Attualità & Territorio

Storia di un referendum

Di Assunta De Caro

Capitolo I  La genesi
La nascita dell’iniziativa riformista, volta a modificare la struttura stessa della Repubblica, risale al secondo governo Berlusconi che aveva suggerito una spartizione dei compiti tra Senato e Camera dei Deputati, una riduzione del loro numero e dell’età di accesso alle cariche; il primo si sarebbe occupato per lo più di leggi regionali o concorrenti con lo Stato; la seconda avrebbe discusso di leggi di ambito nazionale. Nonostante il favore del Parlamento, la proposta venne bocciata al referendum del 2006 poiché nel disegno era contenuto un aumento dei poteri del primo ministro, con l’obiettivo di velocizzare l’azione governativa, ma considerato eccessivo e potenzialmente pericoloso per la democrazia.
Un secondo tentativo in questo senso fu portato avanti dalla successiva legislatura Prodi che spingeva per un Senato federale eletto in parte a suffragio universale, ma il prematuro collasso del governo mise a tacere ogni proposta del genere.

Capitolo II La Rinascita
La questione è stato risollevata con l’apparizione sulla Gazzetta ufficiale del n.88 del 15 Aprile 2016 di tale quesito:
« Approvate il testo della legge costituzionale concernente “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione?”
Il testo di legge in questione era stato presentato dal premier Matteo Renzi e approvato dal Parlamento in quarta lettura il 12 aprile 2016, ma con una maggioranza inferiore ai 2/3, quindi inapplicabile direttamente. Da qui la necessità di un referendum confermativo da tenersi entro il 50° o il 70° giorno dalla sua richiesta, depositata il 6 maggio.

Capitolo III  Lo Spiegone
Prima di proseguire meditiamo sulla nostra eventuale ignoranza referendaria e indaghiamo sul perché tutto ciò dovrebbe influenzare le nostre esistenze; in sintesi viene chiesto di:
– Abolire il bicameralismo perfetto, o meglio «paritario», quello ideato dai padri costituenti dopo il periodo dittatoriale per garantire un funzionamento democratico più sicuro, a prova di aspiranti dittatori, ma allo stesso tempo più lento. Le due camere, Senato e Camere dei Deputati, attualmente hanno stessi poteri legislativi, quindi una legge deve essere sottoposta all’esame della camera di partenza e, in caso di una prima approvazione, essere discussa nella camera successiva. Se si presentassero modifiche o rifiuti (ovvero quasi sempre), la legge va rispedita al mittente per un ulteriore controllo, tornando al punto di partenza. L’iter, teoricamente, potrebbe essere infinito! Per ridurre i tempi della burocrazia si propone di ridurre il Senato a rappresentanza delle regioni e ad organo consultivo. I deputati conserverebbero la facoltà di essere eletti, di legiferare e conferire o meno la fiducia al governi;
– Diminuire anche il numero dei senatori, da 315 a 100, 95 dei quali scelti dai consigli regionali e pagati unicamente durante e solo per la loro carica di amministratori o sindaci. Gli altri 5 vengono scelti dal Presidente della Repubblica e decadono dopo 7 anni, tranne gli ex capi di stato.
– Abolire il Cnel (Consiglio nazionale per l’economia e il lavoro), un organo consultivo e di iniziativa legislativa solo in materia economica, per ora previsto dalla costituzione.
– Modifica del titolo V, apportata già con il referendum del 2001, diretta a conferire maggiore autonomia alle regioni, come una libera e personale gestione della sanità e del denaro, dando un’impronta federalista allo Stato. Il problema è che spesso le regioni non ripagano le spese allo Stato, da cui prelevano il denaro, e questo deve alzare le imposte per rammendare i buchi nei bilanci regionali. Il sì porterebbe alla famosa soppressione delle provincie e alla riduzione di materie regionali che ritornerebbero allo Stato centrale(ordinamento delle professioni produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia; infrastrutture    strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e  internazionale; mercati assicurativi; disposizioni generali e comuni su attività culturali e turismo; previdenza  sociale; tutela, sicurezza e politiche attive del lavoro.)

Capitolo IV   La guerra civile
Finito il tempo delle interminabili ma fondamentali premesse, passiamo nel vivo dello scontro ideologico, passando in rassegna i due schieramenti politici:
Quelli del Sì, che potremmo definire progressisti, convinti che solo un nuovo modo di fare potrà risolvere antichi problemi e che sono guidati dalla coppia Renzi-Boschi. Il primo ha annunciato che ad una vittoria del No avrebbe abbandonato non solo la poltrona, ma la stessa carriera politica…ma passata l’euforia ha deciso di ritrattare almeno l’ultima parte. I sostenitori della sua impresa sono principalmente esponenti del PD, una lunga lista di imprenditori come John Elkann, quotidiani come Il Sole 24 ore, la Repubblica, il Corriere della Sera, le reti Mediaset, le gerarchie vaticane, la Cisl, gli artigiani della Cna, la Unipol, Vincenzo Ballorè (alias Telecom) ma anche artisti come Jovanotti e Roberto Benigni. Tutti loro chiedono di superare il bicameralismo paritario per avere leggi in tempi più rapidi, ridurre i costi della politica, chiarire le competenze di Stato e Regioni e aumentare la rappresentanza degli Enti Locali in Parlamento e in Europa.
Quelli del No, costituzionalisti ferrei, decisi a difendere l’integrità dello Stato dagli avvoltoi che potrebbero avventarsi su una Repubblica «mutilata». Per lo più si tratta di uomini di legge e professori come Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte costituzionale, Lorenza Carlassare, prima donna a ricoprire una cattedra di Diritto costituzionale in Italia, Stefano Rodotà e i gli ex partigiani. Ecco come la pensano:
Supera il bicameralismo? NO, lo rende più confuso e crea conflitti di competenza tra Stato e regioni, tra Camera e nuovo Senato. Diminuisce i costi della politica? NO, i costi del Senato sono ridotti solo di un quinto e se il problema sono i costi perché non dimezzare i deputati della Camera? È una riforma innovativa? NO, conserva e rafforza il potere centrale a danno delle autonomie, private di mezzi finanziari. Garantisce la sovranità popolare? NO, perché insieme alla nuova legge elettorale (Italicum) già approvata espropria la sovranità al popolo e la consegna a una minoranza parlamentare che solo grazie al premio di maggioranza si impossessa di tutti i poteri. È il frutto della volontà autonoma del parlamento? NO, perché è stata scritta sotto dettatura del governo
Pensavate ci fosse una fine?
E invece no!
Purtroppo, appassionati lettori, questa storia non è ancora conclusa. Per conoscere la fine dovremo aspettare il giorno non si sa ancora quale (è un giallo questo referendum?) per sapere non si sa ancora cosa…ma la parte più bella è che saremo noi scrittori di una nuova pagina di storia da far studiare agli studenti futuri! Buona continuazione delle vostre vite.

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