Faber: dietro i testi, dentro la storia

“FABER: DIETRO I TESTI, DENTRO LA STORIA”: Quello che non ho

di Mario Martino e Miriam Viscusi

DIETRO AL TESTO (a cura di Miriam Viscusi)

“Quello che non ho” , è la prima traccia dell’album “Fabrizio De Andrè” (1981), è anche conosciuto come “L’indiano” a causa dell’immagine di copertina. Nello stesso album sono contenuti anche brani quali Hotel supramonte, Fiume Sand Creek ed è infatti considerato il frutto dell’esperienza del sequestro, avvenuta nel 1979.

Scritto, come tutto l’album,  insieme a Massimo Bubola – che come abbiamo visto ormai è costantemente presente come coautore – questo pezzo fa parte di quella rivendicazione di libertà che caratterizza sempre De Andrè la, libertà che in questo caso viene associata ai Nativi americani, abitanti di spazi verdi e aperti, conoscitori della natura e rappresentanti della libertà, ma purtroppo anche dell’oppressione – quando tale libertà viene loro negata.

Alcune critiche hanno assimilato la figura degli indiani a quella delle popolazioni sarde,in particolare deii banditi responsabili del sequestro. Anche’essi rappresentanti di una minoranza, abituati a vivere negli spazi aperti, vittime della repressione di chi non riconosce la loro diversità.

È anche, come rimanda il titolo, un elenco  delle cose che l’oppresso – in contrasto con l’oppressore – non ha. Queste cose rappresentano la differenza che intercorre tra i due, i loro due differenti modi di vivere. Si nota il paragone tra indiano-uomo bianco e oppresso-oppressore, che costituisce un’ulteriore metafora per indicare Fabrizio e Dori sequestrati dai banditi sardi, ma anche gli stessi sequestratori, in qualche modo oppressi dai mandanti del sequestro.

La particolarità del brano è l’introduzione: urla e spari registrati durante una vera battuta di caccia in Gallura. Nell’introduzione dell’album è infatti riportata la dedica a Sandro Colombini “che a rischio di fucilate e fratture multiple, sprezzando il pericolo di un’indigestione ci ha aiutati nella registrazione della caccia”.

DENTRO AL TESTO (a cura di Mario Martino)

“Quello che non ho è una camicia bianca /quello che non ho è un segreto in banca /quello che non ho sono le tue pistole/per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole. “

L’apertura, affidata ai suoni di una caccia e ad un richiamo di un indiano d’America, chiarisce la volontà di Faber di prendere le difese del nativo che viene a rappresentare non solo il suo popolo ma tutti quei popoli, tutte quelle minoranze che l’uomo con la “camicia bianca”,col “segreto in banca” e con le “pistole” (ovvero il colonialista) ha tentato di eliminare, di omologare. Così il cantautore si pone dalla parte di tutti quelli che non hanno la “camicia bianca”, che non hanno un “segreto in banca” e che non usano “le pistole”.Faber si schiera con la minoranza e contro il colonialismo; fiero di far parte di un gruppo che non ha mai accettato l’ignobile compromesso di dimenticare la propria cultura. La canzone si muoverà su questo binario di denuncia fino alla fine in un crescendo che porterà a distruggere tutti i miti, consumismo e perbenismo su tutti.

“Quello che non ho è di farla franca /quello che non ho è quel che non mi manca /quello che non ho sono le tue parole/per guadagnarmi il cielo per conquistarmi il sole. “

Così Faber prosegue nell’elenco di tutte le cose e gli atteggiamenti che le minoranze non hanno e non vogliono assolutamente avere come la capacità di “farla franca” e compromettere la propria identità. Tra le cose che l’indiano Faber non ha c’è quello che non gli manca. “Quello che non ho è quel che non mi manca” è infatti uno dei versi più belli e significativi del componimento; un verso in cui emerge la chiara la convinzione che è più importante apprezzare ciò che si ha, piuttosto che piangere su quel che non c’è.Questo modo di pensare è radicato profondamente nella cultura indiana dove il concetto di “ricchezza” è scollegato dal possesso materiale.

L’indiano Faber sa bene, al contrario dell’avanzato uomo colonialista, che avere tutto equivale a non avere niente perché l’avere tutto non consente di apprezzare degnamente ogni singola cosa. E’ la chiara denuncia al mondo del consumismo, al mito de possedere, possedere e ancora possedere; necessariamente possedere.Un mito che viene a crollare miseramente. Un duro colpo per il colonialista: possedere non significa più avere.  Il colpo di grazia è inflitto alla retorica, a quelle “parole” vuote, ipocrite e fini a se stesse, parole coloniali, parole di odio e discriminazione. Parole pronunciate in nome di una presunta fede superiore; parole usate per guadagnarsi quello che la propria fede promette: il “sole” eterno.

“Quello che non ho è un orologio avanti/per correre più in fretta e avervi più distanti/quello che non ho è un treno arrugginito/che mi riporti indietro da dove sono partito./Quello che non ho sono i tuoi denti d’oro/quello che non ho è un pranzo di lavoro/quello che non ho è questa prateria/per correre più forte della malinconia. “

La lista di “quello che non ho”, stilata dall’indianoFaber permette di mettere a fuoco quel che veramente conta e di sottolineare con un velo di malinconia come alcune delle cose che non mancano siano proprio quelle che hanno determinato la perdita di libertà del suo popolo. Così all’indiano manca la possibilità di avere distanti, concettualmente ma anche fisicamente, i bianchi che li hanno tormentati e oppressi; manca quindi “un orologio avanti per correre più in fretta e avervi più distanti”. A mancare è anche la possibilità di ricollegarsi con le proprie radici, con le proprie origini ( “quello che non ho è un treno arrugginito/che mi riporti indietro da dove sono partito”). A questa altezza del testo il velo malinconico la fa da padrone e l’indiano Faber desidererebbe una “prateria per correre più forte della malinconia”.

 

“Quello che non ho sono le mani in pasta/quello che non ho è un indirizzo in tasca/quello che non ho sei tu dalla mia parte/quello che non ho è di fregarti a carte. “

La lista continua e nel mondo ideale degli indiani, prima della venuta dei bianchi “civilizzatori”, non c’era bisogno di giochi di potere o intrallazzi fraudolenti (“ le mani in pasta”). La denuncia è forte e chiara: prima dell’arrivo dei colonialisti la corruzione e “le mani in pasta” non esistevano e così da esportatori di democrazia e civiltà, il colonialista è divenuto portare di corruzione e malaffare. Inutile sottolineare la sfumatura estremamente moderna di questo passaggio. Ormai la lista delle cose di cui gli indiani potevano fare a meno è lunghissima: armi o bei discorsi, camicie immacolate, conti in banca, la furbizia del “farla franca” o del “fregarti a carte”,“le mani in pasta”. Il finale è semplicemente l’eco sintetico di una sonora denuncia e l’affermazione di una fiera distanza:

“Quello che non ho è una camicia bianca/quello che non ho è di farla franca/quello che non ho sono le sue pistole/per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole.”

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...