Attualità & Territorio

Aldo Moro e Peppino Impastato: a “crepare di Maggio ci vuole tanto, troppo, coraggio!”

di Mario Martino

Ninetta mia crepare di Maggio ci vuole tanto, troppo coraggio.

Così cantava Fabrizio De André nel 1968, dieci anni prima della morte di Aldo Moro e Peppino Impastato, entrambi tolti alla vita in quel buio 9 Maggio 1978, nel bel mezzo di quei terribili anni di Piombo. Ironia della sorte ha voluto che il cantautore ligure, cantasse, involontariamente e con un decennio di anticipo, il coraggio, il tanto e forse troppo coraggio, di due uomini accomunati dal medesimo obiettivo: sradicare la criminalità organizzata, lottare per la giustizia sociale, difendere la luce della verità dal buio della menzogna e della cattiveria. Due vite che non si incontrarono mai, se non per consegnarsi alla morte insieme, per lo stesso motivo, con lo stesso sogno…

Cento passi per Peppino e circa dieci chilometri per Aldo Moro, queste le distanze tristemente divenute famose. Cento i passi che occorreva fare a Cinisi, per colmare la distanza tra la casa della famiglia Impastato e quella del boss mafioso Gaetano Badalamenti. Circa dieci chilometri intercorrono, a Roma, tra Via Mario Fani, dove fu rapito Moro, e Via Caetani dove fu ritrovato senza vita.

Ancora oggi, dopo 39 anni, pronunciare quelle strade e quelle distanze mette tristezza, malinconia e rabbia, tanta rabbia. Una rabbia incontenibile soprattutto perché a distanza di 39 anni queste due vicende, legate dallo stesso destino, sono ancora avvolte da un velo, pietosissimo, di mistero.

La prima storia, quella relativa al sequestro e all’uccisione di Aldo Moro, ha spesso offuscato la seconda per rilievo mediatico. Non è un caso che nel film “I cento passi” di Marco Tullio Giordana, un caro amico di Peppino, Salvo Vitale sfogherà la sua rabbia riferendosi proprio alla fatiscenza mediatica del caso Impastato: “Domani stampa e televisione si occuperanno di un caso molto importante. Il ritrovamento a Roma dell’onorevole Aldo Moro, ammazzato come un cane dalle brigate rosse. E questa è una notizia che naturalmente fa impallidire tutto il resto. Per cui chi se ne frega del piccolo siciliano di provincia? Ma chi se ne fotte di questo Peppino Impastato? “ Tuttavia, col tempo e soprattutto grazie a contributi come documentari, foto e film le due realtà sono state ampiamente trattate. D’altronde non si può non cogliere il triste parallelo tra le due storie, testimonianze della stesso problema: l’incapacità dello Stato di incidere in certe situazioni e peggio ancora il coinvolgimento e la complicità dello Stato in tali vicende.

Nell’immaginario, Aldo Moro è testimone di una condanna annunciata strana evoluzione di una condanna annunciata con l’avallo della farsa del pugno duro contro i terroristi di uno stato che, dispiace ma è doveroso dirlo, in quell’occasione rivelò una ignobile ipocrisia.

“Cronaca di una morte annunciata” anche per Peppino, ucciso barbaramente per aver detto, scritto, urlato e sbeffeggiato la “schifosa” realtà della sua terra e per aver smascherato la comoda convinzione che non si può cambiare la Sicilia e che la mafia non esiste. Un caso in cui lo Stato, a conoscenza dei rischi che il giovane di stava addossando, ha lasciato che la questione si risolvesse da se.

Sarebbe ipocrita da parte mia, quest’oggi, associarmi al cordoglio di un’entità che li ha condannati, di un sistema che non li ha voluti difendere, di una realtà senza coraggio che uccide chi ce l’ha. Dunque, per non cadere nella stessa ipocrisia, voglio dirlo con le mie parole, con il mio tono di voce e con la mia incazzatura che “La mafia è una montagna di merda”.

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