di una bomba ha difficoltà a portare la normalità, a rendere tutti umanamente uguali.
Qualcuno ha lasciato la luna nel bagno/accesa soltanto a metà/quel poco che mi basta per contare i caduti/stupirmi della loro fragilità/e adesso puoi togliermi i piedi dal collo/amico che m’hai insegnato il “come si fa”/se no ti porto indietro di qualche minuto/ti metto a conversare, ti ci metto seduto/tra Nelson e la statua della Pietà/al ballo mascherato della celebrità.
L’opera è quasi compiuta. L’impiegato ha ormai eliminato praticamente ogni ostacolo che si interponeva tra sé e la propria idea di libertà. Ne resta solo uno: l’amico, colui che gli ha insegnato il “come si fa”, colui che gli ha insegnato a ribellarsi. Prima di uccidere anche quest’ultimo il ribelle impiegato si ferma a contare i caduti e rimanere meravigliato della loro estrema fragilità; il protagonista si stupisce di come miti secolare come Cristo, Dante, Nelson, il Padre, la Madre e la Libertà siano caduti come birilli dinanzi al suo concetto di normalità. Ad illuminare i caduti è la luce naturale della luna che simboleggia l’estrema naturalezza e semplicità con la quale ci si può rendere conto della debolezza degli ipocriti che ci circondano. Lo scenario in cui sono illuminati i caduti è il bagno, verosimilmente da intendersi come luogo egalitario per eccellenza, dove uomini e donne, ricchi e poveri, si mostrano nudi, metaforicamente spogliati d’ogni ipocrisia. Subito dopo la conta dei caduti, il protagonista è pronto all’atto finale della sua rivoluzione ed elimina anche l’amico. Con quest’ultima uccisione l’impiegato ha completato l’opera di liberazione. Infatti, ora che si è ribellato persino contro chi gli ha insegnato a ribellarsi, il protagonista ha raggiunto l’apice dell’individualismo; il punto più alto della propria libertà assoluta, quel punto in cui l’individuo non deve più sopportare remore di alcun tipo e tantomeno ringraziare nessuno. Il ribelle ha ammazzato anche la ribellione ed è pronto ad entrare in una dimensione altra in cui potrebbe rimanere vittima del suo estremo individualismo e trasformarsi egli stesso nel potere dal quale cercava di liberarsi. Il serpente rischia di mordersi la coda in bilico su quella linea estremamente sottile che esiste tra individualismo e superbia.

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