Costume & Società

Le donne “cucite”

di Gerarda Polito

Ogni giorno nel mondo siamo letteralmente bombardati di notizie riguardanti atti di violenza contro le donne e di femminicidi. Ogni giorno la televisione, la radio o il web ci ricordano quanto spesso viene spezzata una vita per gelosia o morbosità. Il 25 Novembre si celebra, anche se preferirei non esistesse una “ricorrenza” simile, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne ed io, oggi, sono qui a parlare di una particolare violenza che molte giovani donne sono costrette a subire e di cui, purtroppo, si parla poco perché non ci tocca direttamente: l’infibulazione.

Ne ho sentito distrattamente parlare per la prima volta solo qualche anno fa durante un servizio del telegiornale; inizialmente mi era sembrata una parola strana, quasi buffa, come quelle che spesso si usano per indicare le fobie più assurde, come l’ “Hipopotomonstrosesquipedaliofobia”, ossia (ridicolo, ma vero) la paura delle parole lunghe. Però poi, presa da una maggiore curiosità, sono andata ad informarmi e ho tristemente scoperto che, per quanto priva di senso possa sembrare questa parola a primo impatto, l’infibulazione cela in sè un significato spregevole, che forse avrei preferito non venire a sapere.

Se cercaste il termine su Wikipedia, la definizione che vi verrebbe data è: “L’infibulazione (dal latino fibula, spilla) è una mutilazione genitale femminile. Consiste nell’asportazione della clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra vaginali con cauterizzazione, cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale. Ha origine esclusivamente culturale”. Bene, già questo vi avrebbe aperto gli occhi sulla crudeltà di questa pratica, ma a mio parere in modo troppo distaccato, “scientifico” insomma. Per cui, dato che ho sempre sostenuto l’utilità delle immagini come strumento di comunicazione d’impatto, sono andata online a cercare qualche immagine o video che, pur sapendo mi avrebbe scossa, mi avrebbe allo stesso tempo sbattuto in faccia la realtà.

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E’ stato straziante. Le urla di quelle bambine, il modo in cui si dimenavano per fuggire dalle mani di quegli aguzzini mi hanno fatto un male che solo guardando le immagini potreste capire. Ho pianto. Ed ho pianto per rabbia, per l’impotenza di non poter fare nulla per aiutarle, per la frustrazione di sapere che sono indifese, che credono di non poter cambiare o sottrarsi ad un qualcosa di estremamente radicato nella cultura del loro paese.

Questo sarà, credo, fra i miei articoli più crudi, più duri, ma è assolutamente necessario, per tutti noi, uscire dal nostro mondo, dalla quotidianità fatta di problemi, ma sicuramente non di violenze o simili torture lasciate impunite . Provate a tornare indietro nel tempo, ad immaginare voi a sei/sette anni. Come vi ricordate? A giocare nel giardino di casa con i vostri fratelli o cugini? A mangiare i biscotti della nonna, quelli con lo zucchero a velo che vi sporcavano sempre il vestito? Beh a quelle bambine il ricordo dell’infanzia sarà diverso. Come ci sentiremmo noi, tutte noi, a subire una così immensa violenza? Ad essere punite per un qualcosa che è propria della natura umana, dell’anatomia femminile? Non vi viene da chiedervi perché alle donne  dell’Africa, della penisola araba e del sud-est asiatico debba essere negato il diritto di provare piacere? Perché a loro non è concesso imparare a vivere la propria  sessualità liberamente? Siamo quasi nel 2017 e nel mondo, purtroppo, esistono ancora “donne di serie A” e “donne di serie B”; donne che devono essere tutelate e altre che vengono lasciate al proprio destino, ad una cultura che mi appare abominevole.

Ogni anno, ogni mese, ogni giorno muoiono moltissime, troppe bambine per questa esecrazione messa in atto non solo senza una ragione che possa almeno sfiorare la logica o una necessità medica, ma addirittura in luoghi privi di accurata attrezzatura o con almeno una condizione igienica necessaria.

E’ inevitabile farsi prendere dalla rabbia, dal dolore. Sento crescere dentro di me l’esigenza di chiedere agli “sciamani” che si occupano di “PURIFICARE” le fanciulle (ed è assurdo solo da sentire) se davvero vale la pena tutta quella sofferenza, se davvero è una pratica tanto necessaria per la vita di una bambina, o meglio per la vita di chi dovrà poi prenderla in moglie quella giovane anima. In gran parte dei terrirori africani i governi, anche grazie all’intervento di Amnesty International, Save the children ed altre organizzazioni volte alla difesa dei diritti dei minori, hanno decretato illegale la messa in atto di una simile tortura, ma in realtà presso moltissime tribù è una pratica ancora molto radicata nella loro tradizione secolare, forse millenaria.

Qualche giorno fa però ho notato con gran piacere che il mio dubbio riguardo la reale necessità di questa prassi è stata affrontata anche dal giornalista Luigi Pelazza, del programma televisivo “Le Iene”, che ha portato avanti un’inchiesta riguardo l’infibulazione appunto. Ha descritto minuziosamente il rituale: le bambine vengono lavate con acqua fredda, che dovrebbe funzionare da anestetico, e poi interviene il o la tagliatrice che asporta il clitoride e le labbra inferiori. Quella che poi viene indegnamente definita medicazione viene poi messa in atto attraverso l’utilizzo di una fascia coperta da grasso di mucca e acqua fredda. Immagini forti, ma che hanno lasciato un messaggio di speranza grazie alla presenza della giovane masai Nice Leng’ete, che si è ribellata a questa sofferenza inutile e in molti casi mortale e che lotta ogni giorno per cercare di fermare questa pratica, specialmente attraverso la diffusione della cultura e dell’esistenza di una reale possibilità di cambiamento alle bambine e alle loro madri.

Una donna forte, coraggiosa, che ha saputo dire “no” e che vuole aiutare tutte le ragazze a scoprire la libertà, a capire che hanno anche loro la possibilità di sottrarsi a quello che sembra un destino scolpito nella roccia. Un esempio di ribellione positiva, che va diffuso, per smuovere le menti ed i cuori.

Ed io, io che ho sempre creduto nei diritti di ogni essere umano, mi sono sentita in dovere (innanzitutto verso me stessa) di dare voce a questo problema, di fare qualcosa nel mio piccolo con queste righe, almeno per ricordare che questo problema esiste e non deve essere taciuto, perché: “Le parole significano il rifiuto dell’uomo di accettare il mondo così com’è”. Walter Kaufmann.

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