Faber: dietro i testi, dentro la storia

Faber, dietro i testi dentro la storia: La ballata dell’amore cieco

di Mario Martino e Miriam Viscusi

DIETRO AL TESTO (a cura di Miriam Viscusi)

La ballata dell’amore cieco (o della vanità) fu scritta nel 1966 e pubblicata come 45 giri (il nono di De Andrè) dall’etichetta Karim. L’altro lato del disco conteneva “La canzone dell’amore perduto”.  L’anno successivo venne inserita nel disco Tutto Fabrizio De Andrè.
La storia e il soggetto sono tratti dalla poesia “Cuore di mamma” di Jean Richepin (titolo originale “A chanson de Marie-des-Anges”).
Ballata “della vanità” perché l’amore viene incoraggiato, sebbene non corrisposto, solo per la vanità della donna che lo riceve. Il finale, come vedremo, rivela però che a soffrire sarà la donna stessa e non l’uomo. Egli infatti, al momento della morte è “contento e innamorato”: in queste parole è racchiuso il senso dell’amore incondizionato, quello che è appagato senza cercare alcuna ricompensa, anche quando il gesto stesso di amare può portare sofferenza. Alcuni hanno infatti interpretato questo testo come una simbolica storia ispirata dal dubbio storico “E’ meglio amare o essere amati?”

DENTRO AL TESTO (a cura di Mario Martino)

“Un uomo onesto, un uomo probo,tralalalallatralallaleru/s’innamorò perdutamente/d’una che non lo amava niente.”

L’intera canzone si sviluppa intorno al nucleo tematico dell’amore tragico e coinvolge due soli personaggi presentati molto chiaramente: “un uomo onesto, un uomo probo” e una donna a metà strada, come avremo modo di scoprire, tra dark lady e femme fatale di ispirazione baudelaireiana.
Lui è innamorato “perdutamente” di questa donna oscura e vanitosa che però “non lo amava niente”. Lei, sottoporrà il dedito uomo, accecato dall’amore (“Ballata dell’amore cieco”), a prove d’amore via via sempre più tragiche, fino a condurlo alla morte per testare il suo grado d’amore e soddisfare la sua vanità di donna capace di decretare vita e morte del proprio uomo. Due approcci, diametralmente opposti, ad un tragico gioco d’amore.
Il testo, chiaramente drammatico è legato ad un ritmo pieno di frenesia ed irriverente allegria che si traduce nella sfumatura swing della musica e del “tra-la-la-lalla, tra-la-la-leru”.
“Gli disse portami domani,tralalalallatralallaleru/gli disse portami domani/il cuore di tua madre per i miei cani./Lui dalla madre andò e l’uccise,tralalalallatralallaleru/dal petto il cuore le strappò/e dal suo amore ritornò.”

Inizia il gioco. La donna sottopone l’uomo alla prima prova d’amore chiedendogli il cuore della madre, senza edulcorazioni o particolari ornamenti anzi, con un fare irriverente, specifica che il cuore sarà dato in pasto ai cani. Ma il fine non conta. All’uomo non interessa il motivo per il quale la donna chiede questo sacrificio ma interessa dare alla donna la prova del suo amore. Accecato dall’amore l’uomo “dalla madre andrà e l’uccise […] dal petto il cuore le strappo e dal suo amore ritornò. “ La prima prova d’amore era stata superata. Nemmeno un rigo è dedicato alla morte della povera madre o ai ripensamenti dell’uomo in merito al terribile gesto. Perché? Semplice. Non c’è spazio per la pietà e i sensi di colpa. La furia dell’amore copre tutto ciò che accade su uno sfondo che visto dall’esterno non è poi uno sfondo ma per l’innamorato è in secondo piano; nient’altro che perdite di tempo, formalità, ostacoli interposti tra lui e la donna.
“Non era il cuore, non era il cuore,/tralalalallatralallaleru/non le bastava quell’orrore,/voleva un’altra prova del suo cieco amore./Gli disse amor se mi vuoi bene,/tralalalallatralallaleru/gli disse amor se mi vuoi bene,/tagliati dei polsi le quattro vene./Le vene ai polsi lui si tagliò,/tralalalallatralallaleru/e come il sangue ne sgorgò,/correndo come un pazzo da lei tornò.
Ma “non era il cuore” tutto quello di cui necessitava la donna; “non le bastava quell’orrore, voleva un’altra prova del suo cieco amore”. La donna aveva bisogno di una ulteriore prova, ancora più terribile, per comprendere il grado d’amore dell’uomo e compiacersi della sua vanità. Allora, con un fare affabulatorio (tipico di una dark lady o di una femme fatale) chiede all’uomo di tagliarsi le vene dei polsi. Come potrebbe l’uomo tirarsi indietro ? Ormai è in un vortice dal quale non può uscire se non con la donna amata. Completamente lontano dalla ragione, dal sentimento e dal dolore, “le vene ai polsi lui si tagliò” e “correndo come un pazzo da lei tornò” con la speranza che finalmente, la vanitosa donna gli avrebbe concesso il suo amore.
“Gli disse lei ridendo forte,/tralalalallatralallaleru/gli disse lei ridendo forte,/l’ultima tua prova sarà la morte./E mentre il sangue lento usciva,/e ormai cambiava il suo colore,/la vanità fredda gioiva,/un uomo s’era ucciso per il suo amore.
La donna, insensibilmente crudele, comincia a ridere, a ridere forte, dell’uomo. Nella risata della donna, Faber colloca l’esplosione della vanità ormai soddisfatta, ma ancora non del tutto…
Giunto all’apice del tragico, la vanità della donna è al settimo cielo ma per suggellare questo controverso piacere manca un’ultima prova: la morte.
Siamo giunti così, in un crudele crescendo, alla più tragica delle conclusioni possibili. Tragicità che l’uomo, accecato ed ormai lontano dalla reale percezione delle cose, non avverte e che per la donna è ormai indispensabile per non perdere una sfida con sé stessa. Insomma, la tragicità riesce a coglierla solo lo spettatore, unico a non essere direttamente coinvolto.
Impossibilitato a rifiutarsi perché furiosamente desideroso d’amore, l’uomo esaudisce l’ultimo desiderio della donna senza controbattere: si uccide. “ E mentre il sangue lento usciva e ormai cambiava il suo colore, la vanità fredda giova, un uomo s’era ucciso per il suo amore”. Il gioco era finito proprio come la dark lady lo immaginava: con il completo sacrificio; con l’abbandono totale dell’uomo.
“Fuori soffiava dolce il vento/tralalalallatralallaleru/ma lei fu presa da sgomento,/quando lo vide morir contento./Morir contento e innamorato,/quando a lei niente era restato,/non il suo amore, non il suo bene,/ma solo il sangue secco delle sue vene.”
La vanità gongolante, giunta all’apice, ora veniva messa in crisi dall’espressione del morto che “morì contento e innamorato”. La donna non aveva più modo di alimentare la sua vanità dal momento che l’uomo era morto. A ciò si aggiunge lo sgomento per aver visto quell’uomo morir innamorato e convintamente portando con sé il sogno di un amore. E a lei cosa restava ora che il sommo piacere era stato raggiunto e di colpo l’aveva abbandonata ?Nulla. “Non il suo amore, non il suo bene, ma solo il sangue secco delle sue vene.”
In conclusione, Faber ha fatto progredire di pari passo il tragico e l’umano. In un crescendo fatale, accanto alla tragedia, la “femme fatale” baudelaireiana si è umanizzata, ha conquistato umanità ed è ora fragile, umanamente fragile ma ormai è tardi. Il sangue si è fatto secco e a lei niente è rimasto se non il rimorso di aver fatto pagare all’uomo un prezzo troppo caro per una conquista che poteva esser fatta senza alcun sacrificio.

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