Costume & Società

Benvenuti nell’era della post-verità

di Silvia Martignetti

La verità somiglia a quell’insopportabile so-tutto-io che nidifica tra i banchi di scuola. L’abbiamo fissata torvi mentre smontava le nostre tesi come castelli di carte, scoppiandole a piangere di fronte mentre i suoi proiettili di acciaio vellutato ci si insinuavano tra le pieghe dell’anima. La verità apre, emancipa, libera. È per questo che non è mai piaciuta a nessuno.

Post-verità, eletta parola dell’anno dall’Oxford English Dictionary, è il termine “relativo a circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti nella formazione dell’opinione pubblica rispetto al ricorso alle emozioni e alle credenze personali”. Citando Stephen Colbert, comico e conduttore statunitense, “Non importa che sia vero, ma che io senta che sia vero”. Colbert è il padre di truthiness, traducibile con “veritudine”, un termine dal significato simile a post-verità di cui si avvalse durante un’aspra critica della presidenza Bush.

La manipolazione della verità è un fenomeno antico quanto l’uomo eppure quantomai attuale: nel clima di universale sfiducia nei confronti del cosmo politico, economico e giornalistico è sfida complessa per il cittadino medio discernere le fonti affidabili da quelle compromesse. La ricerca di un’alternativa all’establishment, imperativo categorico della classe lavoratrice, è sorda a qualunque richiamo fattuale, aggrappandosi a populismi impulsivi, passionali, nostalgici che pongono la verità in secondo piano. È la politica della post-verità, strategia vincente dei fautori della Brexit, di Trump, dei suprematisti bianchi e instancabile fucina di bufale e pregiudizi riciclati.

Senza entrare nel merito delle ipotesi di causa-effetto tra la proliferante disinformazione sui social network e la reconquista delle estreme destre nel panorama europeo, è impossibile non notare come l’uomo medio si affacci al dibattito politico contemporaneo con le stesse dinamiche con cui si approccia al social network, riversando commenti biliari su voci di corridoio e saturando di “Mi piace” demagoghi sagomati sul modello putiniano. L’identikit dell’uomo post-veritiero ci restituisce il riflesso di un narcisista frustrato autoconfinatosi in una bolla di filtraggio abitata da contenuti che lo aggradano e contatti da assaltare con sarcasmo cinico, minacce e gogne pubbliche.

Questa massa indisciplinata, delusa, inappagata, capeggiata da una classe lavoratrice anziana e impoverita votatasi come a un santo a forze politiche di ispirazione spesso antidemocratica, xenofobica e neonazista, fa tremare allo stessa maniera moderati e progressisti, minoranze e collettività mentre lo spettro dell’Europa totalitaria degli anni Trenta incombe sul nostro presente come un sinistro presagio.

Difficile dire chi saremo alla conclusione dell’era della post-verità. Oggi siamo i falsi invalidi dell’era dell’informazione, sordi agli appelli umanitari e ciechi di fronte all’evidenza del reale; in altre parole, bambini che hanno deciso di credere a Babbo Natale pur sapendo che non esiste.

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