Faber: dietro i testi, dentro la storia

“FABER: DIETRO I TESTI, DENTRO LA STORIA”: Andrea

Di Miriam Viscusi e Mario Martino

Sulla Canzone  (a cura di Miriam Viscusi).

“Rimini”, nono album di De Andrè, registrato nel 1978 e scritto in collaborazione con Massimo Bubola, contiene numerosi pezzi degni di nota ed è pieno di riferimenti più o meno velati alla politica, alla società, alla storia. Oggi vogliamo analizzare un pezzo che spicca fra gli altri: Andrea.
Il fatto che questa canzone sia ambientata agli inizi del Novecento, durante la Prima Guerra mondiale, l’ha resa nei decenni successivi una canzone antimilitarista, insieme a La guerra di Piero.
In questa analisi, però, ci soffermiamo sulla storia d’amore che fa da sfondo alla canzone e sul tema della “diversità”.

La voce femminile è quella di Dori Ghezzi, la musica è un po’ folk, la storia sembra semplice. Dice questo: Andrea aveva un amore, dei riccioli neri e si era perso.
Nei versi successivi qualcosa cambia. L’amore diventa dolore e Andrea non si è perso, ha perso. Cosa? Chi? Tante domande. Innanzitutto, chi era Andrea? Era un soldato? È morto? E chi era il contadino del regno? E il pozzo cosa vuol dire?
Ad un primo ascolto ci si può erroneamente convincere che a “morire sui monti di Trento” sia lo stesso Andrea, che quindi i riccioli scuri, il profilo francese, la professione del soldato siano sue caratteristiche. In realtà il vero protagonista è il “lui”, l’amore che Andrea ha perso, e che dà (o toglie) senso alla sua vita. I riccioli neri sono quelli che ha lasciato prima di partire per la guerra. Il profumo, le violette, sono immagini altamente evocative, che ci riportano in un bosco in montagna all’interno di una la fiaba.
Fiaba non è, però. La storia in cui siamo catapultati avviene agli inizi del secolo. Siamo negli anni del primo conflitto mondiale, gli stessi anni dove in Italia l’omosessualità andava a braccetto con la dissimulazione e l’ipocrisia. Poteva capitare (anzi era molto frequente) che giovani  o soldati si offrissero a turisti stranieri, gli “uomini eccentrici”, così come venivano chiamati, ma tutto avveniva in un clima di “tolleranza repressiva”. Erano comportamenti accettati solo se nell’ombra. Nulla doveva venire alla luce, perché secondo la morale dell’epoca l’omosessualità era una pratica scorretta. Figuriamoci quindi se fosse possibile, per l’ipotetico Andrea, ammettere pubblicamente di avere una relazione sentimentale con un altro uomo.
Gli anni in cui esce la canzone sono decisamente diversi: sono quelli delle prime rivendicazioni e organizzazioni omosessuali.
In un concerto del ’92, De Andrè afferma:

Questa canzone la dedichiamo a quelli che Platone chiamava, in modo poetico, i figli della luna; alle persone che noi continuiamo a chiamare gay oppure, per una strana forma di compiacimento, diversi, se non addirittura culi. Mi fa piacere cantare questa canzone, che è stata scritta proprio per loro, a luci accese, a dimostrare che oggi, almeno in Europa, si può essere semplicemente se stessi senza più bisogno di vergognarsene.

Mentre ci chiediamo se queste parole sono attuali, siamo consapevoli che De Andrè, già decenni fa, con questa fiaba triste, ci fa capire una cosa semplice: che se muore chi ami, vuoi morire anche tu. Grazie ad Andrea sappiamo che l’amore (e il dolore) è sempre lo stesso.

Dentro la canzone (a cura di Mario Martino).

Andrea s’è perso e non sa tornare/Andrea s’è perso e non sa tornare/Andrea aveva un amore riccioli neri/Andrea aveva un dolore riccioli neri.
La prima strofa di questa canzone ci presenta il primo protagonista della storia d’amore: Andrea. Un uomo che s’è perso, si è innamorato perdutamente di “riccioli neri” ( che scopriremo nella seconda strofa essere un uomo) e non riesce più a ritrovare la strada che lo riporti alla condizione precedente, lontano dall’amore, l’innamorato Andrea “non sa tornare” indietro. Ben presto, questo amore dai riccioli neri lascerà un dolore nella vita di Andrea, andiamo a vedere perchè.

C’era scritto sul foglio che era morto sulla bandiera/c’era scritto sul foglio e la firma era d’oro era firma di re/Ucciso sui monti di Trento dalla mitraglia/Ucciso sui monti di Trento dalla mitraglia

La seconda strofa ci consegna due risposte: 1)l’amore di Andrea era sicuramente un uomo, lo si capisce dall’aggettivazione indiscutibilmente maschile (morto e ucciso); 2) il dolore citato nella prima strofa è relativo alla morte di riccioli neri, ucciso durante la Prima Guerra Mondiale “sui Monti di Trento” dall’oggetto simbolo dell’innovazione tecnologica di quegli anni: la mitraglia. Il foglio è dunque un riferimento alla cartolina del decesso, una cartolina affidabile: firmata dal Re d’Italia. Così, quello che fino ad ora per Andrea era stato un amore tanto forte da farlo perdere, diviene un grande dolore.

Occhi di bosco contadino del regno profilo francese/Occhi di bosco soldato del regno profilo francese/E Andrea l’ha perso ha perso l’amore la perla più rara/E Andrea ha in bocca un dolore la perla più scura.

Ad apertura di questa terza strofa, troviamo la descrizione sociale di riccioli neri: un ragazzo-contadino del Regno d’Italia e dal profilo francese (si pensa che riccioli neri avesse un aspetto da francese e abitudini d’oltralpe poiché cittadino di una realtà al confine, magari il Piemonte). Successivamente, Faber prosegue con la descrizione del dolore immenso che ha colpito Andrea. Il giovane ed innamorato Andrea ha perduto “la perla più rara” e questa perdita gli ha messo sul volto, “in bocca”, un’espressione acuta di dolore, un’espressione causata dalla morte (“la perla più scura”) di riccioli neri.

Andrea raccoglieva violette ai bordi del pozzo/Andrea gettava riccioli neri nel cerchio del pozzo/Il secchio gli disse “Signore il pozzo è profondo/più profondo del fondo degli occhi della Notte del Pianto”/lui disse “Mi basta, mi basta che sia più profondo di me”/lui disse “Mi basta, mi basta che sia più profondo di me”

In questa ultima strofa troviamo un Andrea comprensibilmente nostalgico che raccogliendo le violette non fa altro che raccogliere i ricordi più belli della sua storia d’amore con riccioli neri. Il pozzo che vicino a lui, simboleggia l’oblio, il dimenticatoio dentro cui Andrea “gettava riccioli neri”, i ricordi del suo amore. Il secchio calato nel pozzo, verosimilmente metafora di chi ha già attraversato un dolore ed ha reagito come Andrea, gettando tutto nel pozzo dell’oblio e finendo per cadere nell’oblio stesso, avvisa Andrea della profondità de pozzo che è più profondo del dolore stesso, “degli occhi della Notte del Pianto”. Insomma, una volta gettati nel pozzo, i ricordi del passato non potranno più riemergere. Ma Andrea è determinato, vuole gettare quei ricordi, quel dolore e quella storia in un posto, in una realtà, in una dimensione che sia più profonda di lui, annullarli per sempre. La profondità, l’annullamento dei ricordi si fa annullamento di se stesso e diviene metafora, o della pazzia di Andrea oppure del suo suicidio gettandosi nel pozzo; lanciandosi in una realtà dove tutto finisce, in una dimensione dove tutto si annulla, anche il dolore: la morte.

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