Musica

Elettronica e impermanenza: Yakamoto Kotzuga

di Dylan Iuliano

Giacomo Mazzucato è un giovanissimo producer originario di Venezia, che dal 2013 pubblica musica con lo pseudonimo di “Yakamoto Kotzuga”. Negli ultimi anni la sua musica ha raccolto gli applausi del pubblico e della critica all’unanimità. Abbiamo braccato Giacomo poco dopo il suo bellissimo live al Soundproof di Benevento e abbiamo scambiato due parole su elettronica astratta, produzione musicale e impermanenza tra trattori e stelle.

Da “Usually Nowhere” ad oggi, cosa è cambiato in Yakamoto Kotzuga?«Ho iniziato ad ascoltare un sacco di cose che non ascoltavo prima, Arca ad esempio, la Tri Angle e tutta quella scena lì. Mi sto concentrando anche di più sul sound design, la ricerca del suono più che la struttura-canzone che avevo prima.»

In realtà “Usually Nowhere è molto astratto.
«Si, è vero. Ma i primi EP avevano una struttura più classica, le nuove cose hanno delle strutture diverse, si, più astratte. Un’altra cosa che sto cercando di fare è lavorare sempre tenendo conto dell’aspetto visivo, la parte dei visual è secondo me la strada che deve prendere la musica (l’ha presa già da un pò, in effetti). Gli ascolti cambiano, tecnicamente delle cose in più le sai, e cambia anche la musica che fai. Anche a te capiterà. Man mano che impari nuove tecniche e ascolti nuova musica, ti evolvi. Mi piace cambiare, il prossimo disco non sarà sicuramente come Usually Nowhere.»

A livello di produzione, qual è il producer con la tecnica che ti ha colpito di più?
«Sicuramente Arca e sicuramente la sintesi granulare. In quel tipo di musica c’è una componente tecnica molto importante.  Se non avessero quel tipo di suoni, con quel missaggio, non sarebbe la stessa cosa. Non sono pezzi che reggono anche in un’altra versione. Un’altra cosa che mi ha colpito è l’idea di lavorare più sul sampling e sul field recording che con la sintesi, anche l’uso del sidechain.»

Purity Ring a manetta.
«Sì, non tanto nei compressori, più in altri effetti. Esperimenti. Anche uso sbagliato degli effetti però in modo creativo.»

“Usually Nowhere” mantiene una tensione di fondo costante. È come se tu sfogassi cose da una sfera che releghi alla musica. Se mi dovessi dire, ad esempio, “The awareness of being temporary” (che è un concetto a cui abbiamo tutti un po’ pensato nella vita) a cosa lo colleghi come Giacomo e non come Yakamoto Kotzuga? Giacomo come vive il concetto di essere temporaneo?
«Si va proprio sul personale, ahah. Quello è uno di quei casi in cui il pezzo prende il senso dal titolo, è molto importante dargli il titolo giusto. È un pensiero che come hai detto tu fanno tutti prima o poi, quello della temporaneità, nulla dura veramente. E nulla di quello che facciamo, se non magari chi lo sa la musica.»

Un meteorite cancellerà anche quella.
«Esatto, a me questa cosa qua fa prendere malissimo. Paranoia infinita, se ci inizi a pensare, ti rendi conto che nulla ha senso. Mi crea un po’ di scompiglio.»

Secondo me hai colto bene quel concetto e non l’hai desacralizzato.
«Sicuramente non volevo essere religioso.»

No, però sei stato molto spirituale.
Sara: Ma alla fine queste sonorità si possono definire “Musica da Sensazione”? Non essendoci un testo è come voler trasmettere quello che provate voi suonando a chi vi ascolta.
«Bella questa definizione. Quasi tutta la musica che ascolto è strumentale. La penso come te, se lo fai con le parole lo banalizzi (a meno che tu non sei un poeta, però a quel punto fai poesia) non puoi spiegarla a parole l’arte.»

Tu hai definito il tuo disco *vuoi una sigaretta? ti stiamo pressando di fronte a un muro di cemento, dietro dei trattori* hai detto che “Usually Nowhere” è la risposta che davi ai tuoi amici quando ti cercavano. Dove sei oggi?
«Sono ancora nel nulla, sicuramente. A un certo punto della mia giovinezza mi sono reso conto che mi piaceva la musica e nel mio riuscivo anche a fare cose che mi piacevano, però allo stesso tempo perdevo un sacco di tempo, avevo un sacco di rapporti che non portavano a nulla e non avrebbero mai portato a nulla. Ho passato un casino di tempo e tutt’ora a far musica e basta.»

Come sei riuscito ad allontanare del tutto la vita mondana?
«Ci sono stati un po’ di avvenimenti spiacevoli che mi hanno fatto riflettere su questa cosa, a un certo punto mi sono reso conto che se volevo fare il musicista dovevo provare a farlo finchè ero giovane. È questo il momento, infatti tu sei un buon esempio di questa cosa.»

Sono un alcolizzato. Ma a prescindere dall’intervista, mi interessa questa cosa, io non riesco a separarmi dalla vita mondana. C’era Luigi Tenco, uno dei pochi cantautori che tollero, che diceva “Quando sono felice esco“.
«Ma questo è vero, forse non sono felice e basta. Ho notato che ho bisogno di stare male per fare musica. Posso andare ogni giorno in studio, fare tre pezzi al giorno…»

La frustrazione di uscire dallo studio a mani vuote…
«Sì, e magari poi col portatile e le cuffiette fai una roba da paura. Se avessi un carattere positivo farei un altro genere. Magari farei musica di merda.» (risate generali, ndr)

Vai benissimo così.
«C’è chi da questo fa musica felice perchè è come vorrebbe essere, però secondo me siamo tutti un pò degli infelici.

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