Derivati Terrestri, Le vite degli altri

Integrazioni e solitudini di una “cittadina del mondo”

di Miriam Viscusi

Se esistono luoghi dove le solitudini si possono abbattere e di integrazione si può parlare senza connotazione negativa, ISFIT è uno di quelli. Che in realtà, più che un luogo è un evento. Anna, una partecipante, me lo ha raccontato. Con lei ho parlato di solitudini e integrazione, ma anche di tanto altro. Oltre ad essere  entusiasta partecipante di questo evento, è una studentessa, una donna, nonché orgogliosa cittadina italiana (e moldava).

La sua storia di integrazione ci insegna che reagire e ascoltare l’altro sono le chiavi per abbattere la solitudine.

Ciao Anna, prima domanda: hai partecipato all’edizione del 2017 del’ISFIT, ci spieghi che cos’è e in che senso ha a che fare con l’integrazione?

Ciao, si, ho partecipato all’edizione 2017 di questo festival (ISFIT sta per International Student Festival  in Trondheim) che si è tenuto in Norvegia dal 9 al 19 febbraio ed è il più grande festival di studenti internazionali. Partecipano circa 450 studenti, che quest’anno erano divisi in 19 workshop, corrispondenti a “sottotemi” del tema principale. Ogni anno infatti si sceglie un tema di attualità politica e sociale, che si approfondisce tramite dibattiti, workhsop, laboratori. Quest’anno il tema era la discriminazione. Gli studenti provengono da tutto il modo con diversi background e diverse esperienze.

Discriminazione intesa come razziale, ma non solo. Anche di genere, sul lavoro, religiosa, all’università, verso i disabili. Discriminazione che inevitabilmente porta anche solitudine. Proprio per questo bisogna trovare modi per combatterla. Senza dubbio il festival è stato un occasione per integrarsi, nel senso che si proveniva tutti da realtà diverse e bisognava dialogare, parlarsi, confrontarsi. Era molto importante condividere: le attività ma anche il tempo libero. Spesso avevamo punti di vista diversi. È stato difficile a volte andare d’accordo, ma ho capito che, attraverso il dialogo, non è una cosa impossibile.

Quale è stato lo spirito del festival? Qual era l’atmosfera?

L’elemento più importante è stato proprio il dialogo. Il centro di questa esperienza è stato l’imparare a dialogare. E soprattutto ad ascoltare,perché spesso in una conversazione non  si fa caso a quello che dice l’altro, oppure si sente come atto fisico, ma non si ascolta. Ho imparato tre cose importanti: Ascoltare, non aver paura, non giudicare.

Integrare i propri modi di vedere le cose inizia dall’ascoltare. Questo festival è una delle cose che ti fa davvero capire come funziona l’incontro e quanto possa essere difficile confrontarsi e aprirsi. Bisognava partire senza preconcetti, senza pregiudizi, ma per quanto sia facile dirlo, è stata la parte più difficile. È difficile essere sempre aperti alle persone, a quello che dicono (per esempio è stato molto difficile dialogare con un ragazzo africano secondo il quale il ruolo della donna in casa è cucinare e basta). È una sfida, ma proprio per questo è un’esperienza che raccomando a tutti i giovani.

La tua esperienza personale ha in qualche modo influito sulla scelta di partecipare?

Si, senza dubbio. Ho subito discriminazione in prima persona, sia come straniera sia come donna. A parte la mia storia personale di immigrazione, sento molto anche la discriminazione di genere. Penso che le donne in generale siano ancora vittime di discriminazione, sotto vari punti di vista. Essendo quindi un tema che ho vissuto da vicino, ho deciso di partecipare per iniziare a fare qualcosa di concreto.

Possiamo dire che la discriminazione, se non è la stessa cosa, è una causa prima della solitudine?

Assolutamente sì. È vero che molto dipende dal carattere del singolo, ma in generale è la discriminazione ripetuta che ti fa sentire sbagliato e, di conseguenza, porta a isolarti. Penso a persone con orientamenti sessuali diversi, a quanti ancora oggi si isolano o vengono isolati sempre a causa del pregiudizio. Non si hanno sicurezze, ci si sente inadeguati.

Ultima domanda riguardo al festival: sono state discusse anche proposte concrete e possibili politiche?

Si, ne abbiamo parlato, ma la conclusione è stata che sebbene il ruolo dello Stato nel fare politiche attive sia importante, la cosa più importante è la consapevolezza dei singoli. Tutto deve partire dagli individui, dai cittadini, dalle singole famiglie. Se si parte dalla famiglia, il messaggio come un esponenziale si moltiplica e si espande per tutta la società, influendo anche sulle politiche pubbliche. Il nostro ruolo di giovani penso sia fondamentale, impegnarci per poter insegnare un domani queste cose ai nostri figli.

E quando si parla di integrazione  non dimentichiamoci che oltre agli immigrati ci sono tante altre solitudini, molto più “silenziose” che con semplici gesti possiamo abbattere.

Invece la tua storia qual è?

Sono nata in Moldavia, nel 2004 cioè quando avevo 14 anni sono arrivata in Italia con i miei genitori e ci siamo stabiliti in Veneto, vivendo le dinamiche di integrazione (o assenza di quest’ultima) nella società italiana e in particolare quella del Veneto. Ho iniziato la scuola superiore e le prime esperienze sono state negative. Sia perchè avevo pochi contatti con i miei compagni di classe, sia perché non conoscevo la lingua. Ricordo la mia prima interrogazione: sugli egizi, avevo imparato tutto a memoria perché non conoscevo nulla di italiano. L’anno successivo ho cambiato scuola e da lì la situazione è un po’ migliorata dal punto di vista linguistico, ma ancora ero abbastanza emarginata. L’unica persona che mi dimostrava attenzione era una ragazza a sua volta immigrata, perchè a sua volta aveva subito discriminazione.

Poi un bel giorno ho pensato: O reagisci, o muori. Ho cacciato fuori il carattere

La mia integrazione poi si è consolidata grazie il lavoro. Lavorando ho conosciuto persone e ho creato le mie amicizie, in più riuscivo ad avere quella “indipendenza economica” che mi permetteva ad esempio di poter uscire o avere una ricarica.

Sono riuscita a diplomarmi, poi ho iniziato l’università in Lazio. Andando lì ho deciso di non svelare che venivo dalla Moldavia. Quando mi presentavo invece di dire “sono nata in veneto” dicevo semplicemente “vengo dal Veneto” e la gente dava per scontata che fossi italiana. Facevo così perché non accettavo di essere considerata “diversa” o discriminata.

 Fino a quando lo hai fatto?

Ci sono riuscita abbastanza bene per un paio d’anni, ma poi ho deciso di cambiare università e sono tornata in Veneto. Neanche lì ho detto che ero straniera. Lo sapevano solo la segreteria didattica, ovviamente, poi i professori e un mio amico. Grazie a lui ho capito piano piano che dovevo accettare, prima con me stessa, che non essere italiana faceva parte di me e non era una cosa che potevo permettermi di nascondere.

In magistrale, a Bolzano, fin dal primo giorno mi presento dicendo che sono nata in Moldavia  e cresciuta a Padova. Naturalmente c’è ancora chi cambia atteggiamento appena sente questa cosa, però  molte altre persone la considerano come una cosa in più, un arricchimento, anzi alcuni nemmeno ci credono e mi chiedono “Ma davvero non sei italiana?”

Adesso hai la cittadinanza italiana?

Si da gennaio 2017. Ho fatto domanda nel 2014 e l’ho acquisita per la residenza. Dopo aver vissuto in maniera continua sul territorio italiano per 10 anni, 1 mese e un giorno, si acquisisce. L’ufficio del comune di residenza certifica questo periodo, vengono raccolti diversi documenti e parte la richiesta.

Se la prima parte (i documenti) della richiesta viene approvata, si va alla parte successiva della richiesta. L’approvazione finale può impiegarci fino a due anni.

Adesso ti senti italiana?

Italiana sì, però cittadina del mondo. La mia cultura è italiana, non dimentico dove sono nata, sono un mix di posti dove ho vissuto, città e regioni diverse. Come una spugna che prende il meglio da tutti i posti dove va. Mi sento italiana però non riesco a identificarmi con un luogo solo. Anche se guai a chi mi tocca lasagne e risotto, e a chi mette il ketchup sulla pasta. 😀

Qui in Alto Adige insegno la cultura italiana ai miei amici tedeschi e stranieri.

In Moldavia ci torni?

A volte, ma adesso è difficile integrarmi lì perché ho i miei valori italiani, la mia mentalità italiana e ho visto che è difficile integrarmi e “essere accettata” da chi è rimasto lì e non ha viaggiato.

Discriminazione di genere: cosa pensi?

Confrontandomi con le esperienze di paesi Scandinavi mi sono resa conto che in Italia è ancora la normalità essere discriminata, fin dal colloquio ti chiedono se ti piacciono i bambini, se hai intenzione di formare una famiglia, domande che agli uomini non vengono fatte. Poi è ancora un fatto che la maggior parte dei dirigenti siano solo uomini e non sempre per merito.

Molto forte è anche la discriminazione tra donne: invece di aiutarsi , ci si fa la guerra, perché magari una è più bella, una è bionda…

Oppure per cose più serie, se una donna dopo 3 mesi che ha partorito manda il figlio all’asilo nido, viene giudicata male e la maggior parte di queste critiche vengono dalle stesse donne. C’è ancora molto che dobbiamo cambiare.

Ti piacerebbe lavorare in ambito cooperazione e integrazione?

Voglio aiutare gli altri. In generale, ma soprattutto a integrarsi, a chi partiva dalla mia stessa situazione ma non ha avuto la mie stesse possibilità. E a chi sperimenta solitudine.

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