Faber: dietro i testi, dentro la storia, Uncategorized

“FABER: DIETRO I TESTI, DENTRO LA STORIA”: Anime Salve

di Mario Martino e Miriam Viscusi

Sull’album e sulla canzone (a cura di Miriam Viscusi)

Quando si parla di solitudine e di De Andrè non può non venirci in mente Anime Salve, la canzone che dà il titolo all’omonimo album (1996). Per quanto l’espressione Anime salve possa difficilmente riportarci al concetto di Solitudine, il suo significato va in realtà cercato due termini separati nel loro significato latino. “Anima” significa “spirito”, “salva”  significa “solitario”. Per questo il titolo nascosto della canzone e dell’album è in realtà “spirito solitario” o , per meglio dire, “Spiriti Solitari”. Tutti i personaggi di questo album sembrano accompagnati, quasi rivestiti da una particolare solitudine, quella solitudine che forse deriva dalla diversità.

C’è Princesa, storia di una transessuale; Khorakhanè, meravigliosa canzone sul popolo Rom;
Dolcenera, che a suo modo è una solitudine (come disse lo stesso De Andrè: “la solitudine particolare dell’innamorato non corrisposto”) e di cui abbiamo parlato qui. Come quarta traccia c’è l’omonimo brano, scritto con Ivano Fossati, che analizzeremo in seguito. E poi ancora, Le acciughe fanno il pallone, Disamistade, A cumba, Ho visto Nina volare. Tutte storie che, in qualche modo, hanno a che fare con la solitudine. Il pezzo conclusivo dell’album è Smisurata preghiera, le riflessioni di un marinaio solitario su vari argomenti della vita. Ultimo brano non a caso: è il brano conclusivo, omaggio a “chi viaggia in direzione ostinata e contraria”, a chi si stacca volutamente dalla “maggioranza”. Tutti quelli che hanno scelto la solitudine, che costituisce il loro “marchio speciale di speciale disperazione” .

Anime salve, invece, si riferisce alla solitudine interiore che porta all’introspezione.

È il manifesto di tutti quelli che, per essere liberi, scelgono di essere soli. Per guardarsi crescere e vivere. Il testo è delicato e merita di essere analizzato con particolare attenzione.

Dentro la canzone (a cura di Mario Martino).

“Mille anni al mondo, mille ancora/che bell’inganno sei anima mia/ e che bello il mio tempo, che bella compagnia.”

Il livello introduttivo di questa canzone è segnato, sin da subito e, a mio avviso, molto chiaramente da una cifra animista contenuta in questo che sarà poi una sorta di ritornello, un “refrain” tipico dei testi di Fabrizio. Tuttavia, in questo caso, per animismo dobbiamo intendere esclusivamente la credenza nella spiritualità di una realtà fisica, escludendo le altre caratteristiche del concetto. Spiritualità di una realtà fisica (rappresentata dal corpo) che si collega inevitabilmente al fenomeno della metempsicosi che vede l’anima come una entità eterna ed immortale che reincarnandosi in nuovi corpi (entità invece mortale) non morirà mai. Infatti l’anima è stata “mille anni al mondo” e vivrà per “mille anni ancora”. Il tempo così non è una “proprietà” dell’uomo che lo vive e che vorrebbe piegarlo al suo volere con ipotesi e progetti sul futuro. Il tempo è solo un compagno di viaggio, una “bella compagnia”, potremmo dire un traghettatore che porta l’anima da un corpo all’altro, senza fermarsi mai. In effetti l’unico compagno possibile dell’anima poiché come l’anima “eterno, infinito, immortale.” (Pascoli dixit)

“sono giorni di finestre adornate/canti di stagione/anime salve in terra e in mare/sono state giornate furibonde/senza atti d’amore/senza calma di vento/solo passaggi e passaggi/passaggi di tempo/ore infinite/come costellazioni e onde/spietate come gli occhi della memoria/altra memoria e non basta ancora/cose svanite, facce e poi il futuro/i futuri incontri di belle amanti scellerate,saranno scontri/saranno cacce coi cani e coi cinghiali/saranno rincorse, morsi e affanni per mille anni”

A questa altezza, il brano sembra darci un ulteriore conferma dell’eternità dell’anima, del suo correre infinito in una corsa senza scopo, senza fine. Una corsa che non tiene conto delle nostre suddivisioni. Una corsa che vede l’anima vivere nei “giorni di finestre adornate” con “canti di stagione” e quindi in primavera ed estate, a mio avviso. Ma prima la stessa anima è sopravvissuta (e lo farà ancora) a “giornate furibonde, senza atti d’amore, senza calma di vento” e quindi all’autunno e all’inverno. E’ la chiara caratterizzazione delle anime che vincono le suddivisioni temporali e stagionali (perciò salve), non temono caldo, non temono freddo e sono nel mondo ad accompagnare “passaggi e passaggi di tempo, ore infinite”. L’anima viene poi presentata nella sua fase di contatto con l’uomo, con il solo compito di dirigere ancora altri “passaggi di tempo”, senza coinvolgimento alcuno. E qui la denuncia di un uomo che si crede possessore del “suo” tempo e della “sua”, un uomo scellerato che darà vita, spinto dalla sua indole di conquista e affermazione della superiorità e/o della ragione, a “scontri” con altri uomini (altre anime), a “cacce coi cani e coi cinghiali”, “rincorse, morsi e affanni”.

[REFRAIN]
“mi sono spiato illudermi e fallire/abortire i figli come i sogni/mi sono guardato piangere in uno specchio di neve/mi sono visto che ridevo/mi sono visto di spalle che partivo/ti saluto dai paesi di domani/che sono visioni di anime contadine/in volo per il mondo.”
Nelle battute finali ci viene consegnata l’immagine di un uomo che probabilmente ha compreso la reale valenza dell’anima e del tempo, che ha realizzato che i motivi degli scontri che ha generato erano illusori. Bellissima la descrizione di quest’uomo che forse per tutta la vita si è dannato, piangendo su uno specchio che col tempo, poiché di neve, si sarebbe sciolto con le lacrime ed avrebbe rivelato un sorriso. Qui è da intendersi il sorriso non nel senso letterale ma in un senso più profondo: il sorriso è semplicemente utilizzato, a mio avviso, per dare l’idea dell’opposto. In realtà l’uomo che per tutta la vita ha creduto di battersi per un giusto scopo, lo ha, alla fine (mentre partiva) riscoperto ingiusto. Il pianto (metafora di una pioggia purificatrice, di una dimensione di autoanalisi svolta in solitudine) rappresenterebbe il mezzo mediante il quale l’uomo riesce a squarciare l’illusorio velo di maya (Schopenhauer dixit) e a rendersi conto dell’unica certezza: non siamo nient’altro che visioni di anime in volo per il mondo.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...