Cultura & Intrattenimento

Intervista a Valentina D’Urbano, in libreria con “Non aspettare la notte”

di Francesca Bosco



Un esordio come il suo non si dimentica facilmente. “Il rumore dei tuoi passi” (Longanesi, 2012) è stato una sorpresa, “Acquanera” (2013) una sfida con se stessa, “Quella vita che ci manca” (2014) l’ennesima certezza; tre libri alle spalle – quattro, se consideriamo “Alfredo” (2015), il PoV maschile del primo libro – Valentina D’Urbano sa come incantare la folla e il suo ultimo lavoro ne è l’ennesima dimostrazione. “Non aspettare la notte” (Longanesi, 2016), da settimane ai vertici delle classifiche, ci riporta nelle atmosfere che solo la scrittrice romana sa creare. Senza censure e di una realtà disarmante, che non lasciano spazio a sentimentalismi. D’altronde non potevamo aspettarci diversamente da una delle penne più graffianti e forti della letteratura italiana contemporanea. In quello stile schietto e provocatorio, di chi fa delle parole armi letali, i suoi libri sono un connubio di acidità e dolcezza. Temuti perché non hanno regole, ci si scontra con personaggi particolari quanto reali,  “disgraziati”, che cercano un liberazione da realtà  in cui il riscatto è quasi impossibile. Le sue storie creano empatia, fanno male ma i lettori ne sono dipendenti. In loro c’è voglia di realismo, di prendere di petto i sentimenti evitando innaturali filtri. Possono soffocare, ma aprono gli occhi.

La curiosità è donna e qui la domanda mi sorge spontanea: da cosa nascono i tuoi libri? Qual è la storia delle tue storie?

« Non so bene da dove nascano le mie storie. Si tratta spesso di un flash nella mia testa, qualcosa scatenato da una canzone, da una parola o da un’immagine, ma poi in concreto non so come funzioni. Per me è una sorta di magia, e non voglio spiegarmelo, voglio rimanere con il mistero, accogliere le storie e scriverle senza chiedermi da dove vengono. »

Storie d’amore che fanno da cornice a personaggi forti e indipendenti, che prima di tutto si salvano da soli. Hai relegato l’amore ad un livello secondario. Nei tuoi libri più che romanticismo, si può parlare di vero e proprio spirito di sopravvivenza?

« Penso di sì. I miei personaggi sono tutti dei “disgraziati”, persone dalla vita difficile o dal passato oscuro. Più che mettere in scena la storia d’amore e tutti i suoi tira e molla, mi interessa l’aspetto psicologico dei miei personaggi, mi piace chiedermi perché si innamorano di qualcuno piuttosto che di un altro, che cosa vedono nella persona che amano, come si comportano nei confronti dell’amore e del mondo. »

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Se c’è, qual è il personaggio nel quale più ti identifichi e quello invece, che hai più detestato?

« In Non aspettare la notte mi sono identificata molto in Giulia, l’amica di Angelica, la donna più grande che l’aiuta e la protegge, la donna che non può avere figli ma che è più madre di tutti. E ovviamente ho odiato Guido: viscido, insensibile, attaccato esclusivamente ai soldi, intimamente devastato da grossi complessi di inferiorità nei confronti della donna che ha sposato. »

In Il rumore dei tuoi passi e Quella vita che ci manca, abbiamo imparato ad ambientarci nella Fortezza, un quartiere di degrado, delinquenza e sporcizia. “La Fortezza era un porto franco, una terra di nessuno.” Con Non aspettare la notte abbiamo invece oltrepassato i suoi confini. Com’è stato abbandonarla? Ci farai tornare in futuro?

« In realtà, escludendo Acquanera ambientato nel profondo nord, non mi sono mai mossa da Roma. La Fortezza è Roma. Io sono romana, e come tutti i romani ho un attaccamento viscerale verso la mia città. Con Non aspettare la notte ho solo cambiato quartiere, dai palazzoni popolari delle periferie mi sono spostata ai Parioli dove vive Angelica, la protagonista del nuovo libro. Per ora voglio spostarmi in altri ambienti ma non è detto che un giorno non tornerò alla Fortezza. »

C’è un filo invisibile che accomuna i tuoi lavori? Un particolare che hai cercato di inserire in ogni storia?

« Il riscatto. Nel finale dei miei libri i miei personaggi si riscattano sempre. Spesso in maniera non facile, a volte in modo doloroso, ma ce la fanno. »

Ricapitolando: nel 2010 vinci la prima edizione del torneo letterario IoScrittore, del Gruppo editoriale Mauri Spagnol. Nel 2012, Longanesi pubblica il primo romanzo Il rumore dei tuoi passi, da subito bestseller con più di 70.000 copie vendute e un supporto anche dalla critica più esigente. Quattro anni dopo, sempre per Longanesi arriva il quinto romanzo, Non aspettare la notte. Ti hanno definita “Una scrittrice che non sa di essere scrittrice”. Com’è cambiata Valentina D’Urbano in questi anni?

« A livello pratico in realtà è cambiato molto poco. Ho sempre lavorato da casa, prima facevo l’illustratrice freelance, ora scrivo. È diversa la mansione, ma l’ambiente confortevole, il pigiamone, le tazze di tè e gli orari sballati, sono sempre gli stessi! È cambiato molto a livello emotivo, invece: Devo fare i conti con chi sceglie di leggere le mie storie, con gli elogi e con le critiche. Sono più esposta a livello mediatico, ma l’affetto dei miei lettori mi ripaga di tutto. »

 

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