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“La città delle Dame”: l’origine della luce femminista nel buio di una società patriarcale.

di Mario Martino

 Ahimè, mio Dio, perché non mi hai fatto nascere maschio? Tutte le mie capacità sarebbero state al tuo servizio, non mi sbaglierei in nulla e sarei perfetta in tutto, come gli uomini dicono di essere.

Come tutti ben sappiamo, l’8 Marzo di ogni anno si celebra la Festa della donna. L’obiettivo di tale ricorrenza è celebrare le conquiste sociali e politiche delle donne e ricordare violenze e discriminazioni di cui sono state e tutt’ora sono oggetto a qualsiasi latitudine. Sorvolando sull’origine americana della ricorrenza e sul significato della mimosa (concetti sui quali è stato scritto praticamente di tutto, da verità storiche dimostrate a “post-verità” di ogni genere) vorrei celebrare questa ricorrenza ricordando l’impegno di una delle antesignane del movimento femminista. Per fare ciò occorre volgere lo sguardo indietro nel tempo, precisamente al periodo invernale a cavallo tra 1404 -1405.

Siamo nel secolo che sancisce il passaggio dal Medioevo al Rinascimento. Lontani anni luce dai concetti di “emancipazione femminile” e “pari opportunità”, come ancora oggi d’altronde.

La donna era considerata, nella migliore delle ipotesi un essere inferiore, altrimenti una “cosa necessaria all’uomo” o addirittura “la porta dell’inferno”. In questo triste contesto si inserisce la figura, chiaramente al di sopra delle righe, di Christine de Pizan.

Scrittrice, poetessa e da alcuni ritenuta filosofa, Christine nasce a Venezia nel 1365 per poi trasferirsi insieme alla famiglia in Francia, alla corte di Carlo V. Sin da bambina Christine iniziò ad essere insofferente alla condizione a cui, in quanto donna, era sottoposta. Questa insofferenza, Christine seppe trasformarla in forte impegno, in lotta continua contro la misoginia, anticipando di 400 anni la nascita dei primi movimenti femministi.

Tutto il suo femminismo è racchiuso in un capolavoro che, per linearità sintattica, lessico ma soprattutto tematiche, sembra un’opera femminista del 900. Stiamo parlando del “Livre de la Cité des Dames” (La Città delle Dame).

“Sono certa che quest’opera farà chiacchierare a lungo i maldicenti” sosteneva Christine e di fatto così è stato. La pubblicazione dell’opera creò scalpore e rabbia all’interno di una società patriarcale e maschilista.

In risposta all’opera “Roman de le Rose” di Jean De Meung che descriveva le donne solo come seduttrici, “La città delle Dame” ci consegna l’immagine di una società utopica e allegorica in cui la parola dama indica una donna nobile di spirito e non di sangue. La città immaginata da Christine è fortificata e costruita secondo le indicazioni di Ragione, Rettitudine e Giustizia. All’interno delle mura della città delle Dame, De Pizan inserisce un elevato numero di sante, eroine, poetesse, scienziate, regine, filosofe ed intellettuali che offrono un esempio dell’enorme ed indispensabile potenziale che le donne hanno offerto e possono ancora offrire alla società.

Particolarmente significativa è l’introduzione, all’interno della città, di Lucrezia che si suicidò dopo lo stupro. Un triste episodio che voleva offrire lo spunto per legiferare sullo stupro ed emettere una legge che condanna a morte gli stupratori. Ma emblematica anche la presentazione di Semiramide e Didone, fondatrici di Babilonia e Cartagine e tante altre ancora.

Emerge nell’opera ance il tema dell’educazione femminile, questione che l’autrice avvertita come fondamentale per un reale miglioramento della condizione sociale delle donne. Christine condannava l’ignoranza cui le donne erano obbligate in quanto isolate tra le mura di casa. Di qui il tema dell’inferiorità della donna che viene presentata, prima di tutto, come una inferiorità culturale.

Una donna intelligente riesce a far di tutto e anzi gli uomini ne sarebbero molto irritati se una donna ne sapesse più di loro.

La modernità, il valore, la portata rivoluzionaria ma soprattutto e purtroppo l’atemporalità tematica  dell’opera di De Pizan possiamo comprenderle solo facendo un balzo in avanti nel tempo e arrivando al 1929, anno di pubblicazione di un altro capolavoro della letteratura femminista: “una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf. Facendo un semplice calcolo, tra il 1404/1405 e il 1929 intercorrono ben 524 anni. Il risultato di questo calcolo rende l’idea del valore dell’opera di Christine che è stata capace oltre 5 secoli prima di Virginia di rivendicare, per il genere femminile, la possibilità di essere ammesse alla cultura.

Tra l’opera di Christine e quella di Virginia si sono alzate migliaia di altre voci che si sono unite alla causa dell’emancipazione femminile. Nomi autorevoli, personaggi illustri, donne impeccabili ma anche autori minori, giornalisti, studenti e parte dell’opinione pubblica. Alla loro voce voglio, per sempre, unire anche la mia e, concludendo con una frase dell’opera di De Pizan, voglio lanciare la mia freccia provocatoria alla società del mio tempo sperando di colpire al cuore del maschilismo: “sembrano tutti parlare con la stessa bocca, tutti d’accordo nella medesima conclusione, che il comportamento delle donne è incline ad ogni tipo di vizio.”

 

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