Racconti in pillole

Emancipazione

di Davide Ferrante

“A cosa stai pensando?”
Che la biondina in ciabatte mi abbia portato per l’ennesima volta la zuppa fredda, in fondo, non importa molto. Mi restano pochi giorni ormai, una zuppa calda e un’infermiera meno troia non cambierebbero nulla. Morirò solo, in questo letto d’ospedale, senza fare troppo rumore.
Non ho fame. Voglio solo scrivere questo post e raccontare a voi, miei invisibili e inafferrabili lettori, le mie ultime vicende, con la penosa speranza che a qualcuno, fra di voi, possano interessare. Sento l’esigenza irreprimibile di portare fuori da me stesso ciò che mi è accaduto. Devo condividerlo. Se non lo facessi, resterebbe per sempre un sogno. Impossibile.
Prima di cominciare, mi sembra più che necessario darvi un motivo per credermi, e continuare a scorrere il vostro pollice sullo schermo. Non importa quanto attentamente stiate leggendo, mentre siete in autobus, o ancora a letto, o per strada, o sul cesso. Sono un uomo vecchio ormai, ma ho vissuto tanto, per la maggior parte del tempo osservando gli altri, scrutando il mondo. Per quanto sia stato spesso noioso, vivere così, almeno posso affermare di aver avuto un’idea abbastanza lucida, nei limiti della mia fragile umanità, di quello che mi succedeva attorno: non c’è motivo, quindi, di pensare che io abbia in qualche modo distorto ciò che mi è davvero successo.
Nell’ultimo periodo della mia vita, mi sono ritrovato ad essere completamente solo. Vivevo in una casa grande, circondata dalla foresta, nella periferia di un piccolo paesino. Pieno di persone semplici.
Annoiato da quei soliti comportamenti così umani e così provinciali, mi sono rifugiato definitivamente in casa mia, nella foresta. Scocciato come non mai, restavo lì tutto il tempo, di giorno e di notte, e mi tenevo impegnato, in tutti i modi possibili; spolveravo, spazzavo, lavavo e riordinavo continuamente. Ma la cosa che, più di tutte, amavo fare, era starmene davanti alla mia immensa finestra e guardare la foresta; di notte, quando raramente si riesce a vedere qualcosa, fra fitti rami e ombre lunari. La cosa più eccitante di quelle ore, infatti, era non poter vedere quasi nulla. Buio ovunque.

Poter scorgere, di tanto in tanto, predatori solitari o prede silenziose, diventava una rara e preziosissima possibilità. Lupi lontani dal branco, gufi, ricci, topini o gechi erano diventati i vicini più cari che avessi mai avuto. Per anni, ho passato le mie nottate ad osservarli, con i gomiti appoggiati su quel davanzale gelido. Una sera però, ho staccato quei gomiti dal marmo, il mio sangue ha ripreso a circolare violento, e le mie mani hanno aperto in fretta quella finestra; fuori c’era qualcosa che non assomigliava assolutamente a un gufo, o una faina, o un cerbiatto.
Completamente nudo e sporco di fango, fiero ma schivo, uno strambo ragazzo stava in piedi sulla ringhiera del balcone, dove affacciava la mia finestra. Sulla ringhiera! In perfetto equilibrio, vestito dal solo buio della notte, che lo avvolgeva sinuosamente. I suoi capelli scuri erano foltissimi e lunghi, selvaggi. Non riuscivo a vedere bene il suo volto, mi dava quasi le spalle, illuminato a tratti dal chiarore lunare che filtrava fra le foglie. Guardava di fronte, verso la foresta. Non un solo rumore.
Rompendo il silenzio, un topo strusciava fra le foglie, in basso.
Vidi la sua testa scattare velocemente in direzione di quella creatura, i suoi occhi seguirla, catturarla, mentre lui restava immobile e silenzioso. Subito dopo, dall’alto, una civetta abbandonò il suo ramo furtiva, muta, ma lui scorse anche lei, restando però sempre lì, ben eretto. Dietro il vetro opaco lo guardavo, come rapito. Chi diavolo era? Quale pazzo invasato se ne sarebbe mai stato tutto tranquillo, in piena notte e completamente nudo, a guardare la foresta? Perché poi? Sul mio balcone, per giunta! Non mi diede neanche il tempo di aprire la finestra, che Improvvisamente, saltò giù.
Non pensai più, scavalcai la finestra e uscii sul balcone. Lo cercavo nella selva: buio totale.

(Continua)

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