FABER: DIETRO I TESTI, DENTRO LA STORIA: Fiume Sand Creek

di Mario Martino e Miriam Viscusi

DIETRO AL TESTO (a cura di Miriam Viscusi)

Per non interrompere il legame con la rubrica precedente analizziamo oggi un brano che fa sempre parte dell’album Fabrizio De Andrè (“L’indiano”).

« Il 12 ottobre non me ne starò certo a brindare al cinquecentenario della scoperta dell’America (…) Starò vicino agli indiani e ricorderò insieme a loro quello che loro considerano il giorno del più grave lutto nazionale. »

In queste parole De Andrè manifestava la solidarietà con gli indiani d’America e la volontà di schierarsi dalla loro parte, in quella non-conquista che secondo lui fu « Un tentativo di sterminio, questa volta purtroppo riuscito, quasi fino in fondo. »

Il suo tentativo di farci avvicinare alla crudeltà con cui erano state massacrate intere popolazioni è l’essenza di questo brano. Il testo di “Fiume Sand Creek” diventa quindi, nello stesso tempo il racconto di uno di quei massacri e anche una denuncia degli stessi.

« I maggiori spunti me li ha dati un libro, Gambe di legno. Memorie di un guerriero Cheyenne. »

1864, alcune truppe del Colorado, (« un’accozzaglia di ubriaconi neanche vestiti da soldati ») comandate da “un gentiluomo, un certo colonello Chivington” attaccarono un villaggio Cheyenne. Uomini reclutati per soli cento giorni, con il compito di sterminare quanti più indiani possibile. « Riuscirono a far fuori una cinquantina di vecchi e bambini perché i guerrieri nel frattempo erano andati a caccia del bisonte ».

Del colonnello Chivington non si sa se avesse davvero gli occhi e la giacca turchini, però non aveva vent’anni, come invece è detto nel brano. La canzone si riferisce a uno di quei “piccoli massacri” ed è raccontata dal punto di vista di uno dei bambini-ragazzi che, rimasti al villaggio, lo subì.

Chiesi a mio nonno è solo un sogno/mio nonno disse sì. L’episodio viene raccontato come uno di quelli assurdi, che hanno la vividezza dei sogni. Nella strofa successiva il verso Sognai talmente forte/ che mi uscì il sangue dal naso fa evidentemente capire che di un sogno non si tratta. È un massacro vero, i segni e i colpi sono fin troppo reali.

DENTRO AL TESTO (a cura di Mario Martino)

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura/Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura/Fu un generale di vent’anni/Occhi turchini e giacca uguale/Fu un generale di vent’anni/Figlio d’un temporale.”

Il testo, come già accennato, è lo sviluppo di un paragone tra il popolo sardo e quello degli indiani. La base condivisa dalle due minoranze è una base di stampo antropologico: sia i sardi che gli indiani vengono presentati come abitanti e orgogliosi custodi di un loro mondo. Un mondo, quello delle minoranze, che Faber ha descritto in molte altre sue canzoni; un mondo che questa volta ci viene descritto in relazione al brutale massacro avvenuto nei villaggi di Cheyenne e Arapaho, il 29 novembre del 1964, per mano delle truppe della milizia del Colorado comandate dal colonnello John Chivington ai danni della popolazione dei pellerossa. Una vera e propria strage in cui furono uccisi senza pietà anche donne e bambini per un totale di 180 vittime. De André non può che affidare il racconto di quel tragico episodio alla voce di un bambino…

Così, l’intero testo della canzone è caratterizzato da un linguaggio semplice, elementare, fatto di infantili metafore e ricco di aggettivi qualificativi; insomma l’unico linguaggio mediante il quale un bambino può descrivere un tragico evento. Si comprendono allora frasi come “si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura”, “sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura”. Tuttavia il semplice linguaggio del bambino non sarà avulso del tipico motivo critico deandreiano ma ciò sarà più evidente nelle successive strofe della canzone. Faber troverà il modo e le parole per colpire duramente il “generale di vent’anni” dagli “occhi turchini e giacca uguale” e denunciare il crudele tentativo di omologazione delle minoranze perseguito dalle culture dominanti.

/I nostri guerrieri troppo lontani sulla pista del bisonte/E quella musica distante diventò sempre più forte/Chiusi gli occhi per tre volte/Mi ritrovai ancora lì/Chiesi a mio nonno è solo un sogno/Mio nonno disse sì.”

A questa altezza il bambino descrive l’avvistamento degli americani e il loro conseguente avvicinamento, il passo poderoso dei cavalli è come una “musica distante” che diviene via via “sempre più forte”; più vicina. Nel frattempo i guerrieri pellerossa erano a caccia di bisonti e avevano lasciato il villaggio indifeso, erano “troppo lontani”. Il bambino comprende che tutto ciò non preannuncia niente di buono e in maniera ingenua e spontanea reagisce chiudendo gli occhi “per tre volte”. Il piccolo indiano immagina che quello fosse solo un brutto sogno ma quando riaprì gli occhi nulla era svanito e si ritrovo “ancora lì”. Chiese conferma al suo nonno: “chiesi a mio nonno è solo un sogno; mio nonno disse sì”. D’altronde come poteva risponde un nonno ad una tanto tragica domanda del nipote?

Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso/Il lampo in un orecchio nell’altro il paradiso/Le lacrime più piccole/Le lacrime più grosse/Quando l’albero della neve/Fiorì di stelle rosse.”

Il bambino che ingenuamente afferma “sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso” riassume tutto lo strazio di quella ignobile vicenda. Convinto fino alla fine che si trattasse di un sogno, il bambino morì proprio sognando e quello sparo; quel “lampo in un orecchio” significò la morte, “il paradiso”. Ed ora scorrono le lacrime, quelle “più piccole” dei bambini rimasti orfani e quelle “più grosse” dei genitori che vedevano morire i figli. L’attacco era pressoché concluso e, dopo gli spari, gli innevati alberi nei dintorni furono insanguinati dagli schizzi. Un’immagine straziante, uno scenario cruento che Faber riesce a trasformare in un quadro quasi idilliaco e la magia della poesia è compiuta: “[…]l’albero della neve fiorì di stelle rosse”.

Ora I bambini dormono nel letto del Sand Creek/Quando il sole alzò la testa tra le spalle della notte/c’erano solo cani e fumo e tende capovolte/Tirai una freccia in cielo/Per farlo respirare/Tirai una freccia al vento/Per farlo sanguinare/La terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek.”

Ora è tutto tragicamente finito, una triste calma regna nei villaggi e, senza vita, “i bambini dormono nel letto del Sand Creek”. Così il giorno seguente, “quando il solo alzò la testa tra le spalle della notte” lo scenario era il seguente: “c’erano solo cani e fumo e tende capovolte”. Un nuovo protagonista riprende la descrizione in prima persona, probabilmente un bambino sopravvissuto allo scempio, e lancia tre frecce (simbolo dell’identità cultura ed etnica degli indiani). La prima freccia viene scagliata contro il cielo a voler rompere quell’atmosfera così drammatica, a voler ritornare a “respirare”. La seconda è una freccia di vendetta contro il vento, “per farlo sanguinare”. Questa è la freccia che ipoteticamente lancia in tutte le direzioni, verso tutti i responsabili di quella tragedia. La terza freccia è una freccia rappresentativa dell’identità culturale dei pellerossa, una freccia scagliata in nome di una identità, e dunque la terza freccia va cercata laddove quell’identità era morta, laddove i corpi di centinaia di pellerossa giacevano: “sul fondo del San Creek”.

La chiusura, come avviene spesso per i testi di Faber, è affidata ad un “refrain” che attribuisce al brano una propria coerenza e circolarità oltre che contribuire ad alimentare, in questo caso, l’atmosfera drammatica:

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura/Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura/Fu un generale di vent’anni/Occhi turchini e giacca uguale/Fu un generale di vent’anni/Figlio d’un temporale.”

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