Attualità & Territorio

Michele, cronaca di una morte annunciata. La sua lettera denuncia i nemici della vita

di Mario Martino

Di Tg in Tg, di giornale in giornale, di Radio in Radio, di Social in Social. Il precoce e triste epilogo della vita di Michele è ovunque. Mandato in onda, condiviso o messo su carta come la più estrema denuncia di una generazione che (per fortuna) sogna tanto ma che (per sfortuna?) è costretta, nella migliore delle ipotesi, ad accontentarsi delle briciole; nella peggiore, lentamente, a morire.
“Muore lentamente chi evita una passione/chi preferisce il nero sul bianco/e i puntini sulle “i” piuttosto che/un insieme di emozioni/proprio quelle che fanno brillare gli occhi/quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso/quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti/Lentamente muore/chi non capovolge il tavolo/chi è infelice sul lavoro/chi non rischia la certezza per l’incertezza/per inseguire un sogno[…]” (Pablo Neruda)
Ma Michele ha scelto di morire prima. Prima di essere costretto ad evitare una passione, prima di essere costretto a preferire “il nero sul bianco e i puntini sulle i”. Prima di essere “infelice sul lavoro”, ammesso che quella tanto attesa “infelicità” fosse, in qualche maniera, arrivata. Ha sbagliato? Ha fatto bene? No, non sono queste le domande che dobbiamo porci, nessuno potrebbe mai dare la risposta corretta a queste domande perché nessuno di noi è Michele…
Una sola domanda dovremmo porci: Perché ?
Perché, nel cuore della primavera della sua vita un ragazzo arriva a preferire la morte ? Perché bisogna arrivare a tanto per sentirsi liberi da un peso? E perché esistono ancora pesi in un mondo così innovato che ci aveva promesso solo leggerezze ? Perché per vivere bisogna scegliere “il nero sul bianco e i puntini sulle i”? Perché siamo arrivati ad un punto di non ritorno in cui sognare può costare la vita? Tutte queste risposte le possiamo trovare nella lettera che Michele ha scritto prima di sottrarsi alla vita. “Meglio di lui nessuno/ mai ti potrà indicare/gli errori di noi tutti/che puoi e vuoi salvare[…]” cantava Fabrizio De Andrè nella sua “Preghiera in Gennaio”.

“Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.”

Basta leggere le prime due righe della lettera di Michele e il primo messaggio è più che chiaro. Tra i tanti motivi che hanno spinto Michele all’estremo gesto, c’è l’esasperante uso dell’oggettività e la crisi della soggettività.
Viviamo, spesso sopravviviamo, in un mondo dove ogni gesto, ogni scelta, ogni emozione, ogni lacrima, ogni sorriso, ogni singola parola è oggetto di studio, di calcoli, di statistiche, di analisi e poi di disastrosi commenti, presentati come oggettivi, come “scientificamente dimostrati”. Come si trattasse dello Spread, dello Share, di una tabella Istat. Come se, per forza, ogni nostro sentimento debba essere compreso, schematizzato e analizzato. Quest’assurdo bisogno di volere dimostrare anche l’indimostrabile. Di rendere, per forza numero ciò che è lettera, di rendere per forza oggetto ciò che è soggetto, di rendere per forza materiale qualcosa che è immateriale. Questa dannata illusione di poter capire tutto, addirittura la vita degli altri. Questa testardaggine ossessiva nel voler procedere in questa dannosa direzione senza voler arrenderci. Come non esistessero limiti ma, grazie a Dio, i limiti esistono, anche nel 2017, anche nella generazione del Millennio. Esistono ancora i limiti della soggettività (che siano sempre benedetti) ma come la società avverte e il Michele di turno spiega, spesso nel tentativo di superarli si fanno soltanto danni irreparabili.

“Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.”

Altre due righe, altra crisi, altra causa del suicidio. “Fare del malessere un’arte”; forse è proprio questo che la ultra rapida e versatile società di oggi chiede ed insieme a lei il mondo del lavoro: abituarsi al malessere, perché “ crisi ed il mondo gira così”.  Allora siamo costretti a fingerci contenti di una vita che non sentiamo nostra, di un lavoro che non ci soddisfa, di una società che ci fa venire la nausea e quindi sviluppare l’assurda capacità di sorridere del malessere che proviamo; addirittura a ritenerci fortunati a soffrire in questi tempi di crisi.

“Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.”

Così la lettera, emblematicamente, prosegue in un crescendo di tragicità da far venire i brividi perché in fondo questa parte della lettera è proprio nostra.
E’ mia che a 22 scrivo per passione, con la speranza che la mia passione, un giorno, possa essere il mio lavoro. E’ tua, lettore che intanto controlli l’orario per capire se hai ancora tempo, in un mondo che corre così veloce, di leggermi ancora un poco. E’ tua, padre di famiglia precario o disoccupato che sei stufo di aspettare, che non puoi accettare, dopo tanti sacrifici, di perdere il posto nel vagone del lavoro, sul treno della dignità. E’ tua giovane studente che stai in guerra con tutti i tuoi colleghi per ottenere un risultato che alla fine non servirà; una guerra che alla fine avrà seminato solo morte con nessun vincitore. E’ tua, fortunato, fortunatissimo lavoratore che svolgi la professione che ami, con dedizione e passione, ma che comunque devi sopportare il peso di critiche provenienti da ogni tipo di bocca, anche la più stolta! E’ di noi tutti; giovani e meno giovani, noi perenni combattenti che sfidiamo un nostro fratello a duello per un voto in più, per qualche euro in più in busta paga, per qualche privilegio in più nell’alta società, per qualche riconoscimento in più da fotografare, condividere, incorniciare e mostrare al mondo.
Proseguendo Michele scrive:

“Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia. Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile. A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo. Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive. ”

La sensibilità, questa sconosciuta. Anche a questa altezza la lettera-denuncia di Michele è emblematica di una società malata di materialismo, di praticità. Una società in cui la sensibilità non ha alcun ruolo rilevante, altrimenti “sarebbe oggetto di ricerca”. Una società in cui non si investe sul tatto, sulla sensibilità. Una società dove l’imprenditore non cerca il lavoratore che ha vocazione ma quello che ottiene risultati, quello che, ad ogni modo produce, quello che funziona, quello che ha imparato l’arte del fare. D’altronde la sensibilità è scomoda per questo mondo, non è un oggetto e richiederebbe troppo tempo per essere valorizzata e quindi spazio a chi, in qualunque modo, magari infelicemente, produce. Una società che Michele non è riuscito a riconoscere come sua e dalla quale non si può pretendere nulla, si può solo dare, ci si può solo darsi; sacrificarsi in silenzio senza farsi passare mai per la testa la voglia di rovesciare il tavolo, di chiedere qualcosa in cambio. Eppure erano state tante le promesse fatteci dalla globalizzazione e dall’innovazione tecnologica
Così il futuro è per Michele una dimensione troppo buia alla quale rifiuta di assistere. Una dimensione dove insensibilità, oggettività, impossibilità di sognare, impossibilità di chiedere e competizione andranno a mietere morti su morti, più di ora e più di prima. Michele ha scelto di non farne parte di quel mondo, di non divenirne vittima e complice. Ma i morti che profetizza Michele e di cui parlava Neruda non perderanno la vita, perderanno i sogni, la sensibilità, il tatto, la passione e l’immaginazione. Saranno morti viventi o vivi morenti!
“ Una percentuale considerevole della gente che incontriamo per via è vuota dentro, cioè, in realtà è già morta. È una fortuna per noi che non lo vediamo e non lo sappiamo. Se sapessimo quante di queste persone sono in realtà morte e quante di queste persone morte governano le nostre vite, impazziremmo dall’orrore ” diceva il filosofo armeno Gurdjieff.

“Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione. Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare. Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni Di qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno. Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.
Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.”

A questa altezza la lettera di Michele riprende in maniera sintetica tutto il disagio provato dalla nostra generazione e precedentemente descritto. La vita, questa vita, è diventata per Michele inaccettabile ed il futuro è visto come l’accentuarsi di una sofferenza alla quale Michele si sottrae seguendo l’alternativa più tragica. Ma seppur la più tragica, l’alternativa della morte è vista da Michele come l’unica scelta libera in una società dove di dichiaratamente libero c’è tutto ma di realmente libero esiste ben poco. La morte è diventata così, per Michele, l’unica dimensione dove esiste la sensibilità, la soggettività, dove non ci sono scadenze, dove non c’è concorrenza, dove non ci sono statistiche, dove liberamente l’individuo sceglie e liberamente l’individuo esegue.

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene. Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.
P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.

E così finisce la vita di un fiore che sappiamo meraviglioso ma che non è sbocciato, che l’inverno ha gelato impedendogli di mostrare i suoi colori e che l’estate aspetterà, aspetterà invano.

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