Costume & Società

E la chiamarono “angelo del cimitero”

di Silvia Martignetti

L’eredità di Ruth Coker Burks è ben strana. Sua madre, dopo un furioso litigio con lo zio, ha speso una fortuna per acquistare il terreno sul quale sorge il cimitero di famiglia, inclusi duecentosessantadue loculi vuoti. “Un giorno tutto questo sarà tuo”, le dice sarcasticamente. Ruth non ha idea di cosa farsene, di un cimitero. Perlomeno, non ancora.

Siamo negli Stati Uniti del 1984, nel pieno della presidenza Reagan. Risale a quegli anni un drammatico capitolo della storia americana prima, mondiale poi: la scoperta dell’AIDS e la conseguente epidemia, inizialmente considerata una prerogativa degli uomini appartenenti alla comunità LGBT. I sieropositivi sono trattati come appestati e abbandonati a loro stessi, umanità e compassione sono rare come oasi in un deserto.

Ruth, che allora non ha che venticinque anni, si trova presso l’University Hospistal di Little Rock per assistere un amico affetto da cancro. Preoccupata per il cugino, un hawaiiano dichiaratamente omosessuale, la giovane donna ha divorato letture su letture riguardo a quella che viene ancora definita GRID (gay-related immune deficiency). Durante la sua permanenza in ospedale nota una strana porta rossa. Nessuno sembra volerci entrare: gli infermieri lanciano una moneta, testa o croce, il perdente entra nella stanza. Tante, troppe volte Ruth ode un “Possiamo ritirare?”

Ruth non sa perché, ma l’istinto le dice di entrare, svelare il mistero. All’interno della stanza non si cela alcun uomo nero, bensì un ometto smunto, emaciato, talmente magro da intravederne le ossa, che ripete come una nenia il nome di sua madre. “Voglio vederla prima di morire”, mormora. Quando gli infermieri la scoprono, Ruth è sconvolta. Ha chiamato la madre, dice, ma il personale le scoppia a ridere in faccia. Non verrà, rispondono. Ruth decide di chiamare di sua sponte ma, ottenuto il numero, la risposta è gelida come il Mar Baltico. “Mio figlio è un peccatore. Per quanto mi riguarda, è come se fosse morto.” Con il cuore pesante e colmo di amarezza, Ruth torna nella stanza.

“Oh, mamma, sapevo che saresti venuta”, delira l’uomo, e in quel momento Ruth si sente chiamata a fronteggiare una missione più grande di lei. “Sono qui, tesoro,” dice, restando al suo fianco per le successive tredici ore, fino a quando l’uomo non esalerà il suo ultimo respiro. “Ti porterò nel mio cimitero, dove sono sepolti il mio papà e i miei nonni,” dirà Ruth, “saranno loro a vegliare su di te.”

Nessuno, negli anni ’80, ha il coraggio di toccare la salma di un sieropositivo. Non si conoscono le modalità di contagio, la paura è troppa, la demonizzazione ancor di più. Solo una tra le tante pompe funebri con cui Ruth si mette in contatto accetta di aiutarla, e, nel suo cimitero, la donna seppellisce personalmente l’uomo. Insieme a sua figlia mormora qualche parola di commiato: nessun pastore ha avuto il coraggio di avvicinarsi.

Comincia così la missione di Ruth, malato dopo malato, funerale dopo funerale, sino a quando il suo nome non diventa conosciuto nell’ambiente come “la pazza che non ha paura dell’AIDS” e gli stessi sieropositivi, assieme ai loro compagni, le chiedono aiuto. Le famiglie non rivogliono mai i corpi indietro né si degnano di rispondere alle sue domande: Ruth passa intere notti al fianco dei malati a compilare i loro stessi decreti di morte.

Ruth raccoglie donazioni, ma giunge ad autofinanziarsi pur di aiutare i malati a fissare un appuntamento con il medico, mantenerli quando non possono più lavorare, comprare i medicinali, combattere la depressione. L’unica realtà a sostenerla sono i locali gay delle vicinanze: ogni sabato sera le drag queen si esibiscono per il pubblico, indirizzando il ricavato al pagamento delle medicine e degli affitti per i sieropositivi di Ruth. La donna non indossa mai i guanti quando tocca i suoi malati – se non in caso di sanguinamenti evidenti.

Il mondo scientifico si accorgerà di Ruth negli anni ’90, quando invierà alcuni suoi esponenti a indagare: inspiegabilmente per i medici, i suoi malati vivono due anni in più della media nazionale. Sanno che qualcuno si prenderà cura di loro, dei loro corpi e del loro funerale, ma soprattutto si aggrappano a quelle mani senza guanti, lievi eppure rivoluzionarie come fulmini a ciel sereno.

Quando, sei anni dopo, la terapia antiretrovirale farà il suo debutto, Ruth tira finalmente un sospiro di sollievo. Oggi, dopo due decenni, tre nipotini e un infarto a causa dello stress accumulato in quegli anni, il mondo ha dimenticato il suo contributo: la maggior parte di coloro che la conoscevano negli anni ’80 e ’90 non ci sono più. “Un giorno”, dice, “mi piacerebbe ci fosse un memoriale che dica: “Questo è quel che è accaduto. Cominciò nel 1984. Continuavano semplicemente a venire e venire. E sapevano che sarebbero stati ricordati, amati e accuditi, e che qualcuno avrebbe detto una parola gentile alla loro morte”.”

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