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Manuel, i giovani e la musica d’oggi

di Miriam Viscusi

Se ricacciassi oggi quella foto di quasi due anni fa, non mi stupirei del fatto che molta più gente riconoscerebbe Manuel Agnelli. Ma solo perché alla fetta di italiani che lo vedono come cantante degli Afterhours si è aggiunta quella parte che lo vede come “il giudice strano di X factor”. E sì, la televisione fa anche questo. Poco importa che prima di arrivare su Sky era il cantante di una delle band alternative più importanti del panorama italiano. È quindi finita l’epoca in cui lui “sui giovani d’oggi ci scatarrava su”? Forse, ma probabilmente era finita da prima di X-Factor perché le persone si evolvono, gli artisti si evolvono, nella vita capita di avere nuovi stimoli e accettare strane e nuove improbabili proposte.

La riflessione è questa: perché bisogna sempre e solo giudicare la musica in compartimenti stagni? Chi ha deciso che uno che per anni ha fatto alternative rock, e pure bene, e in un certo senso ha cambiato l’andamento della musica italiana, non possa accettare di fare il giudice a un talent? Chi lo dice che un talent fa per forza più schifo dell’alternative rock? Che è un livello sotto? Forse sono solo due cose diverse. Due esperienze diverse, due approcci diversi, che non andrebbero messi a paragone. Al contrario, proprio perché su due piani diversi, un artista ha tutto il diritto di provare qualcosa che “non è nel suo”. Qualcosa che probabilmente non condivide, ma che di sicuro non costituisce un pericolo per la sua identità. Perché, essendo  consapevole  di ciò che vuole essere/comunicare/sperimentare come artista, si avvicina senza timore a tutto il resto.

La musica d’oggi assume un atteggiamento del tutto diverso. Almeno in Italia, chi cerca di darsi una connotazione politica non ci riesce quasi mai, soprattutto oggi. Il panorama musicale odierno ha ben poco di politico e la maggior parte delle volte punta sull’estetica e sull’attitudine. L’unica consapevolezza è che non bisogna uscire da quel suono, da quell’impostazione. Per questo si vede un pericolo nella “contaminazione” (nel senso peggiore del termine) da tutto ciò che si trova al di fuori di un determinato schema. Per questo si è sentito un boato provenire dal mondo indie rock: ti sei venduto, che ci fai con la musica commerciale, erano belli i tempi che scatarravi sui giovani d’oggi, ci hai tradito.

Ma tradito di cosa? Innanzitutto sottolineo che la polemica viene appunto dal mondo indie. E Manuel, con tutti gli Afterhours, hanno ben poco di indie. Ma poi tutto questo puntualizzare, circoscrivere, ascrivere ad uno e un solo genere, a che serve? La musica è tutt’altro. C’entra con la propria storia, con il vivere prima di chi la fa e poi di chi la ascolta. Come lo stesso Manuel più volte ripete, fare musica e portarla sul palco è un modo per reagire al dolore, fare i conti con emozioni e sentimenti personali e riuscire  a gestirli. Un ambiente che dovrebbe tollerare le diversità si scaglia sul primo che fa una scelta diversa. Come se, parlando di musica e di arte, si potesse decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato fare.

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