Attualità & Territorio

25 Aprile: non una festa “rossa” ma una festa tricolore

di Mario Martino

Negli occhi colmi di lacrime degli italiani brillava il riflesso di città festanti sotto il timido sole di fine aprile. Ogni lacrima di gioia che scendeva sulle guance era una cartolina di libertà spedita ai mariti, alle mogli, alle madri, ai padri, ai figli, ai nipoti, agli amici. L’Italia apriva le ali al vento, gli occhi alla luce, la mente alla diversità. Nelle mani degli italiani una nuova tavolozza dove ci sarebbero stati tutti i colori, mai più solo il nero. Mai più un solo colore. Dal pluralismo era nata la libertà ed era al pluralismo che si doveva puntare da adesso in poi.
Era il 25 aprile 1945, nelle città dell’ “Alta Italia” viene proclamata, da tutta la resistenza antifascista, l’insurrezione in quei territori ancora occupati dai nazifascisti. Le truppe tedesche furono obbligate alla resa. Qualche giorno dopo, gli americani (nel frattempo impegnati nella liberazione del centro Italia), sarebbero arrivati in una Milano già liberata dai “resistenti” e avrebbero sfilato, tra fiori, festoni e bambini, fianco a fianco con gli antifascisti italiani. L’Italia era ormai libera da tedeschi e da fascisti e si era strappata di dosso quella camicia nera che da troppo tempo ormai spaventava uomini, donne e bambini.
Da questo momento in poi, nacque la festa del grande giorno della liberazione. Nell’immaginario collettivo, influenzato da quotidiani, televisioni, fogli volanti e libri di storia, c’era però esclusivamente l’eroica figura del partigiano “rosso” o al massimo quella del partigiano “incolore”, a sintetizzare la storia della liberazione nazionale. Nessuno più. Nessun altro colore…
Nacque l’idea della festa di una fazione e non della nazione. Col tempo il mito di una liberazione appannaggio esclusivo di comunisti, o al massimo di partigiani, si è rafforzato molto e talvolta è divenuto un “mito propagandistico” anti liberale e anti religioso.
Intendiamoci: molti partigiani erano comunisti che all’epoca della guerra di certo non pensavano alle direttive di Mosca o fare dell’Italia un satellite URSS (come falsi luoghi comuni vogliono far credere).
I comunisti, durante il periodo dell’occupazione avevano l’urgenza di scegliere da quale parte stare, con o contro i nazisti. Insomma, nella storia della liberazione italiana c’è sicuramente l’ideale, e soprattutto il sangue, rosso dei comunisti ma non solo.
Quel 25 aprile 1945, a proclamare l’insurrezione fu il CLNAI, Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (presieduto da personalità del calibro di Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani). Il CLNAI era nato dalla suddivisione del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) in CLNAI appunto (con sede a Milano) e CCLN (Comitato Centrale di Liberazione Nazionale) con sede a Roma.
Nel complesso il CLN fu un’organizzazione politica e militare costituita da elementi molto variegati: partiti politici, movimenti, operai, disoccupati, giovani e preti. Nello specifico, la realtà del Comitato di Liberazione era composta da rappresentanti del Partito Comunista Italiano (PCI), Democrazia Cristiana (DC), Partito d’Azione (PdA), Partito Liberale Italiano (PLI), Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP) e Democrazia del Lavoro (DL). Insomma c’era tutto e più di tutto. C’era il seme del pluralismo che sarebbe diventato il forte albero contro il quale il fascismo avrebbe sbattuto.
D’altronde, come ben testimonia la storica pellicola di Rossellini, “Roma Città Aperta”, la storia dell’antifascismo italiano ha avuto alla base una solida struttura organizzativa dove hanno operato sinergicamente tutti: il bambino che ascoltava tutto e portava notizie, il prete che metteva in salvo vite umane nella Casa del Signore, i Carabinieri e ufficiali italiani di ogni genere che collaboravano segretamente con la resistenza, le donne che sparavano, partorivano, amavano e cucinavano, coloro che avevano un ideale politico e coloro che di politica non ne sapevano nulla. L’obiettivo comune era quello di strappare, il prima possibile, quella maledetta ed oppressiva camicia nera dallo stivale.
Dunque, appare evidente che la resistenza antifascista italiana non è stata solo opera di una fazione ma di tutti coloro che sentivano la necessità di regalare ai propri figli la libertà dal e la libertà di. La libertà dal terrore e la libertà di poter scegliere.
In conclusione, vedo nella storia dell’antifascismo italiano, il tricolore della democrazia che sarebbe nata all’indomani della liberazione: il rosso comunista e socialista, il bianco della destra e della Chiesa e il verde della speranza in futuro migliore.

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