Faber: dietro i testi, dentro la storia

“FABER: DIETRO I TESTI, DENTRO LA STORIA”: Il Testamento di Tito

di Mario Martino e Miriam Viscusi

DIETRO IL TESTO (a cura di Miriam Viscusi)
Tra il 1969 e il 1970, in piena lotta studentesca, Faber lavora all’album “La buona novella”, che uscirà nel 1971 per l’etichetta Universal. È un album incentrato sulla figura di Cristo, che Fabrizio considera “il più grande rivoluzionario della storia”. Intenso, profondo, pieno di spunti e possibili riflessioni, oltre che di riferimenti, è uno di quei lavori di De Andrè che sbalordisce e attira, per la visione critica e già di per sè rivoluzionaria con cui parla di quest’uomo. In generale i testi dell’album sono ispirati non solo ai vangeli ufficiali, ma anche, anzi specialmente, a quelli apocrifi.
Con questa premessa, introduciamo il pezzo simbolo di questo album: Il testamento di Tito.
Chi è Tito? Secondo le dichiarazioni ufficiali, Tito si riferisce al ladrone buono che fu crocifisso insieme al Cristo. Il nome dei ladroni varia in base a quale vangelo si considera; Tito è quello utilizzato nella versione araba.
La musica del brano fu ispirata da Corrado Castellari e Michele (Gianfranco Michele Maisano).
Nel corso degli anni i più importanti riarrangiamenti sono stati quelli della PFM (Premiata Forneria Marconi) e dei Modena City Ramblers.

“Non avrai altro Dio all’infuori di me”, spesso mi ha fatto pensare”. Il testo  ripercorre i dieci comandamenti, analizzandoli uno per uno con spirito critico, in un certo senso relativizzandoli, facendo notare come questi non possano essere interpretati in modo assoluto. (“Onora il padre, onora la madre” e onora anche il loro bastone,  bacia la mano che ruppe il tuo naso perché le chiedevi un boccone:  quando a mio padre si fermò il cuore non ho provato dolore. In questa strofa – ma non solo –  è come se Fabrizio tramite le parole di Tito ci chiedesse fino a che punto, fino a che condizioni sia giusto rispettare i comandamenti, le leggi di Dio).
Le riflessioni sono attribuite appunto a Tito, il ladrone, che sulla croce, come se facesse un testamento, riflette e si chiede che senso abbia la legge di Dio. Legge nel nome della quale si uccide un uomo senza nessuna pietà.
È anche una canzone contro le ipocrisie, quelle dei cosiddetti “uomini di fede” che rispettano la legge di Dio solo in apparenza ma non esitano a uccidere un uomo. In senso più ampio, può essere vista come una canzone contro le intolleranze religiose, contro la pena di morte, contro le inutili sottomissioni, i riti falsi e  inutili, i padri crudeli e violenti.
Tito, sebbene identificato come peccatore, è l’unico che “prova dolore nel vedere un uomo che muore”. L’ultima strofa è il riscatto del peccatore che sembra essere l’unico ad aver “imparato l’amore”.

DENTRO IL TESTO (a cura di Mario Martino)
Sin dall’introduzione e fino all’ultima parola, a parlare sarà Tito, protagonista e narratore che consegnerà all’ascoltatore l’interpretazione dei dieci comandamenti in una chiave del tutto personale, una lettura delle leggi del Signore legate alle vicende della sua vita, connesse ai suoi problemi, relazionate alle sue disgrazie e lontane dall’accettazione a priori ma messe fortemente in discussione.
“Non avrai altro Dio all’infuori di me/spesso mi ha fatto pensare:/genti diverse venute dall’est/ dicevan che in fondo era uguale./Credevano a un altro diverso da te/ e non mi hanno fatto del male./Credevano a un altro diverso da te/ e non mi hanno fatto del male.
La narrazione comincia subito con il primo dei dieci comandamenti: “Non avrai altro Dio all’infuori di me”. Tito vola subito con la mente a religioni e culture orientali che hanno un credo diverso e quindi un Dio diverso. Bisognerebbe ritenere la diversità un peccato ? Sembra chiedersi Tito. Infondo quelle “genti diverse venute dall’est” che “credavano a un altro” non gli hanno fatto del male e allora dov’è il peccato nel credere ad un altro “all’infuori di me”?
Non nominare il nome di Dio/non nominarlo invano. /Con un coltello piantato nel fianco/ gridai la mia pena e il suo nome:/ma forse era stanco, forse troppo occupato,/e non ascoltò il mio dolore. /Ma forse era stanco, forse troppo lontano,/davvero lo nominai invano.
“Non nominare il nome di Dio invano” recita il secondo comandamento. Tito si ricollega ad una tragica vicenda personale in cui nomino, addirittura gridò, il nome del Signore implorando un aiuto ma Dio “era stanco, forse troppo occupato”. A quest’altezza la critica di Tito sembra muovere nella direzione dello scetticismo: se ci sei dimostralo! Tito non ottiene, malgrado il suo grido, alcuna risposta, alcun tipo di intervento o di partecipazione al suo dolore e crede davvero di nominare invano il nome di Dio.
Onora il padre, onora la madre/ e onora anche il loro bastone,/bacia la mano che ruppe il tuo naso/ perché le chiedevi un boccone:/ quando a mio padre si fermò il cuore/ non ho provato dolore./Quando a mio padre si fermò il cuore/non ho provato dolore.
Tito prosegue con un terzo comandamento che convenzionalmente, nell’ordine della catechesi,  è il quarto: “Onora il padre e la madre”. Questa legge divina implica, per Tito, rispettare ed onorare “anche il loro bastone”, la loro gratuita violenza usata come strumento per fermare un bisogno naturale: la fame. E così, per non tradire la legge di Dio, Tito avrebbe dovuto baciare “la mano che ruppe” il suo naso soltanto “perché chiedeva un boccone”. Da questo comandamento discenderebbe l’amore incondizionato verso i genitori ma la travagliata storia di Tito, fatta molto probabilmente (anche se la canzone tace al riguardo) di continui litigi col genitore che porta Tito a non provare alcun dolore alla morte del padre. Verosimilmente la critica è all’ipocrisia di chi finge di onorare i propri genitori e alla falsità di chi piange un genitore che non ha mai amato o onorato . Tito a questo ipocrita comandamento contrappone la forza, anche se brutalmente diretta, della sincerità: “Quando a mio padre si fermò il cuore non ho provato dolore.”
Ricorda di santificare le feste./Facile per noi ladroni/ entrare nei templi che rigurgitan salmi/ di schiavi e dei loro padroni/ senza finire legati agli altari/ sgozzati come animali./ Senza finire legati agli altari/sgozzati come animali.
Quello che convenzionalmente è il terzo comandamento diviene nella narrazione di Tito il quarto e recita: “Ricordati di santificare le feste”. Anche qui Tito denuncia una nota di ipocrisia mettendo in discussione uno dei dogmi più cari all’istituzione cattolica. “Facile per noi ladroni” santificare le feste ed entrare nei templi senza sacrificio alcuno, “senza finire legati agli altare sgozzati come animali” come chi, ha davvero reso santo un momento col coraggio del sacrificio, sostiene Tito. La denuncia si estende quindi all’ipocrisia di chi santifica un gesto che non avrebbe mai il coraggio di imitare.
Il quinto dice non devi rubare/ e forse io l’ho rispettato/ vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie/di quelli che avevan rubato:/ ma io, senza legge, rubai in nome mio,/quegli altri nel nome di Dio. / Ma io, senza legge, rubai in nome mio,/quegli altri nel nome di Dio.
“Non rubare”. Se convenzionalmente, la catechesi mette al settimo posto questo comandamento, nella narrazione di Tito è il quinto; la sostanza non cambia. La relatività di tale comandamento e l’incertezza dei suoi confini morali viene presentata da Tito con quel “forse io l’ho rispettato” che la dice lunga sul limite di tolleranza di questo comandamento. Tito ritiene, ad esempio, di aver rispettato questa legge divina benché abbia rubato dalle “tasche già gonfie di quelli che avevan rubato”. Rubare “senza legge”, per necessità e mettendoci la propria faccia (“in nome mio” e non ipocritamente “nel nome di Dio” ) non è da considerarsi un peccato ma l’estrema e spontanea conseguenza del bisogno, frutto di una condizione sociale precaria.
Non commettere atti che non siano puri/ cioè non disperdere il seme./Feconda una donna ogni volta che l’ami/ così sarai uomo di fede: /Poi la voglia svanisce e il figlio rimane/ e tanti ne uccide la fame./Io, forse, ho confuso il piacere e l’amore: /ma non ho creato dolore. 
Il sesto comandamento riprende l’ordine convenzionalmente accettato. Non commettere atti impuri, “cioè non disperdere il seme”. Questo comandamento avvolge una tematica ancora attuale nel mondo religioso sulla pratica del sesso non finalizzato alla procreazione. La legge divina vuole che ogni seme dia il suo frutto, in contrapposizione con la volontà di chi vorrebbe soddisfare un desiderio naturale senza però mettere al mondo dei figli. Fecondare “una donna ogni volta che l’ami” non fa, secondo Tito, un uomo di fede ma fa un uomo che, irresponsabilmente, mette al mondo bocche che non può sfamare, figli che non può crescere, vite che non può dignitosamente lasciar fiorire. Tito si schiera dalla parte di chi, peccaminosamente, sceglie di non fecondare “una donna ogni volta che l’ami”  e quindi disperde il suo seme confondendo “piacere e amore” ma sicuramente evitando di mettere al mondo vite nate già segnate. La sua scelte non tiene conto della giustizia, della fede, del piacere o dell’amore ma della convinta volontà di non creare dolore.
Il settimo dice non ammazzare/se del cielo vuoi essere degno./Guardatela oggi, questa legge di Dio,/tre volte inchiodata nel legno: /guardate la fine di quel nazzareno/ e un ladro non muore di meno./ Guardate la fine di quel nazzareno/ e un ladro non muore di meno.
In questi versi Tito riconosce l’innocenza di Gesù Cristo e si condanna l’ipocrisia di chi “predica bene ma razzola male”. Viene a cadere l’ennesima legge divina in un crescendo che porterà allo sgretolamento completo dei comandamenti.
“Non dire falsa testimonianza/ e aiutali a uccidere un uomo./Lo sanno a memoria il diritto divino,/e scordano sempre il perdono: /ho spergiurato su Dio e sul mio onore/ e no, non ne provo dolore./ Ho spergiurato su Dio e sul mio onore /e no, non ne provo dolore.”
L’ottavo comandamento fornisce a Tito l’occasione per scagliarsi contro i finti perbenisti che conoscono “a memoria il diritto divino” ma dimenticano la virtù del perdono. Sincero fino alla fine, Tito ammette di aver spergiurato su Dio e sul suo onore senza provare dolore alcuno. In effetti più che un peccato quello di Tito sembra essere il rispetto pieno del comandamento stesso poiché Tito almeno non dice falsa testimonianza”. La verità predicata ma non applicata, insieme all’incapacità di perdonare, rappresentano il vero peccato.
Non desiderare la roba degli altri/ non desiderarne la sposa./Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi/ che hanno una donna e qualcosa: / nei letti degli altri già caldi d’amore/ non ho provato dolore. / L’invidia di ieri non è già finita:/stasera vi invidio la vita.
Ancora una volta Tito ammette, sinceramente, la sua insensibilità (?) denunciando i suoi errori nei letti degli altri come un bisogno naturale che ha spontaneamente assecondato senza provare dolore. Tito trova le parole, in conclusione anche per confutare la tesi che vorrebbe l’invidia un peccato capitale. In un uomo segnato da una determinata condizione sociale, chiaramente subalterna nel caso specifico. L’invidia è una conseguenza involontaria non un peccato e in quanto involontaria non tiene conto di alcun limite mentale arrivando addirittura ad invidiare la vita intera di chi vive in condizioni migliori.
Ma adesso che viene la sera ed il buio/mi toglie il dolore dagli occhi/ e scivola il sole al di là delle dune/a violentare altre notti:/ io nel vedere quest’uomo che muore,/ madre, io provo dolore./Nella pietà che non cede al rancore,/madre, ho imparato l’amore.
Se fino ad ora vi è sembrato di leggere l’interpretazione di una canzone blasfema, a questa altezza si capovolge completamente il senso apparente. Quando viene “la sera ed il buio” (la morte), Tito viene purificato dai suoi peccato, gli viene tolto “il dolore dagli occhi”. C’è da chiedersi: ma dopo tutta questa distruzione dei comandamenti e queste svariate ammissioni di colpa, Tito viene salvato dalla fede dell’ultimo secondo ? Assolutamente no! Tito, sul punto di morte, consapevole dei suoi errori riconosce al Cristo la grandezza dell’uomo capace di avere pietà e non cedere al rancore. In poche parole, l’amore che Tito, rivolgendosi alla madre, dice di aver finalmente imparato, è l’amore di chi seppur disobbedito non cede al rancore, allontana l’orgoglio ed il perbenismo e offre pietà e quindi salvezza. Il Cristo che si è lasciato crocifiggere per salvare i peccatori mostra il vero amore divino che non è nemmeno lontanamente, secondo Tito, quello dell’elenco di comandamenti esageratamente relativi, assolutamente ipocriti e impossibili da universalizzare.
L’unica legge che vale per tutti (per il disgraziato e per il ricco, per l’uomo e per la donna, per le genti dell’est e quelle dell’ovest) è la legge dell’amore incondizionato che include la forza di non cedere al rancore e la maturità di saper perdonare. D’altronde l’unico comandamento che ha rispettato sempre Tito, malgrado lo sgretolamento del sistema di legge divino, è quello di non causare mai dolore agli altri; un comandamento amorevole che esige solo il coraggio, la volontà e la forza del perdono.

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