Costume & Società, Musica

“FABER: DIETRO I TESTI, DENTRO LA STORIA”

di Mario Martino e Miriam Viscusi

18 febbraio, 1940. E poi 11 gennaio, 1999. Non è possibile fare caso a queste due date senza emozionarsi. Sono le due date che segnano gli estremi di una vita, di un uomo che per tantissimi motivi rappresenta la poesia e il cantautorato italiano– ed è una frase banale ma perfettamente corrispondente alla realtà.

Parliamo di Fabrizio De Andrè, Faber per tutti coloro che per un motivo o l’altro lo amavano o lo hanno amato. Amato non perché confuso con un Dio, anzi. Forse e soprattutto, amato perché è stato un uomo e basta. Che per quanto famoso e apprezzato, aveva anche dei difetti, dei limiti, delle fragilità. Era un uomo, ma se ne parliamo ancora oggi, se verso la sua figura e la sua immagine c’è questo senso di venerazione è  grazie  alla sua capacità lucida e tagliente di descrivere la realtà e la storia. Di farci riflettere su cose e su situazioni che non avremmo -o non abbiamo avuto- mai il coraggio e lo spirito acuto di osservare.

È difficile non cadere nel banale, su De Andrè è stato già scritto, commentato, analizzato di tutto. Per questo proveremo solo a  dare dei brevi cenni biografici, per chi ancora non ha inquadrato bene la sua figura.

1940: Nasce a Genova. Durante gli anni della guerra vive con la sua famiglia in campagna, e ritorna in Liguria solo finita la guerra. La sua prima chitarra: a quattordici anni. 1961: esce il suo primo 45 giri con l’etichetta Karim. Nuvole barocche – E fu la notte. L’anno successivo si iscrive a Giurisprudenza ma lascerà la facoltà poco prima della laurea. Il suo interesse, da sempre, è per la scrittura. Nello stesso anno sposa Enrica Rignon, che diventerà la madre di Cristiano. Scrive La guerra di Piero e La canzone di Marinella, collabora con Paolo Villaggio. La svolta è nel ’68: porta La canzone di Marinella a Canzonissima. Tra l’estate del ’68 e quella del ’78 si svolge gran parte della carriera di De Andrè ma succede anche tanto altro. In questi dieci anno escono Tutti morimmo a stento (1968), La buona novella (1971), Non al denaro non all’amore né al cielo, Storia di un impiegato (1973) e nel ’74 Fabrizio conosce Dori Ghezzi, con la quale due anni dopo comprerà una tenuta in Gallura, Sardegna. Nel 1977 inizia la scrittura di Rimini e nasce la figlia Luvi. Gli anni successivi sono forse i più intensi: tra il ’78 e il ’79 tour con la PFM, nell ’agosto ‘79 Fabrizio e Dori vengono rapiti. Saranno liberati in dicembre.

Il 1980 vede la creazione dell’etichetta di Fabrizio e Dori (FADO) e inizia la scrittura di Una storia sbagliata. Il decennio vede la quarta stagione di concerti, sempre con la PFM, l’unico tour all’estero (1982), la morte del padre, il matrimonio con Dori. Fra gli album Creuza de mä (1984).

Al decennio successivo, invece, appartengono un tour nei palasport, con entrambi i figli sul palco, il romanzo Un destino ridicolo, l’album Anime salve (1996).

 Nel 1999, in gennaio, muore a Milano.

Cosa avrebbe potuto fare alla fine degli anni Cinquanta un giovane nottambulo, incazzato, mediamente colto, sensibile alle vistose infamie di classe, innamorato dei topi e dei piccioni, forte bevitore, vagheggiatore di ogni miglioramento sociale, amico delle bagasce, cantore feroce di qualunque cordata politica, sposo inaffidabile, musicomane e assatanato di qualsiasi pezzo di carta stampata? Se fosse sopravvissuto e gliene si fosse data l’occasione, costui, molto probabilmente, sarebbe diventato un cantautore. Così infatti è stato ma ci voleva un esempio.
Fabrizio De Andrè

M.V.

“Giovane nottambulo, incazzato, mediamente colto, sensibile alle vistose infamie di classe, vagheggiatore di ogni miglioramento sociale, musicomane e assatanato di qualsiasi pezzo di carta stampata” è tutto qui Faber, è tutto nella descrizione che egli fa di sé, niente di più, niente di meno. Non esiste biografia migliore. Per capire realmente De André, spiegarsi i suoi testi e decodificare la sua morale è sufficiente “solo” questo: sapere che era un giovane “incazzato” per via delle ingiustizie sociali e amante di musica e libri. Ma in quell’elenco descrittivo non c’è solo Faber, c’è gran parte della sua generazione. Ci sono i figli dei fiori, gli hippie d’italia, “lottatori sociali“, pacifisti, oppositori politici, giovani schierati contro il nucleare, contro la guerra, studenti in rivolta, vagheggiatori di Stati utopici (spesso anarchici o al massimo filosovietici ma sicuramente non americani). Insomma c’è tutto il ’68, tutta una generazione con il suo bagaglio di valori e di morali. Così “La Canzone del Maggio” non è un caso ma una necessità storica e sociale. Muovendosi dal ’68 la canzone-morale di De André farà tappa negli “Anni di Piombo” e arriverà fino alla soglia del Nuovo Millennio per fermarsi solo davanti alla morte, nel 1999. Ma Faber non è solo cantore della sua società e del suo periodo storico, è più in generale cantore dei casi di ingiustizia sociale e quindi di un tema atemporale. Così dal 68’ si sposta indietro nel tempo per cantare il massacro di Sand Creek (1864) quando le milizie americane uccisero circa 200 nativi. E a ritroso nel tempo, dal 1864 al XVI secolo con Geordie, antica ballata britannica ripresa in canzone da Faber che racconta di un giovane di nome Geordie condannato all’ impiccagione, con il mero privilegio di essere impiccato con una corda d’oro, per aver rubato alcuni cervi dalla riserva imperiale.

Da quest’ultimo corollario si può evincere che l’attualità di Faber non è un fatto straordinario ma, ahimé, ordinario e naturale. Se De Andrè avesse avuto la fortuna di vivere ancora un po’ avrebbe trovato molti spunti anche nel nuovo Millennio per cantare di fresche ingiustizie sociali.

Faber però non è solo cantore di ingiustizie sociali ma anche di morali nuove, non speciali. Morali che semplicemente molto spesso l’uomo non ha voluto o non è riuscito a cogliere. Morali di tolleranza e apertura sincera, morali di pluralismo e diversità.  “Gli arcobaleni di altri mondi hanno colori che non so, lungo ruscelli d’altri mondi nascono fiori che non ho. “ (Primo Intermezzo; tanto per citarne una)

Non sono forse temi-problemi dei nostri giorni quelli dell’apertura alla diversità, del pluralismo e della tolleranza?

Ma l’attualità di De André non risiede solo nei temi dell’ingiustizia sociale o delle nuove morali. Forte il suo attaccamento al dialetto che veniva visto dal cantautore ligure come nobile arricchimento culturale del parlante e della società. Volo con la mente a “Don Raffaè” dove Faber sapientemente unisce alla difesa del dialetto il tema-denuncia dell’impotenza dello stato e quindi del potere delle mafie. Più attuale di così…

Infine è da segnalare anche il suo legame con il mondo rurale trasposto, musicalmente, in molte canzoni. Faber amava la campagna e possedeva varie tenute agricole dove coltivava ortaggi e allevava animali. Dov’è l’attualità ? Non è mica difficile immaginarsi un De André impegnato con le sue canzoni contro l’eccessiva urbanizzazione e in difesa del “green”.

Insomma, sono tanti e attuali i motivi per ascoltare, leggere, rileggere e capire Faber e perciò  l’idea di “Faber: dietro i testi, dentro la storia”; una rubrica scritta a quattro mani da due giovani appassionati del cantautore ligure. L’obiettivo è sensibilizzare ad una lettura critica e formativa dei testi di De André attraverso analisi storiche, sociali, linguistiche e musicali di alcuni tra i brani più conosciuti. A partire da sabato prossimo, ogni sabato sarà riscoperta e analizzata una canzone diversa di Faber. Il prossimo appuntamento lascerà interamente spazio ad una delle prime canzoni di De André: “La Guerra di Piero”.

M.M.

 

 

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