Racconti in pillole

Di sbarre anche se d’oro

di Carla D’Aragona

Com’è nel mondo dello spettacolo? Fai una scaletta.

Ho dei tacchi che sembrano mortaretti. È la camminata della vita in cui mi occupo di non perdere l’equilibrio, di andar più dritta del solito. Contraggo i muscoli e mi sussurro ancora, incredula. Sto arrivando.
Qualche centinaio di giorni, almeno, che l’onestà fa da padrona. Mi accorgo della piccola volontà che mi fa restia, ma non rinuncio: decido che le ammissioni vanno attraversate, che è ancora poca l’isola di quando mi dico pensieri allo specchio. Non mi va di perdere e rallentare anche stavolta, di uscire là fuori senza rovesciare gli occhi dentro, e allora continuo, e i miei tacchi fanno ritmo sostenuto più di prima.

Chiudo il mondo fuori e, finalmente, la realtà sostituisce qualunque sotterrarti. La mia mente finge di non aver mai visto i tuoi lineamenti, anche se sono migliaia le volte in cui ti ho percorso. Partiamo. Le curve grigie accompagnano l’imbarazzo, la neve che lenta si posa nella macchina, e la chitarra in sottofondo intervalla i piccoli accenni di parola. Sembri sereno mentre il terremoto della tua mano si appende alla mia e anche a me cade addosso una quiete tremula: la tradizione vuole che ci impegniamo nella quadratura del cerchio. Ci siamo, davanti al mare che non si sente nel silenzio del vento. Ricordo una sera d’estate sulla sabbia e mi prende nostalgia. Forse è solo un riverbero delle sensazioni che si amplificano di te, che sei la tristezza continua del ritorno.Tento di respirare, ma non c’è nemmeno l’ombra della salsedine, è tutto pulito questo cielo e cemento, che mi disintegra addosso a te per forza.
imageCi sono calamite sui tuoi avambracci, e rispondono ai miei elastici all’altezza delle spalle. Ti respingo e ti trattengo, come per continuare ad allenarmi nel mio sport preferito. Stai provando ad attaccarti, ma qualcosa lo impedisce, e presto capisco e capisci che sono io: sto facendo flessioni delicate all’altezza del tuo petto, che spero non soffra mai più.  Qualche giorno dopo il nostro incontro, sentirò ammirata un pianoforte e mi verrai in mente. Ho creduto per lungo tempo che i tasti bianchi e neri fossero i miei preferiti. In me, ogni tasto corrisponde a una nota ben precisa e non ci sono sbagli, sono lì srotolati in ottantotto posizioni ed è facile intuire. Ma tu, ovviamente, suoni la chitarra. Una sequenza di corde che mi è difficile memorizzare e dei tasti in ordine diagonale, un intreccio di dita che da anni osservo attenta, tentando di carpire senza ottenere granché.
E suoni, suoni ancora, mentre mi vergogno e pretendo che l’accendino mi aiuti. Capitolo sotto il tuo sguardo, io che non ho paura di niente. Quella che non sei. No, non sei l’unico che ha visto completamente, ma forse ha capito per intero, il quadro più grande, l’espressione più essenziale e meno levigata. O semplicemente eri innamorato perso.
Siamo privati, grondanti di vergogna agli occhi del mondo. Credo che non mi basterà mai prenderti la mano accanto al mare invisibile che avevamo davanti. Credo ai tuoi racconti fasulli come da piccola mi incantavano le fiabe. La verità che mi spingi in fondo alla gola sa di sabbia.

La volpe ci è passata accanto due volte, mentre la birra andava giù, senza curarsi di noi. In Cina si credeva, un tempo, che la volpe ti si avvicinasse per dirti che era il momento di passare a un’altra vita. E’ una nuova consapevolezza, è il femminile, è il desiderio. E’ la notte. La notte che è stata con noi così educata, così protettiva.
Non ricordo com’era la mia vita senza te: mi sei stato nelle costole anche in assenza. E ora qualcosa non combacia, ma è giusto, è normale: ho dovuto fissarti di profilo per un quarto d’ora per riprendere il contatto. Ho dovuto impormi un ritmo di respiro che quadrasse appena. Mi spiace aver riempito l’aria di tensione. Il mio tentato distacco era affacciarmi al cielo con il cinto di Orione a guardarmi – perché i miei occhi su di lui nulla possono. Soffro ai colpi del vento. Che tenerezza mi fai. Le occhiaie sono le tue vere palpebre e io non so più come tenerti le mani. Il tuo odore è ancora buono come qualche abbondante anno fa. E’ che gli anni sembrano non darci retta. Non che il tempo sia clemente, semplicemente ci ignora, da quando eravamo nascosti dalle coperte e dai tetti. Anche la strada era nascondiglio, perché siamo sempre stati tu e io contro l’asfalto e le manie degli altri, che erano già abbastanza le nostre da curare.Mi hai rovesciato addosso un poco dell’amore accumulato nel fegato. Tanto amore quanto disprezzo (ora me ne accorgo). Io sono la tua stella, me l’hai detto gli ultimi giorni di maggio. E a te mi riportano le stelle, ti amo di una luce tremula. Ora che è accaduto anche il 25 dicembre, chissà dove mi hai appesa, tu che dicevi che stai bene se sto bene io.
“Esci dalla mia testa” mi hai detto. E che il mio orgoglio è un punto messo lì senza un senso – ho già ascoltato queste parole. Mi sono resa ben presto conto che avresti potuto insegnarmi tanto, ma non hai mai capito come comunicare. Metti in ordine. Sono sconclusionata, mi dici. E ti spiego i miei anni confusionari e la paura di chiedere aiuto, e tu che “sarei corso da te”, ma non ci credo, e lascio correre.
Mai ci siamo parlati così, a voce alta del petto e delle mani. Mentre ero ancora nuda, mi accarezzavi. Ho riconosciuto il tocco: era uno che sa di avere una cosa per l’ultima volta e se ne vuole ubriacare.Abbiamo dovuto, in cinque ore e pochissimi metri quadri, ricostruire 8 anni. Credo che nessun pezzo sia finito dove volevamo noi: qualcosa di diverso è venuto a galla, e ti ha fatto dire “non ti amo più”. E io adesso sento che ancora una volta mi si è creata una casa sotto lo sterno.
Mi porterò addosso la musica. Mi caricherò in spalla gli eventi, come lo zaino quotidiano. Sarò sempre con te un elastico teso a contare le gocce che mancano alla separazione. Sorrido perché non ti avrò mai più. Mi ammazza di sensazione e mi protegge, questo dondolare tra bene e male, lo stare in mezzo che mi appartiene. Mi appartieni tu. Sei lo strato di vene dietro la nuca. Sei l’angolino gelido che sfido a provare.
Sarai nella mia vita faro di quinta, corridoio che mi illumina e accompagna nell’ombra.
Perché deve essere sempre tutto così amaro? Quanto buio impressionante fuori da qui.

Illustrazioni di Antonella Politano

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...