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Massacro di Ponary: un approccio diverso alla Shoah

di Mario Martino

Lituania. A circa dieci chilometri dal centro della città di Vilnius (capitale della Lituania) sorge una foresta immersa nella piccola realtà collinare di Ponary.

Qui, tra il luglio 1941 e l’agosto 1944, si consumarono una serie di brutali eccidi che causarono oltre 100.000 vittime tra uomini e donne. Nel complesso il massacro è passato alla storia con il nome di Massacro di Ponary.

Si è soliti, al giorno d’oggi, associare all’idea di Shoah (termine di origine ebraica che indica una “devastante tempesta”), quasi esclusivamente la realtà atroce del Campo di Concentramento di Auschwitz, la drammatica storia di Anna Frank e le pagine di Primo Levi. Ma per Shoah deve intendersi, molto più “banalmente” il genocidio perpetrato dalla Germania nazista nei confronti della razza ebraica ritenuta colpevole del declino tedesco durante e dopo la Grande Guerra. Insomma, una banale quanto atroce definizione proprio come banale e atroce risulta essere il male (come già sosteneva H. Arendt).

Ma un’altra caratteristica del male è sicuramente la capacità di spandersi, rapidamente, ovunque. Originarsi in un qualsiasi angolo del mondo e conquistare gran parte della Terra. Come un liquido versato in un contenitore che quasi istantaneamente occupa tutto il contenitore. E’ grazie a tale caratteristica che il male è riuscito nel giro di qualche settimana, pochi mesi o al massimo qualche anno, a mietere vittime non solo in Germania, non solo in Polonia, non solo ad Auschwitz, non solo in grandi centri ma anche in qualche terminale di stazione dove si moriva per fucilazione, anche nelle piccole realtà, anche nelle foreste e nei boschi, anche nella piccola realtà, immersa nel verde, di Ponary…

Tornando a Ponary è significativo come gli eccidi non venivano svolti come ad Auschwitz, con metodi “eleganti” e sistematici. Nella foresta di Ponary le donne e gli uomini di origine ebraica venivano solitamente denudati, portati sull’orlo di profonde fosse e uccise con un colpo alla nuca oppure da sventagliate di mitra. Insomma, Ponary è l’esempio di come la Shoah non è stata, come generalmente si pensa, un massacro organizzato ugualmente in ogni angolo del mondo.

I metodi di uccisione cambiavano di luogo in luogo confacendosi al grado d’innovazione tecnologica raggiunta dai diversi luoghi. Infatti, un’altra caratteristica del male è la versatilità. Il male non ha bisogno di seguire, obbligatoriamente delle regole. Non è vero che i capi delle SS imponevano le stesse modalità d’uccisione a tutti gli “alleati” e quindi non è vero che punivano chi uccideva un ebreo in un modo diverso da quello stabilito. Il male non segue regole perché fondamentalmente non ne ha. Con la Shoah il male si è vestito di regole, di retorica, di dogmi e di procedure nell’ottica della creazione di una immagine rigida e mitica, insomma per sembrare forte. Così come il male non ha regole nemmeno la Shoah ne aveva. Il male ha soltanto obiettivi!

Solo alla luce di ciò possiamo spiegarci perché gli ebrei nella foresta del Ponary non venivano uccisi secondo le procedure del regime. L’importante era eliminare gli ebrei in qualunque modo, con le modalità che più si confacevano ai diversi luoghi e alle diverse esigenze ma questo i nazisti, di ogni ordine e grado, lo sapevano bene. E’ l’unico dato di fatto uscito fuori dal Processo di Norimberga.

In ogni caso a Ponary, come ovunque i prigionieri tentarono la fuga. A Ponary i deportati iniziarono a scavare con le mani un tunnel che portava fuori dal campo di prigionia. Ci vollero 76 giorni per completare il tunnel. Il 15 aprile 1944, l’ultimo giorno della Pasqua ebraica, gli ottanta prigionieri lo attraversarono per scappare. I nazisti scoprirono il tentativo di fuga e inseguirono i prigionieri uccidendone la maggior parte. Solo 12 persone riuscirono a scappare attraverso la foresta intorno al campo. Di questi, 11 sopravvissero alla guerra, e raccontarono la loro storia.

In conclusione, per evitare di cadere nel mitico, con questo racconto, ho ritenuto opportuno richiamare la figura di Richard Freund, archeologo della University of Hartford che è stato uno dei capi della squadra che ha scoperto il tunnel nel giugno dello scorso anno. Freund ha detto: «Se non avessimo scoperto il tunnel, le persone avrebbe pensato per altri vent’anni che fosse un mito, e si sarebbero chiesti: “Che cosa successe davvero?”.

In copertina il tunnel di Ponary

 

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