Attualità & Territorio

Giovani, lavoro e futuro incerto. La generazione Y raccontata da chi c’è dentro fino al collo

di Simona Politano

La chiamano la “generazione Y”, ovvero la generazione dei ragazzi nati alla fine del ’900, immersi nella rivoluzione digitale, disillusi, aggrappati a fievoli speranze per il futuro. Ecco, io ci sono dentro fino al collo e mentre aspetto un bonifico che non so se mai arriverà, vi racconto come stanno le cose.

Ci dipingono come coloro che non vogliono crescere, che lasciano tardi il nido familiare, che non trovano lavoro perché in realtà non si accontentano. Viviamo un’eterna adolescenza, allontanando il più possibile le responsabilità. Non come la generazione dei nostri genitori, carichi di responsabilità già “alla nostra età”. Preferiamo la convivenza al matrimonio o comunque ci sposiamo tardi. Noi, al futuro, non ci pensiamo. In altre parole, non vogliamo crescere. Ah, dimenticavo, soffriamo di ansia e psicopatologie varie.

Bel quadro, complimenti. Una generazione da buttare, in altre parole. Questo è quello che dicono di noi.

Ma vi siete mai chiesti chi siamo realmente? Quali sono le nostre aspirazioni, da dove nascono le nostre angosce? Eh, sì, perché in tutto questo c’è del vero, siamo profondamente angosciati e preoccupati per il nostro futuro. E non voglio stare qui a pontificare sulle cause di questa situazione di merda. Forse la colpa è anche un po’ nostra. Forse in questo limbo eterno in cui vive la nostra generazione c’è qualcuno che davvero si è lasciato andare al “niente” e magari aspetta la famosa “manna dal cielo”. Ma vi posso assicurare che per la maggior parte di noi le cose stanno in maniera diversa. Molto diversa.

Siamo coloro che a diciott’anni hanno intrapreso un percorso di studi con degli obiettivi da raggiungere, sperando in un futuro quantomeno dignitoso. E mentre prendevano quel pezzo di carta c’era già l’ombra incombente della “crisi” che ti diceva “Sii felice oggi, che da domani sarai un nuovo disoccupato”. C’è chi ha scelto di lasciare l’Italia. Qualcun altro ha deciso di restare. Questione di scelte. Per chi se n’è andato non è stato certo un viaggio di piacere. Sapete cosa significa prendere tutto e andare via dalla propria città, lasciare famiglia e amici da un momento all’altro per cercare fortuna altrove? Devi essere forte, molto forte.

Non è facile andar via per una serie infinita di problemi. Economici, innanzitutto. Magari non tutti hanno le spalle coperte per lasciare casa e andare a cercare lavoro fuori, lontano. Molti devono continuare a contare sull’appoggio della propria famiglia. Altri si sono arrangiati e ce l’hanno fatta con fatica, tanta fatica. Onore a loro. Poi subentra la paura di non farcela, la paura di dover cominciare da zero, soli, lontani dai propri affetti. Contare solo su se stessi. Non è un’impresa facile. C’è poi la questione amorosa da non sottovalutare. C’è chi deve fare i conti con una relazione avviata e con l’esigenza di trasferirsi per lavoro. Che si fa? Si parte in due? Si intraprende una relazione a distanza con il rischio che naufraghi? Per i single no problem, se non il fatto che si potrebbe avere paura di costruire rapporti stabili vista la precarietà del proprio stato lavorativo e residenziale. Insomma, un bel caos.

Non è facile partire. Non è facile restare.

Qui, in Italia, il lavoro che si trova è quasi sempre al di sotto delle proprie aspettative. E sapete una cosa? Non è vero che non ci accontentiamo, perché di terra ne abbiamo ingoiata parecchia. Sapete quanti di noi fanno lavori per i quali non si sentono gratificati né economicamente, né professionalmente? Be’, siamo in molti. Forse molti di più di ciò che immaginate. Si finisce per lavorare al call center o fare i camerieri a vita. Collezioniamo contratti a progetto come fossero figurine. Ci facciamo i conti in tasca a trent’anni. No, non è affatto quello che desideravamo.

Per non parlare del fatto che spesso non si è adeguatamente retribuiti. Sapete cosa vuol dire aspettare un bonifico da mesi o addirittura lavorare gratuitamente per “entrare nel settore”, per “fare conoscenze”. No, non è per nulla incentivante. Lavorare tanto, tutto il giorno, far due, tre lavori che insieme non ti permettono di essere autonomi. Lavorare e non essere pagati.  Non c’è nulla di più frustrante. E ci si butta in diversi settori per non sentirsi dire di essere dei fannulloni. Ma sembra davvero tanta fatica sprecata, perché la meta della realizzazione è ben lontana.

Non è facile mettere da parte le proprie aspirazioni, accettare lavori che non ci appartengono pur di non stare con le mani in mano. Pensare agli anni passati sui libri, agli esami fatti ricorrendo sogni. Sogni infranti sul muro del precariato, degli stage infiniti, del lavoro sottopagato. È qualcosa che ti strapazza il cervello, ti fa rimpiangere gli anni universitari, ti butta giù fino a non farti credere più in te stesso. Stringi i denti e speri che un giorno troverai quel che cerchi, ma non è così, perché nel frattempo gli anni saranno passati, non sarai più un giovane laureato. Sei fuori dal mercato. E così, anno dopo anno, rinunci ai tuoi sogni.

Certo, c’è chi ce l’ha fatta. Ripeto, onore a loro. Ma per la maggior parte di noi le cose stanno davvero così.

C’è altro da dire su questa mitologia e ignobile generazione Y?

Forse ci sono ancora miliardi di cose da dire. Non abbiamo perso i valori di una volta. Ci siamo adattati. O semplicemente ne abbiamo costruiti altri tutti nostri, perché i tempi cambiano e con essi anche i valori. Al posto fisso non aspiriamo più, ci basterebbe un lavoro adeguatamente retribuito. Certo che vorremmo una relazione stabile con tutti i diritti e doveri del caso, ma lottiamo più per i diritti civili di un’unione che per un matrimonio ben confezionato. Siamo immersi nella rete virtuale, ma a volte ci lavoriamo anche! Riusciamo a sfruttare le nostre passioni e i nostri hobby per ricavarne qualcosa di buono, qualcosa in cui credere.

E sarà anche vero che qualcuno si aggrappa alla “crisi economica” che sembra non voler finire mai. Ma molti, e, vi giuro, tanti, si aggrappano alle uniche speranze che trovano lungo il percorso.

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