Le vite degli altri

Sia lode al caffè

di Miriam Viscusi

Qando una bevanda diventa aggregatore sociale.

Questo è perché non ho nulla da fare e mi metto a fare viaggi mentali anche quando sono al bar.

Recentemente ho preso un caffè con un amico. Niente di speciale. In realtà bevo caffè tutti i giorni, con diverse persone, eppure quello è stato particolare perché tra una cosa e l’altra ci siamo messi a discutere dell’importanza del caffè stesso.
“Il caffè è il più grande catalizzatore sociale” mi ha detto lui. Non posso che essere d’accordo. Il caffè, oltre che una bevanda, è un vero simbolo.
Non parliamo, naturalmente, del caffè alla mattina: quello che si beve per pura sopravvivenza, per affrontare il lunedì e tutti gli altri giorni della settimana; non parlo nemmeno dell’espresso veloce, che essenzialmente si prende per mantenersi vivi e svegli, ma è una cosa di due minuti, ordini bevi e vai.
Parlo del caffè, l’Altro Caffè, quello del “prendiamoci una pausa, sediamoci innanzitutto”. “Ne discutiamo dopo, ma prima prendiamoci un caffè”. Conosciamoci. Parliamo.
“Parliamone davanti a un caffè”: di lavoro, di noi stessi, di filosofia, di viaggi (mentali e non), di politica, di salute. Ci si trova, almeno in Italia, davanti a un caffè per qualunque cosa. Le tazzine di caffè (ma anche i tavolini e i baristi) le hanno sentite tutte. Caffè come aggregatore sociale, come simbolo di umanità, come collante fra me e te che alla fine siamo nient’altro che due storie che si incontrano.

“Ti preparo il caffè?”, nella sua variante “ti offro un caffè”, rimane il più grande segno di affetto. Non perché il caffè sia buono in sé -quello è discutibile, si tratta di gusti personali- ma perché è un altro modo per dire: facciamo una chiacchierata. Ti offro amicizia. Mi piacerebbe trascorrere del tempo insieme a te.
È il modo più innocuo ma resistente per intessere rapporti sociali. Se penso all’Italia e a come qui esprimiamo la socialità più schietta e pura, non mi viene in mente altro che Il Caffè. La gente che parla, ride, si conosce, si saluta. E dopo se ne va con: “Stammi bene, è stato un piacere”. Quando penso a cosa vuol dire iniziare un’amicizia, parlare di qualcosa a qualcuno, rivedersi, confrontarsi, mi viene sempre e solo in mente lui (il famoso caffè).
“Che ne dici di un caffè?” tutto inizia così. In certi casi può anche finire, le volte migliori è un modo per continuare le cose già intraprese. Qualcuno diceva che “la distanza più breve tra due persone è il sorriso”: a me viene in mente anche il caffè. È la cosa più semplice che ci può essere tra due persone, eppure è il modo più efficace per rompere il ghiaccio. Si parte da una tazzina, riempita di “acqua nera, alla fine” (sempre citando sto mio amico, con cui davanti al famoso caffè escono sempre discorsi interessanti). Poi è tutto un dilungarsi sulle proprie vite, “raccontarsela”. Iniziare un progetto, discutere le proprie affinità. Certe volte anche litigare. Con un caffè iniziano le migliori storie d’amore, si ritrovano i vecchi amici, si consolidano le amicizie. Si mette ordine oppure si iniziano cose nuove.
Certe volte si crea una comunità: penso agli universitari che studiano in gruppo per un esame, ai colleghi di lavoro. Davanti a un caffè ci si aggrega ed è spesso una festa. Ci si rilassa, ci si gode l’attimo, si fanno quattro chiacchiere. È momento sociale, conviviale (certo, per quello anche la birra, ma è un’altra storia). Altre volte si crea un’intimità: ci sono due “io” e in mezzo c’è solo un tavolino, due tazzine. Un caffè si beve veloce: il resto del tempo che avanza è il tempo che dobbiamo usare per parlarci, per conoscerci, per scoprire nuove cose della persona che abbiamo davanti.
Avete presente il famoso “caffè sospeso”? è una tradizione che proviene da Napoli: si va al bar e si pagano due caffè; uno si beve e l’altro si lascia lì, per qualcun altro, qualcuno che probabilmente non si conosce. La persona che entra dopo, chiede se c’è un “caffè sospeso” e vince un espresso gratis. Perché il caffè è una cosa corta (sì, in Italia sì) che serve anche a ricordarci che la mattina, o il pomeriggio dopo pranzo, siamo semplicemente tutti umani. Che alla fine c’abbiamo tutti gli stessi sbattimenti. E che dall’altro ci separa solo una cosa piccola come una tazzina: cioè quasi un niente.
Quindi: il caffè serve per sentirci più umani o ci sentiamo più umani e allora beviamo un caffè?
Nel dubbio un altro espresso, grazie.

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