Faber: dietro i testi, dentro la storia, Uncategorized

“FABER: DIETRO I TESTI, DENTRO LA STORIA”: Don Raffaè

di Mario Martino e Miriam Viscusi

SULLA CANZONE (a cura di Miriam Viscusi)

Per parlare di Don Raffaè bisogna citare l’album Le nuvole, in cui questo brano è contenuto. Dodicesimo album di De André, venne registrato alla fine del 1989 e pubblicato nel 1990. Un album in cui torna la in collaborazione con Mauro Pagani. Don Raffaè appartiene al lato“A” del disco, quello che racchiude le “canzoni di protesta” soprattutto contro il potere e l’impotenza dello Stato (quello che “si costerna, si indigna, si impegna e poi getta la spugna”) e la generale perdita di valori e di attaccamento alla natura. Vi si legge in alcuni pezzi una certa critica al mondo capitalistico e alla perdita di contatto con la natura, questo uno dei temi più sentiti dal cantautore.

Don Raffaè, il brano che analizziamo oggi, offre diversi spunti di riflessione. La prima cosa da notare è la scelta linguistica: il testo infatti è in napoletano,  sebbene De Andrè fosse genovese e Massimo Bubola (il coautore) veneto. Non la prima volta che il dialetto appare in un album di De Andrè ma è la prima volta che viene usato interamente il napoletano, anche se  alcuni  sostengono che il ritornello di Avventura a Durango del 1978 sia in napoletano.

Il protagonista della canzone è Pasquale Cafiero, un brigadiere che lavora nel carcere di Poggio Reale da molto tempo e negli anni ha fatto amicizia con don Raffaè, un boss camorrista che ormai ha corrotto la guardia. Nessun riferimento a storie reali è ufficialmente riconosciuto, però ci sono dei riferimenti a Raffaele Cutolo, detenuto in quegli anni e fondatore di Nuova Camorra Organizzata. Lo  stesso Cutolo si rese conto del riferimento e, credendo che De Andrè si riferisse esplicitamente  a lui, scrisse una lettera per ringraziarlo.

Il ritornello è un rimando a una canzone di Modugno del  1958 (‘O ccafè), invece il resto del testo, come vedremo meglio nell’analisi, è una serie di pensieri in prima persona dello stesso brigadiere. L’immagine è quella della guardia che apre il giornale e inizia a discutere delle notizie che legge con don Raffaè, al quale chiede consigli, opinioni e – verso la fine – anche un lavoro per il fratello. Questa particolare storia porta l’attenzione sulla più generale situazione delle carceri (“queste so’ fatiscenti”) e sulla corruzione frequentemente diffusa tra le guardie delle carceri a favore dei boss di organizzazioni malavitose.

Non manca, infine, la denuncia all’inerzia dello Stato che di fronte alle ingiustizie guarda, si indigna, commenta ma non agisce. Il verso a tal proposito (si costerna, s’indigna, s’impegna) riporta le stesse parole usate da Spadolini a Palermo in occasione di una strage mafiosa.

Il brano fa parte a tutti gli effetti delle canzoni napoletane ed è stato riedito tre volte (da Peppe Barra nel 2001, Pupo nel 2004, Massimo Ranieri nel 2006 per un omaggio a Faber), in più è stato portato sul palco di Sanremo 2016 da Clementino.

DENTRO LA CANZONE  (a cura di Mario Martino)

Io mi chiamo Pasquale Cafiero/e son brigadiero del carcere oinè/io mi chiamo Cafiero Pasquale/sto a Poggioreale dal ’53/e al centesimo catenaccio/alla sera mi sento uno straccio/per fortuna che al braccio speciale/c’è un uomo geniale che parla co’ mme.

Come già accennato precedentemente, il protagonista è Pasquale Cafiero, un brigadiere che, col tempo, è entrato in rapporti confidenziali ed amichevoli con don Raffaè, un boss della camorra. Pasquale, stanco come “uno straccio”, al termine della giornata lavorativa è solito chiacchierare con il boss, un uomo davvero “geniale”.

Tutto il giorno con quattro infamoni/briganti, papponi, cornuti e lacchè/tutte ll’ore co’ ‘sta fetenzia/che sputa minaccia e s’ ‘a piglia co’ mme/ma alla fine m’assetto papale/mi sbottono e mi leggo ‘o ggiurnale/mi consiglio con don Raffaè/mi spiega che pensa e bevimm’ ‘o ccafè.

Questi versi sono la descrizione dello stato d’animo del brigadiere Pasquale e soprattutto sono uno spaccato sulla vita del carcere, una realtà in cui i peggiori esponenti della società, da cui si distinguerà don Raffaè, sputano minacce e si lamentano ostinatamente col brigadiere che stanco di sentire quella “fetenzia” a fine giornata si siede, si mette comodo e legge il giornale commentando le notizie con don Raffaè, simbolo dell’esperienza e della saggezza di un malaffare ormai colluso con lo Stato.

Ah, che belluccafè/pure ‘n carcere ‘o sanno fa/co’ ‘a recetta ch’a Cicirinella/compagno di cella ci ha dato mammà.

Il tipico refrain deandreiano ci consegna ancora una volta (come già in Dolcenera) una nuova sfumatura tematica, leggera, frivola, popolare e di facilissima comprensione, che a mio avviso solo apparentemente alleggerisce il critico tema del testo ma in realtà rende ancora più amaro il boccone. Probabilmente dietro al leggero ritornello c’è la denuncia di una società, quella meridionale, che nel bel mezzo di problematiche complesse si abbandona cedendo al tradizionalismo, ad un buon caffè, quello che per tradizione solo Cicirinella (nome molto ricorrente nell’onomastica dei testi in napoletano) sa fare. Questo è solo un possibile livello interpretativo sotteso che però non esclude la possibilità che Faber abbia inserito questo scansonato ritornello esclusivamente per alleggerire un testo complesso e “pesante” elogiando un simbolo della napoletanità: il caffè.

Prima pagina venti notizie/ventuno ingiustizie e lo Stato che fa/si costerna, s’indigna, s’impegna/poi getta la spugna con gran dignità./Mi scervello, mi asciugo la fronte/per fortuna c’è chi mi risponde/a quell’uomo sceltissimo e immenso/io chiedo consenso, a don Raffaè.

De Andrè ritorna, dopo il ritornello, a raccontare del post-lavoro del brigadiere che iniziando a leggere la prima pagina di un quotidiano si imbatte nella lettura di clamorosi casi di ingiustizia in cui lo Stato non interviene, “s’indigna, d’impegna” ma poi “getta la spugna”.

Ma la risposta a questa incongruenza è nelle sagge parole di commento dello “sceltissmo” don Raffaè. Il brigadiere, stanco del malfunzionamento della macchina statale, comincia a riporre tutta la sua fiducia in un uomo che, sebbene sia un boss, è capace di offrire una soluzione, di dare risposte, di irradiare sicurezza e quindi di sostituirsi al ruolo dello Stato. La malavita diviene l’unica realtà alternativa al malfunzionamento della macchina statale. La malavita si è fatta saggezza, sicurezza, legge e Stato.

Un galantuomo che tiene sei figli/ha chiesto una casa e ci danno consigli/l’assessore che Dio lo perdoni/’ndentro’a roulotte ci alleva i visoni./Voi vi basta una mossa, una voce/c’a `stu Cristo ci leva ‘na croce./Con rispetto, s’è fatto le tre/vulite ‘a spremuta o vulite ‘o caffè?

Iperboli ed esagerazioni vanno a descrivere il contesto d’ingiustizia sociale per il quale Pasquale si era indignato e poi affidato a don Raffaè che addirittura con una mossa, con una parola potrebbe risolvere questi casi d’ingiustizia, togliere al Cristo una croce.

[RITORNELLO]

`Cca ci sta l’inflazione, la svalutazione/e la borsa ce l’ha chi c’è l’ha/io non tengo compendio/che chillo stipendio/e un ambo se sogno a papà/Aggiungete mia figlia Innocenza/vuò ‘o marito, nun tiene pazienza/non vi chiedo la grazia pé ‘mmè/vi faccio la barba o la fate da sè?

Inflazione, svalutazione, assenza di compendio e il sogno di una vincita al lotto. Una sintesi perfetta che ci consegna la cifra del contesto sociale fortemente disagiato. Una disperazione che può spingere verso una sola direzione: gettarsi tra le braccia della malavita.

Voi tenete un cappotto cammello/che al maxi-processo eravate ‘o cchiubello,/un vestito gessato marrone/così ci è sembrato alla televisione/pe `ste nozze vi prego Eccellenza/mi prestasse péffare presenza/io già tengo le scarpe e ‘o gilè/gradite ‘o Campari o vulite ‘o ccafè?

Probabilmente il riferimento è al già citato Cutolo e alle sue eleganti apparizione nei processi registrati e trasmessi dai principali canali televisivi. Al boss, ormai mito e modello, Pasquale chiede in prestito il “vestito gessato marrone” per “fare presenza”.

[RITORNELLO]

Qui non c’è più decoro, le carceri d’oro/ma chi ll’ha mai viste, chissà/chestesò fatiscenti pécchisto ‘e fetienti/si tengono l’immunità/don Raffaè voi politicamente/io vi giuro sarebbe ‘nu santo/ma a’ccadinto voi state a pagà/e fora chist’atre se stanno a spassà.

In questi versi, Fabrizio si riserva lo spazio per una critica alle tanto celebrate “carceri d’oro” dell’Italia che però, a detta dello stesso brigadiere, non sono certamente all’avanguardia anzi sono “fatiscenti”. In un clima di piena sfiducia nelle autorità e nella politica, la persona di Don Raffaè viene elevata a ideale figura politica, “nu’ santo” politicamente parlando. La malavita è divenuta la politica del giusto, della coerenza e della praticità. In questi versi riassuntivi e molto polemici, De André non risparmia nemmeno la decadente classe politica che “fora” non sta facendo il necessario per risollevare la società anzi si sta a “spassà” mentre l’ormai divinizzato boss paga ingiustamente col carcere.

A proposito, tengo nu frate/che da quindici anni sta disoccupato/chillo ha fatto cinquanta concorsi/novanta domande e duecento ricorsi/voi che date conforto e lavoro,/Eminenza, vi bacio e v’imploro/chillo dorme cu mamma e cu mme/che crema d’Arabia ch’è cchistuccafè.

Giunti alla consacrazione politica della malavita, il Boss è stato completamente sostituito allo Stato. È inevitabile, a questo punto, che Pasquale faccia le proprie richieste a Don Raffaè (ormai divenuto “Eminenza” da implorare e da baciare) e non ad uno Stato definitivamente surclassato e che ha dato prova di non potere nulla. La malavita che tutto può si è fatta politica e il brigadiere chiede una speciale raccomandazione per suo fratello, un disoccupato che sta provando concorsi su concorsi per conquistare un posto di lavoro. La metamorfosi è avvenuta: don Raffaè da criminale è divenuto politico ideale mentre il brigadiere da paladino della giustizia è divenuto complice del malaffare. La colpa di questa trasformazione è additabile unicamente ad uno Stato che non ha saputo e voluto sentire le grida di una società martoriata. Nell’acqua torbida del malcontento sociale, facilmente, ha pescato don Raffaè…

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