Racconti in pillole

L’insetto e la bambina: un racconto d’orrore

di Carla Rapuano


“Dopo il liceo che potevo far, non c’era che l’Università” dice Bennato nella sua canzone. E infatti sono molti coloro che decidono di intraprendere questa strada e tra questi una gran parte decide di iniziare una nuova vita da “fuori sede”, in un’altra città, nella propria casetta da studente; una vita che al solo immaginarla, sembra meravigliosa: nessun limite, nessun obbligo da parte di mamma e papà, niente orari, “farò quello che voglio, quando voglio”.
In realtà le aspettative non sono così rosee come uno si immagina, o meglio, è tutto vero quello che ho scritto, ma la vita da indipendente, non è solo “vita spericolata”, ma comprende una serie di responsabilità a cui nessuno pensa fin quando non ci inciampa contro: cucinare, lavare, riordinare, svegliarsi la mattina da soli, convivere con quelli che saranno i nuovi coinquilini e cercare di litigarci il meno possibile, adattarsi alle regole della convivenza.. Insomma, le responsabilità sono varie e prevedono una certa maturità.
Io sono una studentessa fuori sede e posso dire che a prescindere l’indipendenza è una bella, bella cosa. Ma proprio qualche giorno fa, dopo un anno di vita indipendente, mi sono trovata a dover ( obbligatoriamente ) affrontare una delle responsabilità che mi ha sempre spaventato, da quando immaginavo, da bambina, di avere una casa tutta mia e una famiglia tutta mia. Il solo pensiero, all’età di 7 anni, mi faceva venire i brividi.. E da quando ho iniziato a vivere lontano dal mio nido, ho sempre pregato qualsiasi divinità affinché non dovessi mai trovarmi davanti a questa situazione.
Sono arrivata nella mia nuova tana a inizio settimana e non c’era nessuna delle mie coinquiline. Ero quindi costretta a convivere con me stessa e con le abitudini. Ed ho pensato: ” Fantastico! Ho la casa tutta per me per quattro giorni! “. Tralasciando qualche spavento notturno e qualche momento di noia e solitudine, procedeva tutto alla grande. Quando il secondo giorno, all’ora di pranzo, decido  di frugare nel congelatore per vedere cosa mangiare. All’improvviso un brivido mi percorre tutta la spina dorsale, facendomi rizzare i peli: era lì, nella maniglia del frigo, uno dei tagliaforbice più grandi che avessi mai visto. Rimango immobile per qualche secondo, fino a che non realizzo che ero sola.. totalmente sola. Niente papà impavido che lo avrebbe tolto, niente gatti che ci avrebbero giocato fino alla morte. Solo io… e le mie paure. Lo sapevo, io sapevo che un giorno avrei dovuto affrontare la mia fobia (e sottolineo FOBIA) per liberarmi di quei mostri che comunemente voi chiamate “insettucci”; sarei stata io la mamma che avrebbe dovuto toglierlo dalla stanza della figlia in lacrime, io la mamma che avrebbe dovuto sbarazzarsi di infestazioni varie. E in quel giorno ero consapevole che dovevo essere io a salvaguardare la mia salute mentale, uccidendolo.
Vari sono stati i consigli ” spruzzaci la lacca, buttalo a terra e schiaccialo”. Ma io più ci riflettevo, più rabbrividivo all’idea di dovermici avvicinare per potermene sbarazzare. Dopo una decina di minuti passati in piedi su una sedia (stile nonna di Tom e Jerry alla vista del topo), decido di scendere e… di scoppiare in un pianto infinito. Ecco fatto, il panico si era impossessato di me. Ero ritornata quella bambina di sette anni che faceva gli incubi la notte. Piangevo, piangevo e pensavo che dovevo ucciderlo, che altrimenti me lo sarei trovato nel letto… Ma pensavo e piangevo all’idea di dovermici avvicinare, di doverlo toccare, schiacciare, vedere.
Nel bel mezzo della crisi di panico, mi arriva una chiamata da un mio compagno di corso che cerca così di tranquillizzarmi e convincermi a passare all’azione. Dopo venti minuti di pianti,  mi convinco. Metto le scarpe, prendo il deodorante per ambienti e a distanza di sicurezza lo spruzzo sull’insetto… Il deodorante inizia a gocciolare, la conchetta in cui si trovava inizia a riempirsi e il mostro inizia a muoversi più lentamente… Non contenta (e con il deodorante ormai finito) decido di spruzzarci sopra il detersivo per superfici, poi di buttarci l’ammoniaca. Tutto questo urlando “muori bastardo, MUORI!”. Tiro un sospiro di sollievo: l’insetto era totalmente travolto da sostanze chimiche ultratossiche. Era affogato. Era lì, inerme, immerso in un liquido rosaceo. La sua salma galleggiava, ancora sul mio frigo.
Sfinita dai pianti e dal panico e dall’adrenalina, mi lascio cadere sulla sedia e rimango un po lì a fissare il vuoto, aspettando ancora qualche minuto per avere la certezza che fosse morto, ma morto morto. Prendo così un cucchiaio e ancora con le gambe che mi tremano e la pelle d’oca, raccolgo il suo cadavere e lo butto giù dal balcone, chiedendo scusa al cielo per la mia brutalità.
“Sei forte adesso, hai superato la tua fobia”. “Col cazzo” penso io “la prossima volta ci rimango secca”. Ma almeno ora di una cosa sono fermamente consapevole: quando decidi di andare a vivere da sola, senza la mamma, senza il papà, senza felini killer, devi sempre avere a portata di mano un insetticida che ti salvi dai mali del mondo.

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