Cultura & Intrattenimento

Gli “incontri indecisi” di Gennaro Maria Guaccio

di Rita Pacilio

Entrare nelle storie narrate da Gennaro Maria Guaccio nella raccolta di racconti dal titolo incontri indecisi – racconti seriosi e divertissement, per Rolando Editore, 2016, è come intrufolarsi nei meandri dei bisogni e dei destini dell’essere umano. Come per molte scene di film di Muccino o Tornatore, le immagini analizzano motivi e caratteri psicosociologici di diversi personaggi che mostrano importanti passaggi verso le relazioni mature improntate sulla parità e sulla reciprocità nella differenza. L’incidenza del quotidiano, a volte tragico, a volte surreale e ironico, fa sviluppare l’impressione di una visione che lascia spazio all’inspiegabile, all’inconoscibile, alla ricerca instancabile dell’amore. Il continuo dubbio e quesito intorno alla fede diventa uno dei temi dominanti ‘Non accettare la provocazione, figlia mia, diceva don Matteo accorrendo svelto, non rispondere’  Eppure le conferme arrivano dalla spiritualità profonda di chi crede – ‘Ho la mia bella libertà’ – che la vita sia il percorso meraviglioso e imprevedibile verso la verità. Il delirio delle domande sottese ci portano a fare i conti con gli anfratti dell’intelligenza dell’autore, il quale pacifica il proprio complesso rapporto con l’indicibile e il dicibile. Scrittura dotta, elegante, intellettuale che non si ferma in/a se stessa, ma che procede verso la promessa di lasciare aperta la strada, come un desiderio o un’anelante boccata d’aria, di vitalità.

 Vedi la rosa bianca distendersi beata
ed ergersi nei grandi aperti petali
come una Venere nella conchiglia,
La coppa di roseRainer Maria Rilke 

 

La vasca da bagno

Che ci sia venuto a fare oggi quassù non me lo so nemmeno spiegare. Quassù è quassù perché la strada è tutta in salita, una rampa rifatta che passa dietro le cliniche ospedaliere e si eleva sulla piazza di sotto di una trentina di metri. È sempre gremita di automobili di studenti e medici che lavorano al vecchio Policlinico ma anche di ammalati o degenti che vanno e vengono per le visite. Si vedono perciò automobili di tutti i tipi, intendo meno ammaccate e più ammaccate, più nuove e più vecchie. Noto questi particolari per deformazione e affinità professionale, faccio il chirurgo estetico, però, non il carrozziere. Del pari annoto medici e professori più giovani e meno giovani e studenti più andanti e meno. Anche gli ammalati sono più ammaccati e meno ammaccati. Ma oggi è domenica e dunque anzitutto si parcheggia con facilità, le automobili sembrano tutte un po’ più nuove, c’è poca gente in giro, niente o quasi di studenti e medici, e gli ammalati riposano, come se quella di essere malati sia un mestiere e il settimo giorno sia di riposo. Non ci sono nemmeno in giro i parcheggiatori abusivi e c’è un bel sole. È una bella giornata. Nel cortile degli Incurabili c’è tutto il gruppo delle belle signore eleganti che si danno arie da nobildonne e chiedono curiose informazioni a una ragazza che fa la hostess, o qualcosa di simile. Lei è una ragazza di questi tempi, grassottella, coi fuseaux, no, no prima si chiamavano fuseaux, adesso si chiamano leggings, aderenti come calze, a me sembrano calze, tanto meglio, mettono in evidenza da subito gambe storte e gambe belle. Nella maggior parte dei casi si tratta di brutte gambe, farebbero meglio a indossare gonne e pantaloni, e invece non si accorgono di quanto sconcio mettano in giro per le strade. Tuttavia, credo che la gioventù di molte ragazze sopperisca a queste malformazioni. E nemmeno si tratta di vere malformazioni, è nella natura delle cose anche questo.
Dunque, la vasca. È lo scopo per il quale è venuta qui tutta questa bella famiglia di gente amica, me compreso.
-Oh, il presidente dei Lyons, Ossequi. Come sta?
-Bene, bene, una bella iniziativa. Ne andiamo fieri.
-Ma certo, certamente.
Ma che ci sto a fare? Continuo a chiedermi, ma ci sto. Saluto uno, un altro. Una signora mi fa un grande sorriso e nemmeno la conosco, poi un’altra. Mia moglie è più disinvolta di me, sa trattenere meglio di me le pubbliche relazioni. La guardo, ha un foulard colorato annodato alla gola sotto la giacca di piumino. La giornata è fredda, ma c’è il bel sole. Una signora che porta occhiali scuri e pelliccia si gira dall’altra parte, Mi dà fastidio questo sole, dice.
Peccato, il sole è sole. A me piace sentirlo sul viso.
Mia moglie è graziosa. Anche lei un poco anziana, ma graziosa. Le ho rifatto il naso qualche anno fa. Lei è bionda sul chiaro. Da giovane era castana sul chiaro. Ora le signore anziane sono diventate tutte bionde e spesso anche rosse. Nessuna donna vuole più portare i capelli bianchi, più difficile è il problema della pinguedine. C’è l’Amelia che era un grissino e ora sembra un armadio, Dio, quanto s’è ingrossata. E dire che mi piaceva. Ora è un armadio, tanto è grassa. Sopraggiunge la mia bella amica direttrice della clinica ostetricia, Annasole, capelli corvini, buon restauro. È sempre sorridente, viene sotto braccio al marito, un collega internista. Mi saluta affettuosamente, mi abbraccia, mi bacia, anche tu qui?
Anche io qui. Ma che ci sto a fare? Che me ne importa della vasca? L’hostess invita al silenzio tutti quanti, parla il presidente dei Lyons, legge le motivazioni, bla bla bla. Applausi. Non ho capito granché, veramente non ho sentito, perché sto più lontano e lui ha parlato con una voce bassa. Lui è il marito di Amelia, un avvocato ancora sulla breccia ma con quasi tutti i capelli bianchi. Anche lui pingue.
Un botto, oh… ah, hanno sturato una bottiglia di Berlucchi. Non ne prendo, a quest’ora di mezza mattina non ne prendo. O non l’ho voluto prendere perché non sono nello spirito giusto, perché mi sto seccando, perché non sarei dovuto essere qui, non volevo venirci. È solo una vasca da bagno. Però non mi nascondo che mi piace. È stile Giuseppina Beauharnais. È tutta in marmo di Carrara, ristrutturata, l’hanno trovata in un vicolo non so dove presso un baretto che ci teneva dentro le bottiglie di gassosa e sui laterali della quale vi avevano scritto coi pennarelli.
Bel lavoro, vi hanno fatto un grande lavoro di restauro. Quando ci si mette, la Sovrintendenza sa quello che fa. Le vasche da bagno possono essere riportate ad antico splendore, o quasi, e tutto sommato conserverebbero anche la loro funzionalità se non le si mettessero a invecchiare in un museo. Le signore si imbellettano e si fanno cure ma non tornano splendenti e funzionali come questa vasca d’altri tempi. Però poi la vasca l’hanno piazzata nel cortile degli Incurabili, alle intemperie. Ahi ahi, signori della Sovrintendenza, questa col tempo viene distrutta dal sole e dalla pioggia, atteso che nessun altro venga a scriverci sopra, una firma, per esempio, per ricordare al mondo che lui c’è stato. Il mondo se ne frega della tua firma, caro signore, ed è come se tu non ci fossi stato, egregio grafomane. E poi qualcuno cancellerà la scritta. Abrasione. Con l’abrasione la scritta va via, ma va via anche un poco di materia. Un poco oggi, un poco domani e così via, la vasca diventerà un bidet. Che sciocchezza, ma l’idea mi diverte la mente.
Le vasche perdono materia e invece le matrone ne accumulano, guarda un po’. Entrambe invecchiano. C’è modo e modo, dunque, di invecchiare. Invecchiare significa semplicemente che il tempo passi. E passa, non v’è nulla da dire o da fare. Ogni considerazione intorno al tempo è cosa superflua, quello passa e tu con lui. Chiaramente, nulla ci interesserebbe che il tempo passi se non passasse sulla nostra vita. Ma quello passa anzitutto per me che ci penso. Forse… se non ci si pensasse.
E per un bel pezzo non ci pensi. Quando sei giovane vuoi crescere, diventare adulto, fare, rifare, trasformare. Poi, a un certo momento, ti fermi un attimo perché ti accorgi che non sei più lo stesso, c’è qualcosa in te che è cambiato, eppure tu sei tu, caspita. Io sono io, questo concetto è fermo in me. Né è solo un concetto perché io ci sono, sono qui. Sono qui e penso. Io penso. E con ciò? Non è poco, in fondo, tutto sommato io non sono una vasca e questo non è poco. Il mio io penso e io sono non vanno ristrutturati, egregio avvocato presidente. Sono e tanto basta.

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