Faber: dietro i testi, dentro la storia, Musica

FABER: DIETRO I TESTI, DENTRO LA STORIA: Il pescatore

di Mario Martino e Miriam Viscusi

SUL TESTO (a cura di Miriam Viscusi)

Il pescatore” esce, inedito, in formato 45 giri nel 1970. L’altro lato del disco è “Marcia nuziale” ispirato all’omonima poesia di George Brassens ed era già presente nell’album Volume I.  Coautori sono Gian Piero Riverberi e Franco Zauli.

La canzone è una di quelle che conoscono tutti; è arrivata fino ai nostri libri di scuola e quasi chiunque riesce a recitarla a memoria. Un brano accattivante ma allo stesso tempo semplice, sia nella struttura che nel testo, facile da ricordare e imprimersi nella memoria. Nonostante questo, si possono dare alle parole e alla storia diverse interpretazioni.

La storia è quella di un pescatore che, alla fine della giornata, riposa ma il suo riposo viene interrotto dall’arrivo di un assassino in fuga. Il pescatore gli offre pane e vino senza giudicarlo.  Poi, di fretta, l’assassino se ne va. Poco dopo, arrivano dei gendarmi che sono alla ricerca dell’assassino, ma il pescatore non può aiutarli perché si è di nuovo assopito.

In questi pochi contenuti si spalanca già qualche domanda, per esempio: Chi è l’assassino? Da cosa fugge? Non ci è dato saperlo; quello che invece viene fatto notare è che il pescatore non si scompone, gli dà il pane e il vino come avrebbe fatto con chiunque altro. Prima interpretazione è quella secondo cui l’assassino è un perseguitato politico e dunque il pescatore è dalla sua parte ed è anche per questo che più tardi, interrogato dai gendarmi, non risponde.

 La seconda, invece, è che l’assassino lo abbia ucciso e quindi il pescatore non risponda perché è morto. “Si era assopito” con un “solco lungo il viso” assume quindi, nell’ultima strofa, un altro significato: “assopito” sta per morto, il “solco lungo il viso” è una ferita. (?)

Torniamo però al gesto del pane e del vino: simbolicamente, ritroviamo i simboli dell’ultima Cena di Cristo e in questo simbolismo molti ci hanno visto il parallelismo del pescatore alla figura di Cristo stesso – o comunque al messaggio del Vangelo di perdonare i peccatori. Il pescatore “perdona” l’assassino tramite il gesto di offrirgli del cibo.

Cosa sono il calore di un momento? E qual è il rimpianto di un aprile? L’analisi del testo può aiutare con altre interpretazioni

DENTRO lL TESTO (a cura di Mario Martino)

“All’ombra dell’ultimo sole/s’era assopito un pescatore/e aveva un solco lungo il viso/come una specie di sorriso.”

Nella prima “stanza” del testo, Faber disegna con poche ma chiare parole, il quadro della narrazione inducendoci ad immaginare la scena di cui è protagonista un pescatore che si è assopito “all’ombra dell’ultimo sole” , l’ultimo sole di cui parla l’autore, seguendo una lettura puramente superficiale, rappresenterebbe l’ora del tramonto. Tuttavia, come si avrà modo di comprendere proseguendo nella lettura, questo “ultimo sole”, secondo molti, rientrerebbe in una parabola metaforica Cristiana in cui il pescatore rappresenterebbe Pietro, “pescatore di uomini”. In quest’ottica metaforica, l’ultimo sole potrebbe rappresentare la fase finale della vita dell’uomo, l’attimo prima del buio della morte, il secondo prima del tramonto. In ogni caso, questo pescatore aveva una espressione particolare, indecifrabile, che assomiglia ad “una specie di sorriso” ma definita come un solco e questo ci induce a pensare che sia una espressione somaticamente definita e che racchiude le esperienze, la saggezza, le difficoltà e le avventure della vita. Sulla natura di questo “solco lungo il viso” si sono spesi fiumi di inchiostro in vari tentativi di interpretazione, una espressione tanto enigmatica ed indecifrabile quanto quella della Gioconda. Ci basti sapere che era “una specie di sorriso”, una specie…

“Venne alla spiaggia un assassino/due occhi grandi da bambino/due occhi enormi di paura/eran gli specchi di un’avventura.”

In questa seconda stanza, lineare e sintetica la presentazione del secondo personaggio: un assassino. Faber descrive lapidariamente il personaggio attraverso la caratterizzazione degli occhi. Occhi che testimoniano tutto il suo passato, tutte le sue peripezie, tutta la sua avventura ( e qui probabilmente il riferimento, stando alle più accreditate interpretazioni, è ad una precedente fuga dal carcere).

“E chiese al vecchio ‘Dammi il pane/,ho poco tempo e troppa fame’/e chiese al vecchio ‘Dammi il vino,/ho sete e sono un assassino’.”

Nella terza “stanza”, si anima la scena. De André riempie il quadro di suoni e da la parola all’assassino che va dritto al sodo, senza giri di parole si rivolge al pescatore chiedendo pane e vino e confessando la sua natura di “assassino” e quindi, rientrando nella metafora cristiana, la sua natura di peccatore. Ma a questo punto è doveroso fare un’osservazione: un assassino in fuga perché dovrebbe confessare la sua natura al primo uomo incontrato? Perché dovrebbe fidarsi di lui ? Non avrebbe potuto usare la violenza, pretendere pane e vino senza dare alcuna spiegazione, e poi fuggire ? La metafora cristiana (con annesso tema della fiducia nel promesso e del perdono), inizia ad essere, oggettivamente, più che plausibile…

“Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno/non si guardò neppure intorno/ma versò il vino e spezzò il pane/per chi diceva ‘Ho sete, ho fame’.”

Inaspettata e sorprendente è la reazione del pescatore che, dischiusi gli occhi e senza guardarsi nemmeno intorno, esaudisce i desideri dell’assassino senza fare una piega, senza paura, senza controbattere e soprattutto senza far alcun tipo di domanda sulla sua natura come fosse naturale aver a che fare con un omicida. Emergono, ormai quasi chiaramente, le condizioni di solidarietà e di umanità del cristianesimo. L’uomo cristiano (il pescatore) è al mondo senza preoccuparsi del motivo, senza guardarsi intorno e porsi problemi etici, senza combattere con stereotipi e convenzioni. Da uomo semplice, con bontà e spontaneità concede vino e pane a chi glielo ha chiesto. Con la somministrazione di pane e vino è divenuta ormai inequivocabile il riferimento al Cristianesimo e nello specifico all’eucarestia.

“E fu il calore di un momento/poi via di nuovo verso il vento/davanti agli occhi ancora il sole/dietro le spalle un pescatore.”

E quell’eucarestia, quello spiccato senso d’umanità e di bontà che il pescatore donò e l’assassino conobbe, fu come “il calore di un momento”, fugace ma significativo. Subito dopo, in un baleno, l’assassino riprende la sua fuga, “via di nuovo verso il vento”, con il sole davanti. Un sole che grazie al “calore di un momento”, a quel gesto di estrema bontà ed umanità che è stata l’eucarestia, diviene il sole dell’alba e non è più il sole del tramonto. La bontà del pescatore ha donato all’assassino, prescindendo dall’eticità e dalla moralità, la speranza di vedere un nuovo giorno, di non morire, di spostare quell’ultimo sole un poco più in là.

“Dietro le spalle un pescatore/e la memoria è già dolore/è già il rimpianto di un aprile/giocato all’ombra di un cortile.”

Lasciato orami il pescatore “dietro le spalle”, l’assassino cade vittima di uno scherzo della natura umana: la memoria. Il ricordo di quella eucarestia così breve e calorosa è un ricordo insistente che fa rimpiangere all’assassino il suo ignobile passato. E’ l’elogio della semplicità e della bontà che disarmano la cattiveria. E’ l’elogio del pescatore che senza dire una sola parola, senza girarsi intorno, senza chiedere nulla, ha soddisfatto con tanta spontaneità i desideri dell’assassino da indurlo a riflettere su tutto il suo passato. E’ l’elogio di una conversione ormai compiuta. Il riferimento al mese di Aprile richiama la Santa Pasqua cristiana, alla luce della quale l’assassino rilegge il suo passato.

“Vennero in sella due gendarmi/vennero in sella con le armi/chiesero al vecchio se lì vicino /fosse passato un assassino./Ma all’ombra dell’ultimo sole/s’era assopito il pescatore/e aveva un solco lungo il viso/come una specie di sorriso.”

C’era da aspettarsi che alle calcagna di un assassino in fuga ci fossero “in sella due gendarmi” che chiedono informazioni a chiunque incontrano in merito al passaggio dell’omicida. Ecco che la ciclicità di questa poesia di Faber viene a consacrarsi. La strofa finale coincide infatti con quella iniziale e sta ad indicare un tempo non trascorso o comunque rimosso dal pescatore. Il pescatore riserva ai gendarmi lo stesso trattamento che aveva riservato all’assassino: il disarmante silenzio dell’umanità, un’indifferenza apparente che è un modo di stare al mondo di tutti quelli che vivono fuori dagli schemi, fuori dal tempo, fuori dalle convinzioni e dalle convenzioni, fuori dai pregiudizi e dagli stereotipi ma “chiusi” nell’immenso giardino della bontà, assopiti all’ombra dell’ultimo sole ma svegli, tremendamente svegli, nel cuore di chi ha la fortuna di incontrarli. Oggettivamente, una sola cosa resta immutata: quella specie di sorriso con cui il pescatore guarda sornione al mondo con l’aria di chi sa come si fa pur non prendendo mai posizione, restando al suo posto ad ascoltare e soddisfare i bisogni dell’altro.

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