Costume & Società

Il “naufragio fantasma” del Natale del ’96 attraverso la fiction di Beppe Fiorello

di Rocco Castellucci

Pochi giorni fa, su Rai Uno, Beppe Fiorello ha vestito i panni di Salvatore Lupo, un ex pescatore del comune di Portopalo di Capo Passero, nella fiction “I fantasmi di Portopalo”. Ma chi è Lupo? E cosa rende la sua vita così interessante da dedicargli un film in prima serata su Rai Uno?

Salvo Lupo è colui che ritrovò e denunciò, senza essere ascoltato dalla sua comunità, la scoperta del relitto della nave fantasma che nel Natale del ’96 causò la morte di quasi 300 migranti, 283 per l’esattezza. “Nave fantasma” perché per anni fu lasciata in fondo al mare dopo che i pescatori di Portopalo, nei giorni successivi al naufragio, iniziarono a pescare cose che non si era soliti trovare in mare, come vestiti e dopo di che cadaveri. Cadaveri che però non furono mai denunciati alle autorità, per paura del sequestro delle imbarcazioni, ma rigettati in mare e chiamati dai pescatori del posto “tonni del Mediterraneo”.

Il pescatore, però, nel 2001 decide di rivelare all’inviato di Repubblica, Giovanni Maria Bellu, la verità nascosta da 5 anni: una testimonianza della tragedia avvenuta nel 1996 nelle acque internazionali a 19 miglia al largo di Portopalo, sorretta da prove e coordinate del luogo dove si sarebbero dovuti trovare i resti dell’imbarcazione. Bellu scopre presto che il mistero del naufragio fantasma e il segreto di Portopalo, il paese di pescatori dove tutti sapevano, era reale. Convince allora il direttore del giornale ad affittare un robot in grado di muoversi e riprendere a 100 mt di profondità. Due giorni dopo il battello viene individuato, ripreso e fotografato; ed è grazie a quelle immagini, che fanno subito il giro del mondo, che si può finalmente scrivere la storia del più grande naufragio nel Mediterraneo dal dopoguerra (e rimase tale fino al naufragio di Lampedusa, verificatosi nel 2013).

Negli anni ’90 la criminalità ha scoperto una nuova fonte di guadagno: il traffico di esseri umani, molto redditizio e poco rischioso. L’armatore pakistano a capo di questa organizzazione criminale, organizzò lo sbarco sulle nostre coste di 450 persone convogliate in Egitto dopo un lungo viaggio dal Pakistan, dall’India, dallo Sri Lanka. Nel dicembre del ’96 il prezioso carico imbarcato sulla Yohan, una nave battente onduregna, attende al largo di Malta lo scafo che farà sbarcare i clandestini. Dopo due settimane, nella notte tra il 25 e il 26 dicembre, arriva l’F174, un battello in pessimo stato, con i sistemi di sicurezza fuori uso, troppo malmesso per poter portare via tutti in un solo viaggio. I trafficanti ammassano 300 persone e la F174 riparte ma nella manovra di carico urta, si apre una falla e l’acqua entra rapidamente nelle stive. Chiede aiuto alla Yohan che accosta ma sperona la F174 che si spacca, e affonda. Solo una trentina di persone riesce a risalire sulla Yohan che riparte verso la Grecia. Una settimana dopo un gruppo di clandestini fugge e denuncia la tragedia alla Polizia greca che non crede al racconto, la notizia è accolta con scetticismo anche in Italia e diventa un naufragio fantasma.

Fu solo grazie ad un avvenimento nella vita privata di Lupo, accostato alla voglia di dare un briciolo di dignità a quei poveri cadaveri sommersi che fece scattare la molla. Nella stessa pagina del quotidiano locale leggevo della notizia di mia figlia che tentava un concorso di bellezza a Roma, e sotto che i 13, fra comandante ed equipaggio della nave di trafficanti di uomini, stavano per venire prosciolti perché mancava la prova dell’affondamento della nave e non erano stati trovati i cadaveri. Io avevo ripescato il tesserino di un ragazzo srilankese, coetaneo di mia figlia. Alla fine mentre ero a Roma con lei, sono andato a Repubblica per rivelare quello che sapevo. All’inizio non mi hanno dato credito, poi dietro mia insistenza Giovanni Maria Bellu mi chiese di verificare l’esistenza della nave. Tramite un rov, un sistema di rilevamento subacqueo, la trovammo là dove si trovava dal 1996. Ne nacque il libro “I fantasmi di Portopalo”. Grazie a noi l’equipaggio fu arrestato e i familiari delle vittime seppero che i loro cari erano purtroppo morti qui”.

Il comune di Portopalo non ha apprezzato il lavoro fatto dalla Rai, già a partire dal titolo dato alla fiction (che doveva chiamarsi inizialmente “Chiedilo al mare”) ed infatti gli abitanti del luogo hanno disertato l’anteprima della miniserie. Può capitare anche questo quando scegli di parlare di verità nascoste e difficili, e Beppe Fiorello si trova quindi ad incassare dure reazioni oltre gli ottimi ascolti e i meritati applausi. Una serie che risveglia le coscienze, ben realizzata e ben interpretata. Una sorta di documentario dal sapore romanzato.

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