Faber: dietro i testi, dentro la storia

“FABER: DIETRO I TESTI, DENTRO LA STORIA”: cosa racconta ‘La guerra di Piero’?

di Mario Martino e Miriam Viscusi

1962, Fabrizio lavora come direttore amministrativo negli istituti del padre ma nel frattempo scrive canzoni. Il testo di La guerra di Piero appartiene a quel periodo, è una delle prime canzoni da lui scritte. Farà poi parte di  Volume III, uscito nel 1968, con musiche composte dallo stesso  De Andrè. Inserita tra Amore che vieni, amore che vai e Il testamento, in poco più di tre minuti c’è una storia semplice che diventerà una delle canzoni antimilitariste più conosciuta in Italia. È la canzone di quegli anni, del Sessantotto, la canzone antiguerra nel periodo delle proteste giovanili contro la guerra. Dentro c’è questo; o forse questo è quello che il pubblico gli ha attribuito. È stata la canzone giusta al momento giusto, se vogliamo: parole delicate e il racconto della semplice storia di un uomo,  per dire che la guerra alla fine è uomo contro uomo, con il tuo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore.

Da parte di De Andrè,si dice che il testo sia stato vagamente ispirato anche a ricordi di uno zio morto in guerra e ai ricordi personali (vaghi anch’essi) dello stesso De Andrè, che tra il 40 e il 45 si spostò dalla Liguria a causa della guerra. Una percezione intima del lato antiumano di quest’ultima.

M.V.

Questa canzone, come molte altre canzoni di Faber, non è solo rima e ritmo ma è molto di più. Dietro “La Guerra di Piero” c’è un preciso schema metrico. Infatti, da un punto di vista puramente letterario, la canzone si presenta come una “ballata”. La ballata è un componimento letterario in versi costituito da più “stanze” (gruppi di versi) cui si alterna un ritornello; quello che i primi trovatori chiamavano “refrain”(ripresa ) che in questo caso viene presentato ad inizio canzone e alla fine: “Dormi sepolto in un campo di grano/ non è la rosa non è il tulipano/ che ti fan veglia dall’ombra dei fossi/ ma sono mille papaveri rossi. “La canzoneè costituita da tredici stanze composte da quattro endecasillabi (versi formati da undici sillabe con l’ultimo accento sulla decima).Ma entriamo nella storia contenuta in questa canzone…

Il soldato Piero, simbolo di tutti i soldati e della loro caduca condizione, è protagonista di una vicenda meta-storica. La figura di Piero viene introdotta come una figura vinta, sconfitta, morta. Il tema della morte (contenuto nel sopracitato refrain) anticipa addirittura, e di gran lunga, il nome del personaggio e quindi si candida ad essere la condizione di qualunque soldato.

Dopo il refrain iniziale, di forte impatto emotivo, che porta l’ascoltatore subito in una dimensione di profondo dolore e commiserazione, inizia la narrazione vera e propria che parte con un flashback. A questa altezza scompare il narratore in terza persona, che racconta la storia e a parlare è Piero:

“Lungo le sponde del mio torrente/ voglio che scendano i lucci argentati/ non più i cadaveri dei soldati/ portati in braccio dalla corrente. “

Sin dall’inizio è chiaro il profondo sentimento di umanità del soldato Piero che come vedremo accompagnerà l’intero svolgersi della storia. Questo senso di umanità prevarrà sulla narrazione dei fatti bellici e porterà Piero a focalizzare l’attenzione su emozioni, sensazioni, pensieri e paure, sono i veri protagonisti.

Ecco che però ritorna il narratore, umanamente vicino alle paure di Piero e consapevole della terribile fine a cui va incontro il soldato contro la sua volontà, semplicemente perché “deve”. Il narratore allora si rivolge con un imperativo a Piero, invitandolo a fermarsi prima della disfatta, prima dell’inferno, prima della morte. Faber, a questa altezza demolisce, sotto le righe, il mito dell’eroica morte per la patria. Infatti chi muore non riceve nessun onore speciale, nessuna riconoscenza onorevole. In cambio ha solo la croce, ovvero la morte stessa.

“Così dicevi ed era inverno/e come gli altri verso l’inferno/te ne vai triste come chi deve/il vento ti sputa in faccia la neve.

Fermati Piero , fermati adesso/ lascia che il vento ti passi un po’ addosso/dei morti in battaglia ti porti la voce/chi diede la vita ebbe in cambio una croce. “

Piero però non si ferma. Metaforicamente il suo non fermarsi rappresenta l’ignorare la voce della ragione e assecondare l’inerzia di “chi deve”. Piero allora prosegue verso l’inferno…

“Ma tu non lo udisti e il tempo passava/con le stagioni a passo di giava/ed arrivasti a varcar la frontiera/in un bel giorno di primavera. “

Eccoci giunti ad uno dei punti più significativi e toccanti di questa ballata. Piero superata la frontiera, “con l’anima in spalle”, pieno di angoscia, si imbatte in un nemico che è angosciato e sfinito quanto lui. Umanamente dovrebbe prevalere la solidarietà, la commiserazione tra fratelli ma c’è un problema: la divisa è di un altro colore…L’inerzia del soldato, abituato ad andare avanti, a vincere il nemico, super il sentimento di solidarietà.

“E mentre marciavi con l’anima in spalle/vedesti un uomo in fondo alla valle/che aveva il tuo stesso identico umore/ma la divisa di un altro colore. “

Allora il narratore, tempestivamente, comanda a Piero di sparare al nemico per salvarsi.

“ Sparagli Piero, sparagli ora/e dopo un colpo sparagli ancora/fino a che tu non lo vedrai esangue/cadere in terra a coprire il suo sangue. “

Ma questo punto il protagonista sembra improvvisamente vivere una crisi e rifiuta di spararlo. Piero ha visto morire tanti uomini e l’idea di ucciderlo e dover assistere ancora una volta al dramma di vedere morire un fratello sarebbe un dolore ancora più forte della morte. La situazione si è rovesciata: Piero ha vinto l’inerzia e ha dato voce al primordiale senso d’umanità. Tuttavia questo non gli impedirà di morire. Il nemico non gli ricambierà questa umana cortesia e lo fredderà istantaneamente.Questa parte è l’emblema dell’assurdità della guerra e dei danni che essa procura, a livello psichico, negli uomini. Uomini, soldati, fratelli che non hanno più la forza per vedere morire il nemico e preferisco la propria morte, unica soluzione per non vedere più il dolore e la morte intorno.

“E  segli sparo in fronte o nel cuore/ soltanto il tempo avrà per morire/ma il tempo a me resterà per vedere/vedere gli occhi di un uomo che muore.

E mentre gli usi questa premura/quello si volta, ti vede e ha paura/ed imbracciata l’artiglieria/non ti ricambia la cortesia. “

Cadesti in terra senza un lamento/e ti accorgesti in un solo momento/che il tempo non ti sarebbe bastato/a chiedere perdono per ogni peccato

Cadesti a terra senza un lamento/e ti accorgesti in un solo momento/che la tua vita finiva quel giorno/e non ci sarebbe stato un ritorno. “

Spunto di morire, Piero pronuncia le sue ultime rivolgendosi alla sua compagna Ninetta. Nelle parole alla sua amate c’è il rammarico di una morte in primavera, dell’impossibilità di vivere qualche giorno della bella e colorita stagione. Se avesse potuto scegliere, Piero sarebbe morto d’inverno…

“Ninetta mia crepare di maggio/ci vuole tanto troppo coraggio/Ninetta bella dritto all’inferno/avrei preferito andarci in inverno. “

Riprende, per chiudere, la parola il narratore che descrive gli ultimi momenti di Piero, simbolo dell’uomo-soldato rappresentato si con il fucile tra le mani ma soprattutto con emozioni, sensazioni, paure, pensieri e parole strette tra i denti che non riescono a sciogliersi ed uscire.

“ E mentre il grano ti stava a sentire/dentro alle mani stringevi un fucile/dentro alla bocca stringevi parole/troppo gelate per sciogliersi al sole.”

M.M.

 

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