Costume & Società

“Incubators Day”, quando la donna diventa uno strumento

di Lucia Mahieu

Tic tac. 

Il tempo scorre. 

Tic tac, tic tac. 

Ma che dico? Il tempo corre

Tic tac, tic tac, tic tac. 

È autunno ormai. La ventenne media si accinge a riprendere la vita di sempre. Tra studio e lavoro che riprendono in maniera frenetica, la spensieratezza dell’estate è ormai un ricordo che sembra lontanissimo. Qualcosa, però, quest’anno è cambiato. È impercettibile, anzi, sembra quasi che non ci riguardi. Materialmente le nostre vite non ne sono scosse. Eppure aleggia nell’aria e innervosisce, turba, intristisce. Fa ammalare di una rabbia cieca, primordiale, la rabbia di chi capisce che la propria dignità sta venendo calpestata ancora una volta. Ed è proprio così.

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Oggi l’italiana media non può ignorare e basta. Oggi l’italiana media deve arrabbiarsi, gridare, battere i pugni e pestare i piedi. Oggi l’italiana media deve smettere di camminare a testa bassa e deve guardare negli occhi tutti coloro che la vorrebbero in ginocchio, dicendo “basta”. Basta perché il “Fertility Day” non è un evento. Basta perché la cara ministra della salute Lorenzin non si è svegliata stamattina decidendo che la donna debba diventare un oggetto. No.

Il “Fertility Day” è solo il triste risultato di una tendenza che mortifica la donna da troppo tempo. E non è sufficiente decidere di ignorare l’istituzione di questa giornata. Non basta voltare il calendario. C’è una società intera dietro queste infelici scelte e non possiamo più starcene buone e sospirare. Dobbiamo mettere un fermo al dolore. Dobbiamo capire perché di noi stesse il mondo non vuole che ce ne occupiamo da sole. Ma cos’è esattamente questo “Fertility day”? E perché sta facendo così tanto discutere?

La giornata dedicata alla fertilità è solo una piccola parte di un progetto più grande che interessa l’instancabile e geniale lavoro del nostro Ministero della Salute dal 2014, quando fu elaborato un Piano Nazionale della Fertilità partendo dal problema fondamentale che in Italia la crescita demografica è ferma. Significa che in Italia muoiono più persone di quante ne nascano. L’età media in cui si iniziano ad avere dei figli si sta spostando sempre più ben oltre i trent’anni e questo, come ben sappiamo, non è un dato estremamente positivo. Genitori anziani vuol dire anche maggiori probabilità di avere generazioni in cui la percentuale di bambini nati con problemi come la Trisomia 21 aumenta vertiginosamente. La decisione di posticipare la scelta di avere figli è anche un robusto indicatore di difficoltà economiche non indifferenti di un Paese dove i giovani non riescono a raggiungere un minimo di stabilità economica che permetta loro di pensare di potersi prendere cura di un altro essere vivente.

Tutto questo è molto triste. Un paese vecchio, un paese dove la disoccupazione giovanile è alle stelle e dove le persone hanno paura di mettere al mondo dei figli è un paese che sta fallendo. E quindi? Qualcuno potrebbe chiedersi: “Cosa c’è di sbagliato nell’invitare le persone ad effettuare una prevenzione per quanto riguarda gli atteggiamenti che portano a problemi di sterilità? Cosa c’è di aberrante nell’invitare delle coppie a far figli?” L’errore sta nell’approccio e in quello che l’approccio nasconde. E anche abbastanza male, aggiungerei.

Cartolina-5.jpgAffrontare il problema della natalità invitando le giovani donne a correre dal proprio partner per farsi ingravidare, asserendo che “La fertilità è un bene comune” (come le fognature, l’acqua potabile o la musica da camera, insomma ), che le donne devono “muoversi” a procreare perché l’orologio biologico corre e poi, dai, “la donna ad una certa età, se non fa figli, si guasta” (semi-cit. di… vediamo se indovinate) è davvero uno degli affronti più tristi e agghiaccianti che si potesse mai ideare per offendere la specie.

E voglio essere buona ignorando totalmente l’ultima campagna pubblicitaria che, suo malgrado, mi ha strappato anche un mezzo sorriso. Non voglio chiamare in causa la pena di quella locandina con i giovani testimonial di dentifricio, che son tanto belli e bravi, messi a paragone con i neri brutti e cattivi che fumano gli spinelli e saranno sterili per sempre. Quella campagna parla da sola e io non voglio sprecare tempo ed energie al riguardo, quindi nel caso provate ad immaginare in quale ordine le bestemmie si sono susseguite quando l’ho vista per la prima volta e avrete un’idea abbastanza precisa di quello che avrei potuto scrivere. So che potete farcela.

Ma torniamo a noi e, visto che sono pigra, mi creo un appiglio che fingeremo tutti di trovare estremamente geniale e raffinato e procedo: “So che potete farcela”, pensandoci bene, sembra qualcosa che potrebbe venire anche da un discorso della nostra amata ministra.

La dolce Bea, in effetti, sembra allegramente suggerire alle giovani della sua Nazione “Forza ragazze, mettete da parte dignità, futuro, progetti, sogni, speranze! Bisogna lavorare. Quindi lasciate a casa preservativi, pillole e correte, correte e afferrate la cicogna per le zampe palmate… insomma, datevi da fare e fatevi fecondare gli ovuli. Il tutto possibilmente prima delle 18,00, che altrimenti poi non ce la fate in tempo a correre a casa a preparare una cena gustosa e nutriente, sempre che una casa l’abbiate. In caso contrario non ci interessate, quindi fate un po’ quel che vi pare che noi qui abbiamo dei bambini da far nascere!” Divertente, vero?

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Ma fermiamoci un attimo a ragionare, vi prometto che sarà l’ultimo sforzo che vi sarà richiesto da parte mia. Ragioniamo un attimo insieme anzi, nemmeno. Immaginiamo. Ancora una volta. E non immaginiamo bestemmie adesso, no. Immaginiamo il nostro presente. Il nostro presente se adesso, se proprio adesso vedessimo apparire una seconda linea sul nostro umidiccio test di gravidanza. Immaginate la vostra ragazza che vi chiama dicendovi che dovete parlare. Immaginate il Messico- nooo, non facciamo i furbi. Immaginiamo come la nostra vita potrebbe radicalmente cambiare. Immaginate i dubbi più grandi. Ce la farò? Farà male? Ma i soldi? Lui resterà al mio fianco? Lei mi perdonerà se scappo?

State ancora ridendo? Se la risposta è sì, il vostro cervello è rimasto fermo alla battuta sul Messico e allora, per favore, non riproducetevi mai. Se la risposta è no e io me lo auguro, allora iniziate a capire quanto è leggero poter anche solo pensare di suggerire ai giovani di far figli. Senza pensare alle difficoltà di tutti i giorni, alle difficoltà del paese. Senza prendere in considerazione l’idea che una donna non sia una semplice incubatrice vivente ma che abbia aspirazioni, volontà, desideri. Che sia a tutti gli effetti un essere umano che dovrebbe poter scegliere di non rovinarselo, questo corpo, che dovrebbe poter scegliere di vivere la vita come più le piace, senza sentirsi oppressa dagli sguardi della società che interdetta la osserva vivere senza quello che sembra debba essere l’unico destino possibile per lei.

Ora capite perché dobbiamo lottare, fanciulle? Dobbiamo protestare e arrabbiarci perché, checché se ne dica, l’utero è il nostro, non è un bene comune e dovremmo poter decidere noi quale destino riservargli. Noi e i nostri batteri. Non la società. Siamo donne anche senza figli, anche senza marito, anche senza la vagina. Siamo donne perché sentiamo di definirci tali e questo non potete cambiarlo. Siamo donne anche senza le gravidanze, gli allattamenti e i rigurgitini, e quelle lancette del vostro adorato orologio biologico saprete sicuramente dove ubicarle.

Tic tac.

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