Musica

L’usignolo di Woodstock

di Assunta De Caro

La sua voce pulita e angelica è stata l’anima della protesta negli anni ’60, gli anni in cui l’America cantava la non violenza con la voce di Joan Baez.

Gli spartiti di una nuova epoca, scritti nel nome dei diritti civili, della resistenza e della musica sono coperti dalla polvere del tempo. La sua ormai è una storia quasi dimenticata dall’incedere delle nuove generazioni, un simbolo trascurato nonostante nelle sue canzoni riecheggi il suono della libertà. Un inno che confesso in prima persona di aver conosciuto solo recentemente, ma verso cui sento il dovere e l’onore di mostrare nuovamente in questo mio modesto assolo. Anche le voci più forti si perdono nel vento delle epoche se non vengono raccolte e tramandate ai posteri. Prendiamoci cura di quest’eredità e di chi ci ha permesso di riceverla; se posseggo la facoltà di scriverne è grazie anche lei e tutti coloro che hanno permesso all’umanità di compiere un piccolo passo nell’umanità.

Classe 1941, nel suo sangue scorre la Scozia, il Messico e il pacifismo: suo padre Albert Baez, fisico di spicco e inventore del microscopio a raggi X, si rifiutò di collaborare al progetto Manhattan per obiezione di coscienza e se ne conclude facilmente che debba aver sostenuto e ispirato gli ideali delle figlie, Pauline, la maggiore, Joan e Mimì. Joan era newyorkese di nascita ma a causa del lavoro di Albert nell’UNESCO appartenne a tutti i luoghi che visitò durante l’infanzia prima di trasferirsi sulle coste della California. Visse in Svizzera, in Italia, in Francia e in Medio Oriente, incluso l’Iraq, soggiorno durante il quale rimase colpita dalla miseria materiale e non di Baghdad.

Nel frattempo si accosta alla musica, prima maneggiando l’ukulele e poi la chitarra, conquistando notorietà tra i cafè di Boston e al Newport Folk Festival del 1959, consacrandosi come “the barefoot Madonna” dieci anni dopo a Woodstock. Nella sua carriera spazierà tra diversi generi e lingue, imparando persino l’italiano con la cover di “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”. Pregiate sono le sue interpretazioni di Woodie Guthrie, Paul Simon, The Rolling Stones, The Beatles, Stevie Wonder e Bob Dylan con cui condivise il palco da cui almeno lui non sarebbe più sceso. A questo sodalizio è dedicato “Diamonds and Rust” (1975), brano molto personale, scritto da lei stessa senza appoggiarsi alla penna di Dylan. A distanza di dieci anni dalla burrascosa liason (dal ’62 al ’65), più proficua dal punto di vista musicale che sentimentale, emerge una versione splendidamente fragile della Baez seppur sarcastica e sprezzante verso l’unica catena che fu difficile da spezzare nonostante il matrimonio con il musicista David Harris nel ‘68 (da cui ebbe una figlia e divorziò tre anni dopo).

We both know what memories can bring, they bring diamonds and rust.

Contemporaneamente la Baez si dedicò all’attivismo politico e lo mescolò ai suoi lavori: il primo atto di disobbedienza civile risale ai banchi di scuola del ‘57, quando rifiutò di collaborare alla simulazione di un attacco anti-aereo, considerandolo una propaganda governativa. Affascinata dalle ideologie di Martin Luther King lo sostenne nella protesta per i diritti civili, cantando in varie occasioni e marciando con lui sulle note di “We shall overcome”, di Peter Seeger. E, ancora, commise atti di resistenza fiscale, non volendo finanziare la guerra in Vietnam, incitando alla diserzione, e partecipò ad una delegazione pacifista nel ‘72, rimanendo bloccata ad Hanoi durante i “bombardamenti di Natale”. L’album “Gracias à la vida” è una critica del golpe orchestrato da Nixon in Cile. Sposò cause ambientaliste, facendosi legare ad una sequoia gigante che doveva essere abbattuta, si oppose alla guerra in Iraq e alla pena di morte.

È un compito arduo e al di fuori delle mie intenzioni descrivere in due pagine una vita intera, seppur non banale, senza renderla una mera cronaca storica, ma tale schizzo era necessario per tratteggiare una riflessione che a essa si ispira. Joan è stata una madre ribelle, una donna indipendente, una rivoluzionaria, una incantatrice, ma soprattutto uno spirito libero, nel pensiero e nella sua espressione.

“Sono diventata un’icona non perché lo volessi ma perché credevo in quello che facevo”, riporta in un’intervista. L’unica resistenza che non ha mai opposto è quella di andare contro la sua volontà e coscienza, coprendo le urla della violenza con i canti per la pace. Ma una sola voce non basta, poiché ogni luogo e ogni tempo in cui i diritti fondamentali di tutti gli uomini vengono violati è zona di guerra e non è necessario uscire fuori dalle proprie città o persino dalle proprie case. Sappiamo che non può esistere un mondo perfetto, ma possiamo costruirne uno migliore, a misura di uomo, anche se la strada è ancora lunga e costellata da “piccole vittorie e grandi sconfitte”.

Avremo successo? Molto probabilmente no e con grande difficoltà, ma almeno ci avremo provato e forse le nostre motivazioni saranno un monito per altri che a loro volta ci riproveranno con testardaggine e più convinzione. Prima o poi qualcuno dovrà riuscirci, ma ciò non è possibile se non agevoliamo questo processo. Dobbiamo creare speranza in un clima di rassegnazione.

Se tutto ciò vi sembra buonista e degno di uno spot della Mulino Bianco, forse avete ragione. Io stessa sono una persona molto cinica, abbastanza disillusa dall’umanità, che si scandalizza più di fronte al bene che di fronte al male, ma con mia grande sorpresa, la vita di questa donna straordinaria ha fatto scattare in me un barlume di rivalsa e voglio assecondarlo. Non ho nulla da perdere nell’impegnarmi ad essere una persona migliore, alimentando questa scintilla di ispirazione. Ci tengo a sottolineare che per “migliore” non intendo più ingenua, ma più lungimirante e combattiva, più cosciente del potere che si ha sulle vite altrui e sull’effetto domino che ogni nostro gesto può determinare su coloro con cui veniamo direttamente o indirettamente a contatto. Per una volta dico sì al discorso buonista, perché vivere è un atto di coraggio e di speranza, esistere è un atto di rassegnazione: osate sognare anziché sognare di osare e almeno non ve ne pentirete.

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